Orti del Vescovo: uno strumento “contro il degrado e a favore delle fasce deboli”

Orti del Vescovo: uno strumento “contro il degrado e a favore delle fasce deboli”
giugno 20 14:16 2015 Stampa questo articolo

Sulla questione della riqualificazione di piazza Garibaldi (c.d. piazza Duomo) e il progetto di rigenerazione urbana dell’isolato c.d. Orti del Vescovo, la Città Futura sostiene una posizione che guarda alla strategia complessiva dell’intervento, che ci sembra propria di una città che ricerca progresso e che si attesta su progetti di avanguardia.

Lasciando perdere la strumentalità e il tatticismo delle posizioni di alcuni esponenti politici, non ci convincono neanche gli atteggiamenti di conservazione e retroguardia di alcuni cittadini, che in questi giorni si sono espressi, seppur legittimamente, sulla questione.
Sottolineiamo infatti che, entro quest’azione di rigenerazione urbana (che porterà a rivitalizzare un isolato oggi in degrado e solo parzialmente utilizzato), si concretizzeranno politiche abitative inclusive grazie ai 37 appartamenti di edilizia sociale, che risponderanno al bisogno di prima casa della c.d. fascia grigia, cioè di coloro che – a causa della crisi – non possono acquistare a libero mercato un appartamento perché troppo poveri per accedere al credito bancario, né possono iscriversi alle liste sociali delle “case popolari” perché troppo ricchi per essere inclusi nelle graduatorie. Non inganni il dato del vincolo di 25 anni di destinazione degli appartamenti a edilizia sociale: è caratteristica comune a molti dei progetti di questo tipo nel nostro paese; sia perché l’edilizia sociale sostiene per un certo periodo chi è in difficoltà, con la prospettiva della graduale e futura autonomia, sia per motivi di fattibilità economica e finanziaria del progetto di recupero stesso. Significativa da questo punto di vista è anche la partecipazione di Erap nel processo in atto.

Inoltre il progetto in questione, finanziato in buona parte dai programmi del piano casa del governo Prodi (ben diverso dal piano casa del governo Berlusconi), reintroduce nel centro antico di Senigallia “funzioni povere” (la residenzialità di fasce sociali deboli), che nei centri storici europei sono oggetto di espulsione e che invece vanno reinserite perché portano a dare risposte al bisogno di controllo della città (aumentare i residenti è la vera alternativa al controllo realizzato con i circuiti di videosorveglianza) e al bisogno di sostenere il piccolo commercio dei negozietti dei centri antichi. Ricordiamo anche che il recupero e la sostituzione di aree in degrado è l’azione che, associata al risparmio di uso dei suoli non edificati ed agricoli, può dare un buona risposta alla necessaria rivitalizzazione del comparto locale economico dell’edilizia, che vede molti imprenditori, artigiani e dipendenti impiegati in cerca di lavoro, per evitare disoccupazione e fallimenti.

La riqualificazione di piazza Garibaldi – che è anch’essa parte di questa azione di rigenerazione urbana- rientra nella più ampia programmazione di recupero dei luoghi pubblici del centro storico cittadino: Foro Annonario, piazza ex -Macelli, via Carducci, piazza Saffi, che ogni volta è stata accompagnata da polemiche e dibattiti aspri e serrati. La riqualificazione della stessa, curata a titolo gratuito dalla straordinaria capacità dell’arch. Margherita Abbo Romani, e frutto di un’azione dei progettisti interni all’ente comunale, è in assoluta coerenza sia con il piano particolareggiato del centro storico, sia con il piano strutturale del verde pubblico, deliberati entrambi dal Consiglio Comunale alcuni anni fa.

La questione dei lecci e la loro sostituzione prevista dal progetto è da questo punto di vista impostata in modo corretto per le seguenti motivazioni. Il verde in ambito urbano ha necessità di essere progettato e manutenuto, quindi scandalizzarsi per progetti di sostituzione ci sembra un atteggiamento comprensibile, ma fuorviante. Gli alberi, importanti per questioni centrali come la qualità dell’aria, il microclima (con il raffrescamento nel periodo primaverile ed estivo) e l’abbattimento di gas con effetto serra, vanno piantati in base allo spazio che in prospettiva avranno a disposizione per crescere in un corretto rapporto con marciapiedi, sottoservizi, piani stradali, percorsi sicuri per disabili, anziani, bambini e ciclisti…
I lecci sono oggetto di sostituzione al fine di scoprire e dare centralità nel recupero della piazza alle facciate di buona qualità architettonica degli edifici, che fanno da quinta urbana alla piazza (il palazzo della Filanda, San Rocco, il Collegio Pio, il Duomo…). La loro sostituzione risulta necessaria anche in coerenza al fatto che la piazza avrà un asse complanare con le strade contigue e questa scelta di eliminare il gradino della piazza – qualificante per una maggiore fruibilità pedonale di questo luogo pubblico e per l’abbattimento delle barriere architettoniche – avrebbe portato ad un danno irreparabile all’apparato radicale degli stessi, già compromesso nel corso degli anni. Operazioni di trasferimento degli stessi dalla Piazza ad altri luoghi – ipotesi approfondita in fase di studio propedeutico- sono state scartate per un’eccesiva onerosità a carico delle casse pubbliche e per una scarsa percentuale di sopravvivenza nel corso degli anni futuri degli alberi trasferiti.

La sostituzione prevederà (come da prescrizione associata al parere favorevole della Sovraintendenza al recupero complessivo) anche per dare continuità e inquadramento ai portici del palazzo della Filanda, la messa a dimora nei lati lunghi della piazza di un doppio filare di frassini (specie orniello): piante autoctone che, come recita il piano strutturale del verde, sono coerenti per dimensioni e caratteristiche a tale luogo pubblico.
Sulla correttezza dell’operazione di sostituzione, credo, secondo quanto è dato di sapere, si sia espressa favorevolmente anche la Guardia Forestale, attivata in funzione ispettiva in avvio dei lavori. Invece sul cattivo stato di salute dei 70 lecci, credo che sia significativo, oltre alla relazione dell’agronomo posta a corredo del progetto, anche il progressivo abbattimento di alcuni di essi per motivi fito-sanitari, circa 40 nel corso del recente passato, dovuto a problemi di sicurezza e patologie certificate da professionisti specializzati.
Per coloro che invece chiedevano il mantenimento dell’alberata, con possibilità di reimpiantare le essenze abbattute in passato, va osservato che gli alberi reimpiantati non avrebbero trovato posto e spazio per il loro apparato radicale, poiché le specie presenti hanno via via occupato gli spazi vitali nel sottosuolo in modo completo. Tutto ciò è stato frutto di un lavoro di riflessione politica e tecnica che, nel corso del quinquennio amministrativo appena concluso, ha visto diversi passaggi di confronto e consultazione in ambito istituzionale (commissioni consiliari competenti) ed in incontri pubblici.

Va da questo punto di vista anche registrato che l’operazione di sostituzione degli alberi verrà completata, come recitano le norme vigenti in materia, con la compensazione concretizzata con la piantumazione, specifica per questi abbattimenti, di oltre 120 alberi in ambito comunale (nei pressi della complanare), che non sono quelli già compresi nella realizzazione dei parchi a Saline e Cesanella.

Ci piace anche la progressiva pedonalizzazione del centro storico nelle vie attorno alla piazza (coerente con il modello di mobilità cittadina, che con la complanare vede la possibilità di ampliare le zone riservate a pedoni e biciclette nelle zone strategiche della città e nei quartieri residenziali); il mantenimento della funzione a mercato e a parcheggio – mediata con alcune categorie che vivono e operano nel centro storico – che rimarranno nel corso dei prossimi anni in attesa di valide soluzioni alternative; i materiali utilizzati (arenaria e calcare bianco) tipici del centro storico cittadino e l’arredo urbano scelto, che sarà posizionato a corredo.
Valida ci sembra anche l’ipotesi di pedonalizzare la parte centrale della piazza, che sarà destinata in modo riservato e confortevole agli eventi pubblici che troveranno sede a San Rocco e ai riti religiosi, che saranno celebrati in Duomo.

Molto si sta dicendo sulla presenza degli stemmi papalini. Non volendo aggiungere altro al dibattito e lasciando le istituzioni nella possibilità di fare ponderate riflessioni sulla questione, va sottolineata che la scelta dei progettisti è dovuta al fatto di voler ricordare che l’ampliamento settecentesco della città (in questo punto) e la realizzazione di gran parte degli edifici stessi che circondano la piazza si deve all’opera di Papa Lambertini e di Papa Pio IX, in momenti diversi. Con la stessa logica è stato inserito lo stemma dei Della Rovere nella pavimentazione riqualificata della parte di città edificata dagli stessi, in zona adiacente alla Rocca roveresca.

Ottima la collaborazione con Sovraintendenza e Università per condurre le necessarie indagine archeologiche nella fase di esecuzione dei lavori, al fine di avere un panorama quanto più completo della Senigallia sotterranea. Siamo altresì convinti di aver fatto bene, con l’ausilio importante della sezione locale di Italia Nostra, ad avere superato il progetto preliminare redatto dal prof. Mariano, che ci sembrava invece avulso dal contesto storico cittadino. Dubbi e perplessità, che sono emerse su questioni minori, saranno valutate e indirizzate – nel lavoro collegiale con le altre forze politiche presenti in Consiglio e in Giunta – dai rappresentanti istituzionali di nuova elezione e nomina de La Città Futura.

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Simone Ceresoni
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