Sfidare la crisi con un economia ecologica e solidale

marzo 24 16:05 2012 Stampa questo articolo

Intervista a Paola Curzi assessore alle attività economiche di Senigallia

(rilasciata il 2 febbraio 2012)
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di Roberto Primavera

e Leonardo Barucca

 

L’assessore Paola Curzi ha le deleghe alle Pari Opportunità, alla Partecipazione, alle Attività Economiche. Tutte e tre molto importanti ovviamente, tanto che ognuna meriterebbe un intervista specifica. Ci concentriamo con questa intervista solo su una delle tre: la delega alle Attività Economiche.

1) L’assessorato alle attività economiche
2) Limitazioni per le sale gioco
3) Botteghe Vs Supermercati, il Centro Commerciale Naturale
4) Il Distretto di Economia Solidale
5) La dimensione sovracomunale
6) Pane Nostrum, Cucine di Borgo
7) I G.A.S (Gruppi di Acquisto Solidale)
8) La Fiera dell’Agricoltura Biologica
9) A come agricoltura
10) La Fiera di Sant’Agostino, il commercio ambulante
11) La Fiera Campionaria
12) Gli ambulanti di piazza Simoncelli
13) Turismo, economia, imposta di soggiorno
14) C’era una volta … il manifatturiero
15) Bilancio Partecipativo: una promessa da mantenere
 
 

1) L’assessorato alle attività economiche

Innanzitutto vorremmo sapere quali sono le competenze e i poteri dell’as­sessorato alle attività economiche, di quali strumenti e di quali risorse, sia umane che finanziarie, dispone.

La delega alle attività economiche è in effetti, delle tre, la più impegnativa, perché dal punto di vista economico e sociale il territorio è complesso oltre che abbastanza vasto. Le risorse economi­che sono molto limitate, ci aggiriamo tra i 150.000 – 180.000 euro. Risorse che vengono impiegate per finanziare e or­ganizzare eventi, per realizzare progetti di promozio­ne anche attraverso contributi alle imprese. Anche la struttura organizzativa dell’assessorato è estremamente limitata, l’area sviluppo economico comprende un ufficio SUAP (Sportello Unico per le Attività Produtti­ve), un ufficio Commercio e un ufficio Demanio, e vede la presenza complessivamente di sette dipendenti oltre il Dirigente. Nell’ambito della progettazione e dello sviluppo di temi non abbiamo persone che lavorano in compartecipazione con l’assessore.

Per quanto riguarda le competenze c’è innanzitutto la parte amministrativa. L’ufficio commercio, anche a seguito del recente decreto del governo Monti sulle liberalizzazioni, mette in campo tutte le azioni di snellimento, facilitazione e ridu­zione dei costi amministrativi per chi ini­zia una nuova attività. L’amministrazione interviene, esplica il suo ruolo, attraverso progetti che sono politici e che derivano dal programma di coalizione e dalle linee di mandato, per esempio progetti di inse­rimento, di economia sostenibile, di redi­stribuzione tra grande e piccola distribu­zione, ambito nel quale occorre svolgere una funzione equilibratrice …

Che significa funzione equilibratrice?

Da una parte abbiamo la grande distri­buzione, realtà già presenti, i due grandi centri commerciali, quello del Molino e quello del Maestrale, più altre attività della distribuzione media, che hanno un ambito territoriale abbastanza ampio. Dall’altra abbiamo invece la piccola di­stribuzione, dislocata non solo nel centro storico, anche in tutte le zone periferiche e in maniera abbastanza capillare e uni­forme. Il ruolo dell’amministratore è in­nanzitutto quello di avere una linea po­litica. Nel nostro caso puntiamo alla valo­rizzazione del territorio e quindi abbiamo fatto la scelta, ormai da anni, di fermarci ai due grandi centri commerciali esisten­ti: non c’è alcuna intenzione di ampliare lo spazio per la grande distribuzione. La riqualificazione del centro storico, che so­prattutto negli ultimi 10 anni ha generato qualità del nostro tessuto cittadino, và letta anche in questa ottica.

Per quanto riguarda gli strumenti di intervento quello principale è il dialogo. L’assessore alle attività economiche ha una moltitudine di interlocutori. Innanzitutto le associazioni di categoria che, nell’am­bito dell’artigianato, del commercio, dell’agricoltura, del settore turistico ecc., sono gli interlocu­tori che costantemente interagiscono con l’amministrazione. Per singoli temi specifici accanto alle associazioni intervengono rappresentanze di operatori  per affrontare singole questione, talvolta però capita che l’operatore singolo venga diretta­mente dall’amministratore. E’ un dialogo importante che serve a cogliere quali sono gli stati di difficoltà. In più c’è una parte propositiva: hanno delle idee, ti vo­gliono sottoporre i loro progetti, mentre ti fanno capire quali sono le difficoltà che riscontrano suggeriscono quali possono essere le azioni migliorative rapportate al loro settore e al territorio dove è inse­diata la loro azienda. Però è chiaro che i progetti devono essere progetti unitari e quindi devono avere un loro percorso condiviso tra tutti. Per questo l’azione che è stata messa in campo è quella del Tavolo Permanente di Confronto, che ci permette costantemente, e su ogni tema, di coinvolgere le associazioni di categoria assieme ai singoli operatori interessati.

Dal punto di vista strettamente ammi­nistrativo, anche alla luce delle ulterio­ri liberalizzazioni del governo Monti, all’Amministrazione Comunale cosa resta?

Si svuota il ruolo del politico e quindi di un progetto di città, soprattutto in ambi­to economico. Per esempio riguardo agli orari: noi avevamo la possibilità, attraver­so un’ordinanza del Sindaco, di stabilire quali erano le deroghe, cioè le aperture domenicali, concordandole con le asso­ciazioni. Il decreto sulle liberalizzazioni praticamente ci impone che per tutte le 52 domeniche si possa tenere aperto e con orari di 24 ore su 24. Quindi l’in­cidenza del comune è minima. Il ruolo dell’amministrazione allora è quello di mettersi attorno a un tavolo, che è ap­punto il Tavolo Permanente di Confron­to, con le associazioni di categoria. Sap­piamo perfettamente che né la grande distribuzione né, tantomeno, la piccola, hanno vantaggio a tenere aperto tutte le domeniche, festività comprese e 24 ore su 24. Abbiamo quindi definito un “patto tra gentiluomini”, dove l’amministrazione deve cogliere le difficoltà soprattutto dei piccoli esercizi, che sono perlopiù gestiti a conduzione fami­liare.

Dunque l’amministrazione svolge un ruolo di mediazione e persuasione, per giungere a forme di autoregolamenta­zione. Però se la grande distribuzione, o chiunque altro, decide di tenere aperto tutte le domeniche sappiamo che non è prevista alcuna sanzione.

2) Limitazioni per le sale gioco

Altro esempio: il  progetto che  ho presentato per la regolamentazione delle sale gioco. Abbiamo regolamentato la loro diffusione, eliminandole dal centro storico e dalle vicinanze dei luoghi più  sensibili, quindi dando un segnale importante: l’amministrazione, questo tipo di attività economiche vuole tenerle il più lontano possibile. Dall’altro lato  abbiamo che queste attività spesso sono grandi sale che non passano da un’autorizzazione comunale, devono avere solo l’autorizzazione della Prefettura, per cui noi potremmo anche non conoscere la nuova apertura di una sala giochi. Diciamo che i 20 anni del governo Berlusconi hanno generato anche un potere in ambiti dove noi non ci riconosciamo. E oggi dobbiamo arginare questi temi anche in queste difficoltà, c’è un tessuto sociale in grande difficoltà, e il nostro potere davvero talvolta si riduce a pochissimo.

Questo provvedimento sulle sale giochi qualche polemica l’aveva anche suscitata. La critica principale è che sembra un provvedimento in un certo senso moralistico, anche il fatto di espellere queste attività dal centro storico ha suscitato perplessità: perché in periferia si, se non va bene nel centro o nei luoghi più frequentati? Anzi, l’obiezione è proprio che si rischia di aggiungere degrado in zone poco sorvegliate e frequentate. Non sarebbe meglio tenere queste attività dove almeno sono sotto gli occhi di tutti?

Questa riflessione è stata fatta, queste obiezioni ce le siamo poste anche noi e le abbiamo  valutate. Innanzitutto le limitazioni sono: centro storico tutto, nel resto del territorio distanza minima di 500 metri dai luoghi sensibili: tutti gli istituti scolastici, chiese e luoghi di culto in generale,  ospedali e case di cura. La eliminazione da tutto il territorio comunale, cosa che io avrei voluto caldamente, ci avrebbe esposto purtroppo a ricorsi immediati delle grandi attività, nazionali e multinazionali. E poi consideriamo che lo stato sui giochi d’azzardo percepisce un incasso che corrisponde al 3% del PIL, quindi andare ad incidere su un settore che viene garantito da norme nazionali ovviamente diventa molto difficile. In aggiunta oggi con internet si può giocare d’azzardo  stando tranquillamente a casa propria. Quindi, se per il centro storico, per non snaturarlo, si è trattato di porre un freno alla tendenza alla proliferazione di questi locali, complessivamente questa ordinanza ha valore soprattutto come segnale politico, è un indirizzo culturale e pedagogico che l’amministrazione, facendosi interprete di una sensibilità prevalente della città, ha voluto dare: il gioco d’azzardo e le sale giochi non ci piacciono.

3) Botteghe vs supermercati, il Centro Commerciale Naturale

Riprendendo il tema “grande contro piccola distribuzione, supermercati contro botteghe”: secondo uno studio della CGIA di Mestre per ogni posto che si crea nella grande distribuzione se ne perdono mediamente 6 o 7 nel commercio tradizionale. L’amministrazione di Senigallia sta coi piccoli ci sembra di capire. Il progetto di Centro Commerciale Naturale del centro storico va in questa direzione? 

SI, il progetto che abbiamo realizzato a Natale che si chiama  Centro Commerciale Naturale, ha usufruito di un finanziamento da un bando regionale. Abbiamo concretizzato un progetto di valorizzazione del centro storico con la collaborazione delle associazioni di categoria e dei loro associati. Circa 32 attività, da corso II Giugno al parcheggio di piazza Garibaldi, hanno partecipato alla riqualificazione urbana attraverso la ristrutturazione delle proprie attività. Nel dettaglio abbiamo costituito un percorso nel centro storico che fa risaltare le bellezze monumentali e le attività commerciali allo stesso tempo. Si tratta di 28 paline (cartelli informativi)   parte collocate a ridosso dei monumenti storici e parte collocate all’inizio di ciascuna via con tutte le informazioni utili  delle attività commerciali, numeri di telefono, orari di apertura e soprattutto i siti di ogni singola attività. Il tutto tradotto anche in inglese e accessibile tramite il QR Code, inoltre abbiamo inserito  le aree Wi-Fi  comunali. Quindi un modo per mettere in rete le attività della piccola distribuzione. Anche noi, con le nostre pochissime risorse, come Comune, abbiamo partecipato attraverso la riqualificazione del foyer del teatro che, data la sua ampiezza,  potrà trasformarsi, da semplice biglietteria e luogo anonimo di passaggio, in uno spazio di incontro per le attività commerciali, per la promozione di prodotti, per la presentazione di libri  ecc., cioè uno spazio a servizio delle attività commerciali del centro storico.

A  proposito di centro commerciale naturale, non potrebbero gli esercizi del centro storico organizzarsi per fornire servizi che facciano concorrenza ai vantaggi che offre la grande distribuzione, un qualche servizio di consegna delle merci sino ai parcheggi o addirittura a domicilio, per esempio. Oppure una politica comune di buoni sconto, una fidelity card dei negozi del centro. Qualcosa del genere mi sembra sia stato fatto, ma da una sola associazione di categoria se non sbaglio.

Come si sa le organizzazioni di categoria pongono la questione dei parcheggi come elemento di grande criticità. Cioè dicono: “I consumatori non vengono in centro perché non trovano il parcheggio e se lo trovano è a pagamento.”  Io credo invece che le differenze tra grande e piccola distribuzione siano diverse,  non possono essere messe in concorrenza tra loro. I negozi del centro si devono specializzare, e molti già lo fanno, sulla qualità del prodotto, sulla professionalità, sulla vicinanza e la cura del cliente, su una serie di elementi che la grande distribuzione non ha. Lì uno arriva compra ed esce senza aver parlato con nessuno, adesso si stanno diffondendo anche le  casse automatiche, che è cosa ben diversa da ciò che trovi dal piccolo negoziante che ti rende partecipe delle sue conoscenze, ti trasferisce la sua esperienza, la sua cultura. Quindi sono ambiti completamente diversi, ogni volta che le associazioni di categoria li pongono in concorrenza io ritengo che abbiano una visione molto limitativa del commercio. Dopodiché per quanto riguarda questo tipo di servizi di consegna io penso che ancora la nostra città abbia una misura che faciliti il contatto diretto, se andiamo in piazza Garibaldi metà del parcheggio è vuoto, gli spazi dei parcheggi pubblici o a pagamento ci sono, è una città facilmente percorribile in bicicletta o a piedi … e poi cerchiamo di conservare il piacere delle relazioni.

Si certo, ma in certi periodi dell’anno almeno, il periodo natalizio o quello dei saldi, uno magari si carica di pacchi, scatole, buste,  sino a trovarsi in difficoltà, se ci fosse un qualche servizio di consegna, chiaramente organizzato e pagato dai negozianti consorziati tra loro.

Non è mai venuta questo tipo di richiesta da parte delle associazioni, forse ancora non c’è questo livello di unione e integrazione. Mentre per quanto riguarda  forme di promozione comune l’iniziativa c’è  ed è in crescita: stanno aderendo sempre più esercizi commerciali, si mettono in rete e facendo gruppo riescono ad ottenere condizioni vantaggiose in alcuni settori comuni come, per esempio,  premi assicurativi, vigilanza e questo può contribuire a ridurre i costi anche a beneficio dei clienti.

4) Il Distretto di Economia Solidale

E veniamo al Distretto di Economia Solidale. C’è stato anche un passag­gio importante in Consiglio Comunale l’anno scorso con un Ordine del Giorno che impegnava la giunta a produrre dei risultati entro dicembre 2011.  A che punto siamo?

Si, sul progetto per il Distretto di Eco­nomia Solidale, c’è stato un ordine del giorno. E’ un punto importante del nostro programma.

Il percorso si sta attuando, ho elaborato un progetto di sviluppo di economia sostenibile che và nella direzione del Distretto di Economia So­lidale che parte dall’esperienza dei GAS (Gruppi di Acquisto Solidale). Gruppi di persone che negli anni si sono avvicinate concretamente ai temi della sostenibilità ambientale. La funzione che l’ammini­strazione deve svolgere, a mio avviso, è quella di allargare il campo, cioè presen­tare un progetto che possa risultare il più ampio possibile, partendo ovviamente dagli operatori che su questi temi da anni lavorano. Infatti un partner importante per questo percorso è la REES Marche (Rete di Economia Etica e Solidale). Ma il coinvolgimento deve essere anche delle associazioni di categoria, delle associa­zioni sindacali, della società civile. Dai primi incontri con le associazioni di ca­tegoria, avvenuto a febbraio-marzo dell’anno scorso, ho cercato di coinvolgere anche chi sul tema della sostenibilità non ha un appeal immediato.

Cioè? Le associazioni di categoria non si sono rivelate sensibili?

Sono più legate a un tessuto economico tradizionale. Comunque attraverso tutti questi incontri con le associazioni di ca­tegoria, le associazioni sindacali e, sepa­ratamente, il settore della società civile (Rees Marche, Acli, Caritas) ho illustrato il progetto. Ho soprattutto cercato di capire quale riscontro potesse avere, quali pos­sibilità di incidere concretamente, in ter­mini di sensibilizzazione dei consumatori, di valorizzazione del territorio, di qualità e sostenibilità dei consumi. Ma anche di sostenibilità sociale in termini occupazio­nali e di inserimento di persone svantag­giate, attraverso il coinvolgimento delle cooperative sociali.

Ho notato una certa difficoltà ad entrare in questo ordine di idee. Le obbiezioni più ricorrenti sono state: “Qual è il risul­tato economico di un’azienda nel mo­mento in cui aderisce a questo progetto?” oppure: “ Qual è l’effetto? Non è che alla fine aumentiamo solo i costi rispetto ai risultati economici?”. Perché le aziende ovviamente si prefiggono il raggiungi­mento del profitto. Io credo che aderisce al progetto chi ne condivide le finalità, ne usa i sistemi e ne adotta i principi, il nostro ruolo  è proprio quello di far dialogare tutti gli attori economici presenti sul territorio insieme ai consumatori e alle istituzioni. Tut­tavia, assieme ad alcune resistenze, devo dire che ho trovato anche molte aperture. Penso soprattutto a CNA, Confartigiana­to, Confesercenti, e quindi non parliamo solo di aziende del settore agricolo o che operano nel biologico. Esistono già azien­de che hanno abbracciato una filosofia e una modalità di operare e di produrre molto attenta a questo ambito, senza rinunciare ovviamente a perseguire un buon risultato economico, anzi. Questa sensibilità si sta diffondendo, il contagio si sta allargando. Credo che ormai siamo pronti per far partire questo percorso.

Insomma la sfida vera è quella di trasferi­re la sensibilità e le pratiche di chi, come alcuni operatori del biologico per esem­pio, ha già molto chiaro il tema in ambiti dove invece questa sensibilità non è così presente. Se avessimo fatto un Distretto di Economia Solidale coinvolgendo sol­tanto i GAS e i produttori BIO, l’avremmo potuto fare, ma saremmo rimasti in una nicchia molto ristretta. Qui stanno le maggiori difficoltà ovviamente, il che for­se giustifica qualche ritardo nel percorso, ma è anche una bella sfida. Quindi allargare la base e sensibilizzare sia le aziende che i consumatori, però all’interno di paletti e parametri che devono essere abbastanza precisi, ed è per questo che il progetto prevede che ci sia un comitato etico.

Non bisogna dimenticare poi che il pro­getto del Distretto di Economia Solidale va sviluppato, e così io l’ho sviluppato, coinvolgendo anche i 12 comuni dell’am­bito territoriale.

5) La dimensione sovracomunale

La dimensione comunale vediamo che comincia a stare stretta in molti ambiti amministrativi. Anche di attività economiche è sempre più difficile ragionare in termini esclusivamente comunali. E’ sempre più evidente infatti quanto Senigallia e i comuni del Misa e del Nevola abbiano un’economia strettamente interconnessa. Ecco, questa interconnessione, che sta nella realtà delle cose e in particolare riguarda il Distretto di Economia Solidale che necessariamente la prevede, ha un riscontro anche a livello amministrativo?

Considerare Senigallia isolatamente ormai è ininfluente. Dal punto di vista economico, dal punto di vista turistico, dal punto di vista sociale e d’integrazione il riferimento deve essere l’ambito territoriale. Per questo c’è anche la difficoltà e la fatica di poter coinvolgere tutto questo territorio, tutto è demandato alla sensibilità e volontà dei sindaci e delle amministrazioni di interagire. In alcune, penso al comune di Arcevia, col cui sindaco Bomprezzi mi sono confrontata trovandolo estremamente sensibile, c’è questa attenzione alla sostenibilità del territorio, alla promozione e al sostegno delle aziende che vi operano con determinate caratteristiche. Altre amministrazioni possono non avere ancora questo tema tra le loro priorità. Perché è chiaro che noi parliamo di un settore che è ancora abbastanza di nicchia. Però non ci sono istituzioni sovraordinate dove discutere di questi temi e prendere delle decisioni. Ci sono organismi sovraordinati in diversi settori, ma non per quanto riguarda le attività economiche. Per esempio  il Co.ge.s.co., che riunisce quasi tutti i comuni delle vallate, potrebbe essere usato a questo scopo, ma solo a livello informativo, perché non ha questo ruolo. Bisogna tessere tutta una serie di relazioni, ma credo che, anche da questo punto di vista, siamo pronti a partire.

6) Pane Nostrum, Cucine di Borgo

Quindi torniamo alla domanda sul Distretto di Economia Solidale, si era detto che i primi risultati dovevano esserci entro il 2011, il risultato qual è?

Il risultato è che io il progetto l’ho elabo­rato, ora bisogna farlo partire. Comunque non partiamo certo da zero, ci sono già diverse azioni che vanno nella direzione del Distretto di Economia Soli­dale. Già da anni nelle mense scolastiche si utilizzano per il 70% prodotti biologici che provengono in gran parte dal nostro territorio. Questo, oltre ad essere un in­centivo concreto che viene dall’ammini­strazione a questo tipo di economia loca­le è uno strumento potente di sensibiliz­zazione delle famiglie e quindi di diffusio­ne di buone pratiche. Un altro esempio è la nuova impronta che abbiamo cercato di dare ad eventi già esistenti. All’interno di  Pane Nostrum quest’anno abbiamo iniziato un discorso sulla filiera corta, parlando di  Sistemi economici locali sostenibili  erano pre­senti produttori locali che partendo dalla coltivazione o dall’allevamento passano attraverso la trasformazione dei prodotti sino ad arrivare alla commercializzazione, il tutto anche con tecniche innovative e comunque supportati e indirizzati da do­centi di diverse università marchigiane.

Un altro percorso, sempre nella direzione di un economia sostenibi­le, che abbiamo intrapreso e di cui sono particolarmente orgogliosa, riguarda Cu­cine di Borgo. Una manifestazione che ho trovato quando mi sono insediata e che riunisce ben 13 associazioni diverse. Stiamo cercando, non senza difficoltà, di farla diventare una festa eco-solidale. Già l’anno scorso, in collaborazione con il Consorzio Solidarietà di Senigallia, abbia­mo introdotto prodotti bio-compostabili (piatti, bicchieri, posate), abbiamo stam­pato tutto il materiale cartaceo in carta riciclata e presso una cooperativa sociale (che ha tra gli addetti una quota di per­sone svantaggiate), abbiamo coinvolto un’altra cooperativa che accoglie al suo interno profughi minorenni che nell’oc­casione servivano il caffè equo-solidale, c’era il distributore dell’acqua pubblica, abbiamo introdotto una serie di prodotti a km 0, per esempio l’olio extravergine e la farina biologica … Ecco: c’è il caso del fornaio che ha prodotto il pane per la fe­sta con farina biologica della Terra e il Cielo e ora continua a farlo perché si è accorto che il prodotto è buono e ha successo commerciale. In­somma si possono ottenere risultati non effimeri. Ora c’è un passo ulteriore che vo­glio fare tramite una delibera di Giunta e che sto discutendo con le 13 associazioni: arrivare a una certificazione per chi par­tecipa a Cucine di Borgo in modo che il modello di festa sostenibile si diffonda e sia praticata anche in tutti gli eventi e le sagre che queste associazioni organizza­no durante l’anno.

Quindi, riassumendo, il comune agisce in due direzioni, una è quella di cercare di coinvolgere più operatori possibili, l’altra è quella di sostenere chi è già partito.

Perfetto

7) I G.A.S. (Gruppi di Acquisto Solidale)

E’ fondamentale, se aspettiamo di coinvolgere e convincere tutti non si parte mai. Ecco, ad esempio, l’espe­rienza dei GAS a Senigallia ha avuto da subito una rilevanza effettiva. In questo momento i GAS stanno soffren­do una sorta di crisi di crescita. Forse non bastano più i produttori locali, quindi bisognerebbe convincere altri produttori a passare al biologico, han­no bisogno per la logistica di luoghi di raccolta e di distribuzione dei prodot­ti che acquistano. L’amministrazione dovrebbe approfittare di questa occa­sione, questi sono partiti, l’esperienza dei GAS c’è, va sviluppata, va coltivata e va anche supportata, occorrerebbe incontrarli per capire quali sono le esi­genze. Si fa questa cosa?

Si, l’amministrazione verso questo set­tore si sta muovendo, per esempio sto appoggiando l’apertura di un’attività commerciale di giovani che sono gasisti e che vogliono aprire un punto vendita di prodotti sfusi del biologico. Quindi vanno in questa direzione anche nuove attività che si stanno aprendo nel nostro territorio, possiamo sostenerle in termini di comunicazione, in termini di diffusio­ne, ovviamente l’amministrazione non può intervenire a favore di un’attività privata con un contributo economico. Per quanto riguarda i GAS in generale allora è possibile trovargli uno spazio? Me ne sono occupata e me ne sto occupando perché la mia sensibilità e la convinzione dell’amministrazione è che dobbiamo promuovere e sostenere questo settore. Attualmente è in corso una riorganizza­zione di diversi spazi pubblici, perché si parla ovviamente di spazi pubblici, al mo­mento però non ce ne sono, l’impegno comunque c’è e ci sto lavorando.

Incontrando i gruppi G.A.S. di Senigallia che impressione ha avuto? C’è questa voglia  di mettersi insieme tra loro e c’è davvero questa voglia di crescere? In fondo crescere espone anche a dei rischi e qualcuno potrebbe anche preferire rimanere nella propria nicchia (pochi ma buoni).

Ho notato che da un lato c’è un po’ di diffidenza ad aprirsi, in alcuni soggetti c’è anche un po’ di resistenza, per esempio, rispetto al progetti di economia sostenibile ad aprirli anche ad altri operatori non Bio, e quindi un timore di perdere od annacquare un’identità forte, diciamo anche un’ideologia, sociale ed economica. E’ qui che dico che la sfida dell’amministrazione è quella di cercare di unire, sempre all’interno di quei criteri e parametri che dicevamo, di allargare e ampliare. Dall’altra non penso che siano chiusi, i GAS si stanno allargando, c’è una contaminazione anche di giovani, di nuove generazioni, coppie con figli piccoli che stanno entrando. Ecco quindi c’è questa apertura e questa crescita che io reputo molto positiva. Per questo dico che è arrivato il momento di aprirsi ulteriormente e qui l’amministrazione può svolgere il suo ruolo e dare il suo contributo a far si che questa contaminazione sia più incisiva. Legati al fenomeno GAS ci sono anche progetti economici che stanno crescendo,  penso a Banca Etica,  per esempio, che un tempo svolgeva un ruolo di nicchia e che oggi sta diventando un referente dei progetti che sono legati a questo mondo.

8) La Fiera dell’Agricoltura Biologica

A proposito di biologico ci può spiegare cosa è successo della Fiera dell’Agricoltura Biologica di Senigallia che si è sempre svolta all’interno della fiera di Sant’Agostino? Doveva essere la 25esima edizione e invece l’estate scorsa è saltata, con relativo strascico di polemiche.

Dunque io sono scevra da ogni condizionamento nel mio percorso pregresso e ho notato una cosa, già l’anno precedente e poi l’anno scorso, che ha determinato la decisione di trasferire la parte del settore biologico agroalimentare dalla Fiera di Sant’Agostino a Pane Nostrum. Era diventata una consuetudine realizzare all’interno della fiera di Sant’Agostino la fiera Bio la quale aveva, a mio avviso, raggiunto un livello di decadenza considerevole. Alla Terra e Il Cielo che è l’elemento che ha portato nel nostro territorio il salto di qualità nell’agricoltura Bio, che è tuttora in cresciuta e che ha avuto un percorso importante, va dato il merito di averla promossa 25 anni fa, però nel tempo questo evento ha perso di valore in rapportato ai costi che l’amministrazione sosteneva. L’amministrazione non può essere un’elargitrice di fondi senza un progetto e un contenuto. Forse negli anni passati le risorse c’erano, oggi le risorse non ci sono più. Quando il costo rispetto al risultato che ottieni è molto più elevato, c’è qualcosa che non va. Pane Nostrum ha una valenza a mio avviso molto ampia, anche per il coinvolgimento di enti sovraordinati, interviene la Regione, la Camera di Commercio, la Provincia, il Comune . Pane Nostrum ha ormai un  ruolo molto importante, e quell’ambito poteva essere per il settore dell’agricoltura e non solo, un’occasione di maggiore visibilità, da qui l’idea di trasferire la Fiera Bio in una manifestazione che era già strutturata. In che cosa ho sbagliato? Quando si fanno delle scelte bisogna poi assumersene le responsabilità. Io di questo trasferimento ero estremamente convinta. Le critiche sono venute non tanto sul contenuto della scelta ma sul metodo. Non è stata messa in discussione l’analisi che io avevo fatto: che nel tempo la fiera Bio era diventata solo l’occasione per 10-15 espositori di vendere i loro prodotti senza più quella spinta promozionale e propulsiva, di contaminazione e coinvolgimento di un territorio, che giustificavano il contributo dell’amministrazione comunale,  e senza che le associazioni agricole, e quelle del Bio in particolare, negli anni avessero fatto nulla per invertire questa tendenza alla decadenza. Ormai era diventata  consuetudine che il comune allestisse il tendone all’interno della Fiera di Sant’ Agostino dove i produttori Bio avrebbero venduto i loro prodotti. Quindi il mio errore è stato di metodo, io li avevo avvertiti delle mie intenzioni già a gennaio del 2011, ma poi non è stato fatto un percorso di coinvolgimento, avrei dovuto dire: “L’amministrazione non ha più queste risorse, incaricatevene voi, cercate finanziamenti regionali o nazionali , se ne esistono, per realizzarla comunque”. Per il 2012 le cose saranno diverse, e  mi ha fatto molto piacere che da parte de La Terra e Il Cielo, l’azienda storica e più affermata del nostro territorio nel campo dell’agricoltura biologica, sia  venuta l’offerta di assunzione di responsabilità per l’organizzazione della fiera Bio. Allora qui c’è una proposta di un operatore e trova l’amministrazione dall’altra parte pronta subito a sostenerla. Stiamo valutando con le associazioni di categoria degli agricoltori i particolari del progetto per valorizzare anche l’agricoltura locale di qualità non strettamente Bio, e stiamo valutando i costi. Il Comune al fianco c’è, può esserci quando c’è una logica in cui ci si confronta e si arriva a un progetto condiviso. Quello che il Comune non può più essere è l’ente erogatore, anche perché non possiamo più permettercelo economicamente.  Quindi la buona notizia è che nell’estate 2012 la Fiera dell’Agricoltura Biologica a Senigallia ci sarà.

9) A come agricoltura

E’ più di mezz’ora che stiamo parlando di argomenti che riguardano l’agricoltura, in realtà, almeno a basarsi sulla stampa locale, si vede che l’agricoltura non fa notizia,  non se ne parla quasi mai. Ci riferiamo ovviamente all‘agricoltura in generale, non solo all’agricoltura biologica. Anche quando si legge di incontri tra l’amministrazione e qualche associazione di categoria si tratta quasi sempre di commercianti, di operatori turistici, di artigiani ecc. , l’agricoltura appare come la Cenerentola della situazione, quasi un settore di serie B. Invece il Comune di Senigallia ha un territorio agricolo molto esteso e di qualità, che ha un certo numero di addetti e che quindi crea reddito e occupazione – forse è in grado di dirci anche quale sia l’incidenza dell’agricoltura dal punto di vista occupazionale – insomma ci sembra un settore economico che dovrebbe essere più presente all’attenzione della politica locale. Tanto più in riferimento alle politiche che si propone quest’amministrazione: promuovere la produzione agricola di qualità e a km 0, non consumare più territorio e contrastarne il dissesto idrogeologico, salvaguardare il paesaggio. Quali strumenti ha il suo assessorato per conoscere e capire il mondo dell’agricoltura e per interloquire con esso?

Su questa questione avete ragione, il settore agricolo non è considerato, non è percepito, come uno dei settori primari del nostro tessuto economico. Soprattutto dal punto di vista comunicativo: sono i commercianti, gli ambulanti, gli albergatori, i bagnini, gli artigiani, il settore delle costruzioni ecc. che occupano le pagine dei giornali. Il mondo dell’agricoltura è molto nascosto come settore. Invece ha rilevanza, dai dati forniti dal centro per l’impiego sugli avviamenti al lavoro negli anni 2010-2011 si vede come il settore preponderante sia stato ovviamente quello turistico-alberghiero, col 31%, ma  quello dell’agricoltura, col suo 7%, eguaglia il settore del commercio e quello delle costruzioni. Poi ovviamente molta è occupazione legata alla stagionalità, come quella del settore turistico del resto. Quindi il settore agricolo è importante, perlomeno dal punto di vista dell’avviamento al lavoro è importante quanto l’edilizia.

Ma c’è qualcosa di più, io noto che in questo periodo di crisi sul piano culturale stanno riemergendo dei valori, probabilmente perduti nei decenni scorsi, legati alla terra che riguardano le tradizioni  e l’identità di un territorio, ma anche dal punto di vista strettamente economico non è un caso se oggi chi ha risorse investe nella terra, che è un bene scarso, si investe sempre meno sull’immobile, la casa da affittare al turista per esempio, mentre si investe sempre più su terreni agricoli.

Anche la nostra amministrazione l’ha fatto. Quando ci si propone il “consumo zero di territorio” e si rinuncia alle entrate dell’ICI (IMU dall’anno prossimo), riconvertendo terreni edificabili in terreni agricoli,  è un investire risorse sulla terra in definitiva.

Esatto. Quindi secondo me questa crisi ci pone di fronte a una nuova realtà e ci cambia la visione di settori economici che dovranno avere la loro valorizzazione. Il settore agricolo la crisi la subisce da tempo. Se andiamo a parlare con gli agricoltori ci dicono “Noi sono trent’anni che viviamo la crisi, si certo ci colpisce, ma non ci coglie di sorpresa” I problemi sono noti: l’industrializzazione spinta dell’agricoltura e l’apertura dei mercati con prodotti che vengono dall’estero, spesso scadenti e sotto tutti i punti di vista, ma che tuttavia mettono fuori mercato molte nostre produzioni. Quindi questa situazione di difficoltà economica, che  è profonda ed è destinata a durare a mio parere, rimette in discussione anche un modello economico che l’agricoltura l’ha messa un po’ da parte e allora sta diventando l’occasione per riflettere su certe scelte fatte anche nel nostro territorio. Sta emergendo la necessità di ridare al settore agricolo la centralità che gli spetta.

Come?

Il Distretto di Economia Solidale per esempio è uno strumento che tende a ridare centralità all’agricoltura. Le cose che dicevamo prima: le mense scolastiche che utilizzano prodotto Bio e a km 0, Pane Nostrum, Cucine di Borgo, sono già azioni messe in campo e che vanno nella direzione di promuovere e valorizzare la produzione agricola locale. Altro aspetto è quello della promozione del mercato locale.  A questo proposito c’è un progetto della Caritas significativo. La Caritas storicamente ha un ruolo  di assistenza e di integrazione di chi si trova ai margini della società. Ebbene oggi questo ruolo sta evolvendo, per cui,  grazie a una loro disponibilità di terreni, stanno organizzando degli orti e vigneti solidali e quindi assistenza tramite l’integrazione lavorativa per la produzione e commercializzazione di prodotti agricoli. Questo per dire come, a certe condizioni, il settore agricolo può essere una risposta efficace alle situazioni di difficoltà economica e si presti particolarmente in questo periodo alla nascita di esperienze anche innovative. Occorre dare una visibilità maggiore a tutte queste esperienze e qui certo l’amministrazione può intervenire con efficacia.

A questo proposito non si potrebbe usare il sito del comune per dare visibilità alle aziende agricole del territorio, quelle che fanno vendita diretta. Sul sito della Provincia di Ancona esiste uno spazio di questo tipo dal titolo Filiera Corta Agroalimentare. E’ fatto molto bene,  si possono ricercare i produttori locali che fanno vendita diretta anche per tipo di prodotto. Certo poi bisognerebbe anche farlo conoscere, questo della Provincia è bello però non so in quanti sanno che esiste e lo utilizzano.

Si, infatti, lo conosco il sito della provincia, è fatto davvero bene. Si può fare, va fatto, ma deve essere ben strutturato e all’interno di un progetto più ampio come è appunto quello del Distretto di Economia Solidale.

Si però chi apre il sito del Comune, senigalliesi e turisti, si trova ben evidenziati alberghi e ristoranti per esempio. Perché non ci sono le aziende agricole a vendita diretta? Non è anche questo un sintomo dello scarso peso del mondo dell’agricoltura.

Si, forse. Si potrebbe fare anche subito in effetti, ma secondo me avrà più peso, visibilità ed efficacia se inserito all’interno del progetto più ampio del Distretto di Economia Solidale.

Le associazioni degli agricoltori sono un po’ “fiacche”? Le altre categorie protestano, si lamentano, chiedono, propongono, mentre quelle degli agricoltori si fanno sentire poco?

Da questo punto di vista in effetti non arrivano progetti che siano anche condivisi tra loro e che poi  propongono all’amministrazione. Forse sono molto più impegnate nel rapporto diretto coi loro associati.

Bisogna tenere conto che le decisioni importanti sull’agricoltura vengono o dall’Europa o dalla Regione.

Si certo, forse però manca la percezione sulle potenzialità delle azioni a favore dell’agricoltura locale che si stanno facendo, ne ho già  detto e non le ripeto, come per le altre associazioni ciascuna opera singolarmente e non hanno intuito che solo con una compartecipazione, pur ciascuna mantenendo la propria identità, è possibile perseguire risultati importanti e operando in questo modo possono avere un forte  sostegno  da parte della nostra amministrazione.

10) La Fiera di Sant’Agostino, il commercio ambulante

Veniamo alla  fiera di Sant’Agostino. Si ha l’impressione che, mentre da una parte tende ad ingrandirsi, dall’altra vada perdendo il suo fascino e la sua unicità. Non pensa che avrebbe bisogno di essere ripensata e riqualificata, magari arricchendola di settori specializzati e attrattivi e sfoltendo invece sia quanto non è che la replica del mercato del giovedì, sia quella specie di clonazione seriale dei furgoni che vendono panini, piadine e patatine fritte?

Più in generale il settore del commercio ambulante è quello più problematico. L’amministrazione, io in primis, di questi problemi è cosciente,  il settore nel tempo si è svilito, soprattutto nella presentazione e nella vendita dei prodotti, parte degli ambulanti storici hanno ceduto le loro attività e anche la provenienza dei prodotti è sempre più di origine estera. Noi come amministrazione siamo vincolati alle autorizzazioni,  che sono decennali, quindi non possiamo andare a modificare, nemmeno i settori di riferimento. Anche nella logica di ripristinare una sorta di fiera franca …

Sta parlando del Fiera?

Sto parlando sia della Fiera che dei mercati in generale

Hanno tutti delle autorizzazioni decennali?

Si, noi abbiamo il mercato del giovedì, il mercato giornaliero di Piazza Simoncelli e la Fiera di Sant’Agostino, poi ci sono i mercatini natalizi, gran parte di questi ambulanti hanno delle autorizzazioni decennali che scadranno nel 2015-2016, per cui prima di quella data non è possibile fare nessuna modifica o trasformazione, perché andremmo contro diritti acquisiti da autorizzazioni concesse anni fa.

Certamente  la Fiera di Sant’Agostino avrebbe bisogno di una riqualificazione attraverso uno studio e una progettualità, però, ad oggi,  non riusciamo a metterla in campo.

Nemmeno la possibilità di dividere le zone per settore merceologico, forse ancora un po’ c’è, ma l’impressione è che si sia mischiato un po’ tutto

Non c’è più. E’ un grande mercato del giovedì e ha perso il valore che aveva.

Queste licenze scadranno tutte insieme in blocco?

Si, perché sono state concesse insieme.

Da un certo punto di vista è meglio, perché se scadessero un po’ per volta sarebbe più difficile intervenire.

Esattamente, in gran parte si. Poi ci sono gli spuntisti, cioè quelli che non hanno un posto fisso e che nel momento in cui si crea un vuoto la mattina stessa possono occuparlo, ma per il resto sono autorizzazioni decennali.

Quello che bisogna fare è cominciare a ragionare, col coinvolgimento delle associazioni di categoria, con gli ambulanti stessi, soprattutto con quelli di Senigallia tra quali noto questa sensibilità, anche se sono rimasti in pochi. Se guardiamo agli ambulanti di piazza Simoncelli per esempio vediamo che tra loro i senigalliesi saranno rimasti un 30%. Comunque un tavolo per cominciare a ragionare sulla riqualificazione della Fiera di Sant’Agostino bisognerà istituirlo, per arrivare preparati a queste scadenze e comunque noi qualche idea l’abbiamo.

Quello che si sta facendo intanto è non abbassare la guardia sulle normative in modo da scoraggiare un ulteriore svilimento del commercio ambulante, per esempio gli ambulanti sono soggetti alla presentazione del DURC (Documento Unico di Regolarità Contributiva) …

La Lega qualche settimana fa lamentava appunto la mancanza di questi controlli e faceva riferimento proprio al DURC, secondo loro, e secondo la loro logica, questa mancanza di controlli avrebbe sfavorito gli ambulanti italiani nei confronti degli immigrati.

I controlli si fanno, eccome,  solo che sono anche gli italiani ad avere difficoltà, anzi a volte più gli italiani che gli stranieri.

Comunque per arrivare in futuro a un progetto di qualità abbiamo bisogno intanto di non far proliferare un commercio ambulante privo di alcuni requisiti minimi.

D’accordo, quindi quando nel 2016 scadranno queste licenze l’amministrazione di Senigallia ci arriverà preparata con un progetto di ristrutturazione della Fiera.

Si,  ci deve arrivare preparata, quantomeno spingendo alcuni settori.

E se non sarà più lei l’assessore lascerà comunque in eredità degli studi?

Si … sulla questione Fiera di Sant’Agostino confesso di non averci ancora messo mano, però stanno emergendo idee che potrebbero svilupparsi in un progetto da attuare nel prossimo  futuro …

Bene, allora la prendiamo come una promessa:  dopo che sarà partito il Distretto di Economia Solidale metterà mano alla Fiera.

(occhi al cielo e sorriso) …

11) La Fiera Campionaria

E la Fiera Campionaria invece? Le piace? Non le sembra che nonostante sia ormai un esperienza pluriennale, continui a non convincere. Poco o niente caratterizzata, sembra che manchi di una forte ragion d’essere, di un’intrinseca necessità, ed è vissuta come un qualcosa di posticcio, di studiato a tavolino e senza anima.

La Fiera Campionaria è un’appendice della Fiera di Sant’Agostino, o meglio, avendo una durata molto più lunga, è una sua estensione. E c’è stata da subito appena ci siamo insediati, sia da parte mia che del Sindaco, l’idea di trasferire la Fiera Campionaria in un altro luogo più decentrato. Dandole un’impostazione di maggior legame con le aziende del territorio e indirizzandola soprattutto verso il campo della Green Economy, quindi anche una caratterizzazione più specifica e settoriale nella direzione dell’economia sostenibile. Degli spazi li abbiamo anche individuati, ma questi spazi hanno bisogno di opere infrastrutturali per renderli adeguati ad accogliere una fiera. Purtroppo le risorse non ci sono al momento. Ma la necessità di un cambiamento per quanto riguarda la Fiera Campionaria l’abbiamo individuata da subito, tant’è che si rinnova di anno in anno la convenzione con gli organizzatori che è l’Expo Marche la quale riunisce al suo interno CNA e Confartigianato.

Si in effetti guardando la brochure dell’ultima edizione si scoprivano molti espositori non del territorio. Capisco se si fa una fiera specializzata sulla Green Economy, per esempio, allora avrebbe senso allargare gli inviti a tutta Italia e oltre, ma impostata così, che c’entra il ristorante argentino, per dirne una.

La maggior parte degli espositori sono del territorio ed è una manifestazione che apprezzano. Poi ci sono alcune consuetudini nate venti anni fa che dal punto di vista organizzativo vanno avanti per inerzia. Ovviamente è anche una questione di riscontri economici, anzi quest’anno ci sono state delle difficoltà per far pagare il posteggio ad alcune aziende. La centralità della posizione chiaramente ha un valore, loro vorrebbero rimanere a ridosso del centro storico, perché garantisce automaticamente un’affluenza di pubblico elevata. Però il tema è: o si riesce a sviluppare una fiera con degli spazi e delle strutture adeguate o sennò rimane un’estensione della Fiera di Sant’Agostino.

12) Gli ambulanti di piazza Simoncelli

Tornando a parlare del commercio ambulante a che punto è il lungo braccio di ferro con gli ambulanti di piazza Simoncelli per convincerli a spostarsi in via Carducci.  Recentemente abbiamo letto sui giornali che forse diventerà un mercato itinerante? E’ stato raggiunto un accordo?

L’accordo non si trova, bisognerebbe fare un azione di forza, tanto loro da li non si vogliono spostare. L’alternativa su cui sto lavorando, per il momento un ipotesi, è quella di inserirli lunedì mercoledì e venerdì in via Oberdan, zona Politeama Rossini. Quella è una zona a traffico limitato dove possono parcheggiare solo i residenti, che sono pochi e possono parcheggiare ovunque, e nel contempo si và a  liberare piazza Simoncelli per essere utilizzata  a parcheggio al servizio delle attività del centro tutti i giorni e questo sarebbe un bel risultato. Gli ambulanti di piazza Simoncelli sono 26 il martedì e il sabato e 10 gli altri giorni, sono rimasti in pochi proprio per i problemi che dicevamo: crisi economica,  DURC,  ecc.

E via Carducci?

In via Carducci non ci sono voluti andare e a questo punto è un discorso chiuso, mi verrebbe quasi da dire meglio così.  Perché ormai via Carducci si sta riqualificando, stanno aprendo nuove attività. Evidentemente  il lavoro e gli investimenti fatti negli anni precedenti dall’amministrazione cominciano a dare i loro frutti ed è un impegno che continua, per esempio l’estate scorsa abbiamo realizzato il cinema per i bambini che ha trovato un’accoglienza incredibile. Quindi anche via Carducci è pronta ad accogliere eventi, penso a come è diventata uno spazio attrattore all’interno del Caterraduno per l’iniziativa di Legambiente.

Dunque, tornando agli ambulanti di piazza Simoncelli, il lunedì, mercoledì e venerdì in via Oberdan, il martedì invece mi sarebbe piaciuto farli andare alle Saline. Il mercato potrebbe essere anche itinerante, in alcuni quartieri che hanno, come alle Saline, un territorio di riferimento molto ampio e popolato che è un discorso che vale anche per il quartiere del Vivere Verde. Quindi l’ipotesi è: centro storico, quartieri Saline e Vivere Verde e il giovedì sempre piazza Simoncelli all’interno del mercato settimanale. Loro questa ipotesi però proprio non l’accettano, vogliono rimanere in piazza Simoncelli e basta. Io la proposta comunque appena pronta la porterò per essere discussa.

Ne sono rimaste solo 10 di queste bancarelle ha detto. Un mercato stabile di questo tipo è un’attività economica che ha un futuro o è residuale?  Nelle altre città come va?

Io penso che sia residuale, non vedo un futuro stante l’offerta merceologica. Ci sono molti comuni che incentivano molto il commercio ambulante, noi non facciamo questa politica, certo anche l’adeguamento delle tariffe di occupazione di suolo pubblico, che tante polemiche ha suscitato, segnala il fatto che noi non andiamo a incentivare questo settore con nuove estensioni di aree.

Ma il centro storico non è più bello e più vivo con la presenza di mercati?

Il mercato del giovedì c’è e ci sarà sempre, compresa piazza Simoncelli.

Non dico un giorno alla settimana, dico tutti i giorni: andare in centro la mattina e trovare anche le bancarelle. Non potrebbe essere una cosa piacevole?

Potrebbe essere una cosa piacevole nel suo spazio, non necessariamente in piazza Simoncelli.  Può essere sempre in centro storico, all’interno della nostra cinta muraria, come poteva essere via Carducci e come potrebbe essere a questo punto via Oberdan. Il problema sorge per il martedì e il sabato quando sono 26, dove li posizioniamo quando sono 26? Potrebbe essere di nuovo piazza Simoncelli, ma a questo punto anche i residenti non capirebbero più quando è libero e quando togliere le macchine, creeremmo confusione. Per questo l’idea era per il martedì e il sabato di renderlo itinerante nelle zone Saline e Vivere Verde.

Certo si pone anche un problema di qualificazione, anche estetica direi, di queste attività. Oggi l’impressione che fanno, anche guardando le merci che vendono, è un po’ triste. La stessa politica delle tariffe tende a fare selezione in questo senso forse?

E si, è spiacevole a dirsi, ma esiste anche questo aspetto. Del resto sono gli ambulanti senigalliesi che hanno venduto le licenze ai cinesi, oggi questi soffrono, per cui noi ci rendiamo conto di andare a toccare anche realtà che stanno vivendo un grande disagio, è un tema anche questo molto delicato.

Il mercato della mattina al Foro Annonario invece è carino e forse potrebbe crescere.

Esatto, l’ho voluto  spostare al centro della piazza, perché secondo me era brutto vederli dislocati un po’ sotto, un po’ fuori, uno qua, uno là, ma ho dovuto lottare, non è stato semplice però poi hanno compreso che stare al centro di quella splendida piazza li avrebbe fatti emergere di più. Il prossimo passaggio è la riqualificazione dei loro ombrelloni e su questo sono convinti anche loro, ma la cosa piacevole è che sono riuscita a costruire  un bel rapporto il che ci aiuta ad affrontare sempre insieme le varie criticità che possono presentarsi.

Il mercato del Foro Annonario era una cosa che si era quasi persa e che ora si sta ricostituendo quindi. Ci sono produttori locali? Quello sarebbe storicamente il luogo deputato dei produttori locali.

Si, ci sono produttori locali il martedì, il venerdì ed il sabato, ma andremo ad intensificarne la presenza,  perché ci sono richieste e anche dalla parte dei consumatori c’è un ritorno al mercato dell’orto-frutta.

13) Turismo, economia, imposta di soggiorno

L’attività economica trainante di Senigallia, come si sa, è il turismo. A Senigallia il turismo ha un assessorato tutto suo, che, dopo le dimissioni di Colocci, è gestito ad interim dal Sindaco. Come assessore alle attività economiche non si sente dimezzata da questa situazione, oppure sul turismo ha voce in capitolo anche il suo assessorato?  In un intervista di inizio mandato a Vivere Senigallia lei parlava dell’intenzione di creare una “Consulta del turismo”. Si è costituita questa consulta? Funziona? Ha prodotto dei risultati?

L’assessorato ai turismi attualmente è assunto dal Sindaco. In realtà non mi sento né dimezzata né isolata, perché nel tavolo di confronto con le associazioni operiamo sempre congiuntamente, perché il turismo incide sull’attività economica e quindi coinvolge il mio assessorato, come coinvolge, per esempio quando parliamo dell’imposta di soggiorno, l’assessorato al bilancio. Quindi si interagisce sempre tra più assessori, l’impegno e le responsabilità sono trasversali. Il settore turismo è del resto il settore economico principale, questo ormai lo sappiamo, abbiamo verificato dati alla mano che Senigallia è una città turistica,  soprattutto nel 2011 con un afflusso di turisti considerevole, sia di presenze presso le strutture ricettive che di turismo pendolare giornaliero. Questo crediamo che stia avvenendo anche grazie alla progressiva intensificazione negli ultimi 10-12 anni dell’intervento dell’amministrazione, già dalla precedente ma questa amministrazione lo ha intensificato ancora di più,  che ha investito sul turismo, soprattutto con la politica degli eventi, Caterraduno, Summer Jamboree, Pane Nostrum, per citare solo i più importanti, perché ha ritenuto che questi eventi siano elementi di forte attrazione. Questo lo recepiscono anche le attività economiche, strutture ricettive, ristoranti, bar, attività commerciali, i nostri lungomare e il centro storico sono stati invasi dai turisti durante l’estate. Molti imprenditori si stanno adoperando per ristrutturare le proprie attività.  Sono molte le strutture alberghiere che si adoperano per elevare il livello qualitativo dell’ospitalità e certamente l’introduzione dell’imposta di soggiorno rende più critici  gli albergatori nei confronti dell’amministrazione. Ma anche qui c’è stata una disponibilità al dialogo dell’amministrazione, innanzitutto ad uniformarsi alla maggioranza delle altre città turistiche, ovviamente non possiamo applicare imposte molto diverse, e poi dobbiamo considerare che c’è tutto un indotto:  commercio, artigianato, produttori agricoli ecc. ecc., è tutto collegato, parlare di turismo significa parlare della nostra economia. La Consulta del Turismo abbiamo valutato che poteva diventare un organismo troppo formale e rigido, noi abbiamo bisogno di organismi molto snelli in questo ambito, per cui abbiamo optato per  il Tavolo Permanente di Confronto che svolge la funzione anche di Consulta del Turismo, dove settimanalmente ci si incontra con le associazioni di categoria, di volta in volta supportate dai loro aderenti, operatori di settori specifici in relazione ai temi che trattiamo.

Le associazioni di categoria interagiscono tra loro o persistono le vecchie diatribe tra i vari settori: bagnini, albergatori, ristoratori …

Ogni associazione, pur rappresentando il mondo economico in generale, magari ha una presenza maggiore di un certo settore, di una certa categoria, rispetto alle altre. Il confronto c’è sempre e c’è un clima abbastanza sereno e costruttivo. In un momento così tragico è inutile farsi la guerra sia tra associazioni e amministrazione che tra associazione e associazione, dobbiamo cercare di convergere verso un obbiettivo comune. La coscienza che Senigallia è una città turistica perché ci sono gli alberghi, ci sono gli stabilimenti balneari, ci sono i ristoranti, c’è un territorio con le sue colline e i suoi borghi, c’è un centro storico, quindi hanno capito che occorre mettersi in rete e lavorare insieme. Alcune frizioni ancora ci sono, l’amministrazione ha proprio questo ruolo: far comprendere a tutti che ognuno deve fare la sua parte. Mi sembra che stiamo andando in questa direzione. Non da ultimo i provvedimenti che si stanno applicando vanno in questa direzione: la tassa di soggiorno, ormai ce l’hanno tutte le città, la moduleremo insieme alle altre città vicine. Se ne sta discutendo all’interno del tavolo dell’ANCI dove il nostro Sindaco è una delle figure più significative, anche perché Senigallia è una delle città più importanti della regione Marche dal punto di vista turistico.

Quindi l’orientamento che sta emergendo è che tutte le città la metteranno?

Si perché intanto penso che nessun altro comune della regione Marche abbia approvato il bilancio di previsione entro la scadenza del 31/12, noi siamo gli unici, e siamo gli unici quindi a sapere cosa significano i tagli e soprattutto a conoscere gli effetti del patto di stabilità sul nostro bilancio. E qui va dato merito all’assessorato al bilancio per lo straordinario lavoro che ha fatto,  attraverso il quale, grazie al bilancio approvato, siamo in grado, ogni assessorato, di poter valutare con cognizione di causa e di sapere su quali voci abbiamo la possibilità di incidere. Che poi le voci si riducono sostanzialmente a tassa di soggiorno, tassa di scopo, IMU, alienazione dei beni immobili e riduzione delle spese, non c’è altro.

L’introduzione della tassa di soggiorno è una scelta quasi obbligata a suo parere.

Si, non so dove si possano trovare altrimenti le risorse, tra l’altro l’alienazione dei beni immobili, col mercato immobiliare stagnante, incontra grosse difficoltà.

Avrà lo scopo di finanziare la promozione turistica, gli eventi e le manifestazioni?

Esattamente, il nostro sforzo però è quello di far contribuire tutte le attività economiche, proprio per il motivo che spiegavo prima: Senigallia è una città turistica e tutta la sua economia beneficia del turismo. Pur sapendo che saranno ulteriori sacrifici tutti devono partecipare all’obbiettivo finale di rendere la città il più accogliente possibile.

Come?

Gli operatori già lo sanno: attraverso la modulazione dell’IMU, che è l’imposta che sostituisce l’ICI, che potrà permettere la compartecipazione di tutti, stiamo lavorando su questo strumento.

Quindi meno imposta di soggiorno e più IMU per far partecipare tutte le categorie economiche  e alleggerire il peso sulle strutture ricettive?

L’IMU è una forma di imposta patrimoniale e certamente l’imposta di soggiorno avrebbe avuto più senso se l’amministrazione avesse potuto applicarla ai ristoranti, ai bar, agli stabilimenti balneari, invece incide esclusivamente sulle strutture ricettive. Attraverso l’IMU abbiamo la possibilità di incidere su tutti anche se questo creerà molte criticità in alcuni settori, penso all’agricoltura, all’artigianato dove l’imposta sarà molto pesante.

14) C’era una volta … il manifatturiero

Senigallia ha dunque da tempo fatto la scelta di puntare sul turismo sul commercio e sui servizi. Abbiamo avuto industrie importanti dal punto di vista occupazionale, alcune anche pesanti dal punto di vista ambientale, oggi non ci sono più e quelle inquinanti magari non ci dispiace che non ci siano più, ma cosa è rimasto del manifatturiero nel nostro territorio? Ben poco ci pare. Il manifatturiero è in costante declino. In prospettiva,  in un ottica di pianificazione, questo settore come lo consideriamo?

Il manifatturiero ha perso nel corso degli anni sempre più la sua incisività nel nostro comune, il che è dovuto, a mio avviso, al fatto di non aver investito in questo settore. Settore che ha trovato tramite la ZIPA la sua localizzazione al di fuori del nostro territorio comunale. Una localizzazione considerata più consona per logistica, disponibilità di spazi ecc. e dove infatti si sono trasferite anche molte aziende che erano di Senigallia. La nostra città si è sviluppata, penso ai decenni precedenti, soprattutto nel campo delle costruzioni, del piccolo artigianato, ma senza una vera programmazione nel settore industriale. Abbiamo per esempio una zona come l’area artigianale della Cesanella, che è un territorio misto, dove insieme ai capannoni ci sono le abitazioni. Se ci confrontiamo con zone a noi vicine come quelle del fabrianese e dello jesino, decisamente orientate verso il manifatturiero, vediamo che da noi è mancata una politica di programmazione, sono mancate la previsione e la realizzazione di zone industriali e artigianali ben strutturate, servite e collegate. A Senigallia è come se non si fosse fatta una scelta orientata in una direzione economica precisa, è stata un misto di tutto: turismo, artigianato, costruzioni. La stessa pesca non ha mai avuto lo sviluppo che avrebbe potuto e dovuto avere Senigallia, essendo una città di mare. Anche la pesca è un settore fortemente in crisi di cui non si parla mai. Solo adesso sta dando segni di ripresa attraverso la piccola pesca, parliamo, come per l’agricoltura, di pesca sostenibile. Anche la pesca è economia che genera reddito e occupazione e che inoltre può integrarsi perfettamente col turismo.

Dunque è mancata nei decenni scorsi una programmazione economica, in particolare una programmazione industriale. Però oggi 2012, rappresenta anche la nostra fortuna, siamo arrivati infatti ad individuare come settore predominante quello turistico, in un’ottica che, come detto, riguarda e coinvolge tutto il territorio e tutto il suo tessuto economico. Stiamo anche scoprendo che, mentre c’è una crisi del settore manifatturiero, c’è invece un avanzamento di alcune aziende, che nel nostro territorio sono presenti,  del cosiddetto settore immateriale. Stiamo notando che nascono e crescono aziende che investono in ricerca, in software, in progettazione, piccole realtà di questo tipo ce ne  sono, alcune anche con una valenza importante in termini occupazionali,  e sono quelle che reggono molto meglio nella crisi attuale, così come assorbono molto meglio la crisi le aziende che operano nel settore estero. Queste danno un certo sollievo dal punto di vista occupazionale, anche se non possono compensare i posti di lavoro persi in certi settori, perché non possono riassorbire certe figure professionali. Noi avevamo aziende importanti nel settore delle confezioni, un settore per di più molto al femminile, nel quale c’era una professionalità consolidata nel tempo che nel giro di pochi anni è andata dispersa, perché le aziende o hanno chiuso completamente o si sono viste assorbire e soppiantare da aziende cinesi.

Si può dire che a Senigallia si tende ad investire più nel settore immobiliare che in nuove attività?

Oggi non è più così, però si, il settore delle costruzioni è stato un settore predominante nella nostra città, lo è stato perché il nostro territorio si prestava, Marotta e Falconara, per esempio, non erano città concorrenti da questo punto di vista. Per il settore delle seconde e terze case il territorio senigalliese è stato certamente attrattivo sino ad anni recenti. E’ stato un settore in forte espansione dagli anni ’70 fino ai primi anni 2000. Addirittura dagli anni ‘80 in poi abbiamo assistito al fenomeno di diverse aziende immobiliari del sud che venivano ad investire a Senigallia, proprio perché il mercato delle seconde e terze case era particolarmente fiorente. Oggi la programmazione urbanistica è molto rigorosa nella nostra città. Soprattutto a partire dai primi anni 2000 si è fatta una politica di contenimento. Inoltre il settore delle costruzioni, come si sa, è fortemente in crisi,  per cui molte aziende, anche storiche, hanno chiuso. Il settore delle costruzioni, che a Senigallia ha avuto un grande sviluppo, oggi soffre una grave crisi.

15) Bilancio Partecipativo: una promessa da mantenere

L’ultima domanda sconfina nell’altra sua delega, quella alla Partecipazione, ma è legata strettamente all’economia, perché riguarda il bilancio comunale. Un altro punto qualificante e innovati­vo per Senigallia del programma della Giunta Mangialardi è il Bilancio Parte­cipativo. A che punto è? Riusciremo a vederlo partire?

La legge finanziaria del 2008 ha abolito le Circoscrizioni, nel nostro comune ce n’erano 4, funzionavano dagli anni ’70, avevano il ruolo di promuovere la parte­cipazione, di gestire alcuni servizi, tra cui i centri sociali, avevano un rapporto di­retto col territorio. Venendo meno questi organismi ci troviamo nella necessità di doverli sostituire con nuovi organismi di partecipazione, il che non è semplice. La strada che stiamo percorrendo è quella di ridefinire il ruolo dei Centri Sociali, per­ché sono strutture, anche in senso fisico, già esistenti, di proprietà dell’amministra­zione, sono diffuse su tutto il territorio e c’è un patrimonio di radicamento e di esperienze che non va disperso. L’idea è quella di farli evolvere da Centri Sociali a Centri Civici, così mi piacerebbe chiamar­li, cioè farli diventare i luoghi deputati alla partecipazione. E’ all’interno di que­sta riorganizzazione dei centri sociali che potrà trovare spazio, in collaborazione naturalmente con l’Assessorato al Bilan­cio, il Bilancio Partecipativo. Anche qui ci vuole un’attenzione particolare. Occorre far si che sia uno strumento reale di par­tecipazione, cioè un luogo dove i cittadi­ni, dal basso, riescano a portare le istanze della propria parte di territorio e abbiano la possibilità di incidere concretamente sulle scelte dell’amministrazione, in ma­niera democratica e senza condiziona­menti partitici.

In effetti il Bilancio Partecipativo sino­ra sembra una promessa non mante­nuta, dove sono gli intoppi?

I problemi sono diversi. Innanzitutto pro­muovere la partecipazione dei cittadini non è facile: l’anno scorso abbiamo fatto 26 incontri con i cittadini, coinvolgendo anche i centri sociali, presente la Giunta al completo, Sindaco in testa, sono venuti fuori  anche degli incontri utili e interessanti, ma in alcuni di questi incontri la partecipa­zione è stata più limitata. I centri sociali col tempo sono diventati luoghi di tan­te attività, anche di successo, ma più di fruizione che di partecipazione da parte dei cittadini. Ecco allora che il Bilancio Partecipativo può essere lo strumento che da una parte può far evolvere i centri sociali in centri civici e dall’altra coinvol­gere i cittadini, interessarli e coinvolgerli nelle scelte amministrative. Il prossimo passo è quindi quello di un nuovo rego­lamento per i centri sociali, che, tra l’altro, col venir meno delle circoscrizioni ci è im­posto per legge. Dobbiamo creare degli organismi democratici non troppo rigidi e che non siano politicizzati, cioè dobbia­mo tendere ad evitare che si riproducano certi schieramenti partitici e favorire una partecipazione vera dei cittadini. Non è semplice, questa impostazione trova an­che delle resistenze nel tessuto politico.

Abbiamo otto centri sociali nel nostro comune, coprono tutto il territorio, dob­biamo sfruttarli e valorizzarli, sarebbe inutile andare a creare nuovi organismi di partecipazione.

L’altra nota dolente sono le risorse, per avviare questo progetto occorrono risor­se sia economiche che umane che attualmente non ci sono.

Certo con le difficoltà di bilancio che ci ritroviamo non è facile. Eppure la scommessa del bilancio partecipativo è anche quella di responsabilizzare il cittadino: non solo la critica, non solo la proposta, ma anche la scelta, l’one­re della decisione. Intanto si potrebbe tentare di rendere partecipata anche la fase di progettazione, magari attra­verso un esperimento pilota con un solo centro sociale. E poi sperare che si possa tornare nei prossimi anni ad avere dei bilanci più logici, con qual­che spazio di manovra in più. Se non c’è questa speranza lasciamo perdere tutto …

No no, assolutamente! Innanzitutto il percorso di preparazione e di comunica­zione è fondamentale e ha valore in sé. Si può fare molto già in questa fase, se si riusciranno ad avvicinare i cittadini al tema della partecipazione sarà un buon risultato. Poi dovremmo partire col proget­to operativo. Oggettivamente le difficoltà ci sono ma va realizzato. Effettivamente l’idea di partire con un centro sociale pilo­ta potrebbe semplificare il percorso, è un suggerimento da valutare.

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Roberto Primavera

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1 Commento

  1. enrico dignani
    marzo 28, 19:44 #1 enrico dignani

    Complimenti , il tipo di informazione e di chiarezza che mi mancava, un sito nuovo di pubblica utilita .

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