Stile balneare

marzo 20 11:27 2012 Stampa questo articolo

di Carlo Girolametti

 

 

 

Come consigliere comunale della Città Futura, a settembre del 2011, avendo avvertito il fenomeno dell’esplosione del lavoro a chiamata, feci una interrogazione chiedendo di conoscere il numero e la tipologia dei contratti di lavoro utilizzati nella stagione turistico-balneare e, di conseguenza, che cosa intendesse fare l’amministrazione comunale per arginare il fenomeno, particolarmente concentrato nel periodo estivo, della elusione/evasione contributiva e fiscale.

 

Dall’interrogazione, tramite l’assessore alle attività economiche Paola Curzi e assieme al suo impegno concreto sul tema, è venuto l’input a Massimiliano Giacchella, consigliere comunale delegato dal sindaco alle questioni del lavoro, ad approfondire l’argomento. Ne è scaturito un ampio e dettagliato studio  che consente una prima focalizzazione sul lavoro stagionale legato al turismo e da cui è possibile trarre alcune considerazioni che ritengo importanti.

Emerge innanzitutto un dato drammatico: nel 2011 solo il 9% dei nuovi contratti di lavoro sono stati a tempo indeterminato. Per quanto riguarda il lavoro a chiamata invece salta agli occhi come negli ultimi 3 anni il numero di questo tipo di contratti sia più che quintuplicato. Ebbene, è addirittura del 72% la percentuale del lavoro a chiamata che riguarda alberghi e ristoranti (addetti alle camere, receptionist, cuochi, aiuto-cuochi, camerieri ecc.) e questo a scapito del più garantito e controllabile lavoro a tempo determinato estivo.
Non è strano che la maggior parte di questi contratti vengano registrati nel mese di aprile, ad inizio attività, è molto strano invece che non vengano sostituiti da contratti a tempo determinato nel pieno della stagione e che si prolunghino, per la gran parte, sino a settembre. Se ciò corrispondesse al reale utilizzo degli addetti segnalerebbe una vera catastrofe: un crollo verticale delle attività del settore turistico. Ovviamente non è così, e per fortuna. Infatti tutto ciò contrasta, e stride, coi dati delle presenze turistiche di Senigallia in costante aumento negli ultimi anni. Contrasta con l’incremento prevalente nei periodi di bassa e media stagione. Contrasta soprattutto con quello che ogni cittadino senigalliese avrà visto passeggiando in centro e sul lungomare da aprile sino a tutto settembre.
Per quanto riguarda gli stabilimenti balneari è palese come siano, mediamente, una buona fonte di reddito per i titolari. Per contro l’occupazione che generano è davvero poca, basti pensare che, negli ultimi anni, nei circa 140 stabilimenti senigalliesi, gli occupati con contratto a termine sono stati circa 70 per anno.  Fa eccezione il 2011, anno in cui sono quasi raddoppiati, ma solo grazie all’esplosione proprio dei contratti a chiamata. Viene il dubbio quindi che questo tipo di contratti siano spesso scelti perché consentono, assieme a una regolarizzazione solo formale, una facile elusione contributiva e fiscale. Questo è doppiamente grave: il lavoratore che non raggiunge almeno i 78 giorni lavorativi non matura infatti il diritto alla disoccupazione, impoverendosi quindi sempre di più.
Ci auguriamo che l’annunciata maggiore attenzione dell’amministrazione comunale a questo tema e l’assunzione di una nuova unità di polizia municipale, finalizzata proprio alla prevenzione dell’evasione fiscale, servano ad indurre comportamenti corretti  in un settore che a Senigallia è diventato quello trainante. In un momento di grande difficoltà il principio dell’equità diventa un obbligo morale e retribuire correttamente i propri dipendenti diventa anche un modo concreto di far ripartire l’economia.

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