Senigallia porto franco e signoria

ottobre 07 18:58 2012 Stampa questo articolo

Francesco Maria della Rovere - Raffaello - Galleria degli Uffizi Firenze

Storia senigalliese: quinta puntata, secolo xv, dai Malatesti ai della Rovere

 

 

di Maurizio Pasquini

 

 

Ci eravamo lasciati preannunciando la fine della signoria  di Sigismondo.
La sua crescente potenza (intanto si è annesso anche Montemarciano) suscita la diffidenza di Federico di Montefeltro, passato al servizio del re di Napoli, nemico del signore riminese per un precedente “sgarbo” e un debito di 50.000 ducati mai ripagato. La minaccia congiunta delle truppe del Montefeltro e del Piccinino induce Sigismondo ad accettare la mediazione di papa Pio II Piccolomini e a cedere in pegno al Papa Senigallia, Mondavio e Montemarciano. Ma Sigismondo non rispetta i patti, rioccupa i territori ceduti e si allea con gli Angioini contro il re di Napoli. Il papa lo richiama all’ordine, ma senza alcun esito e quindi lo scomunica. Si arriva persino ad accusarlo di essere un usurpatore, in quanto “bastardo” cioè figlio illegittimo di Pandolfo III.
Nel 1461 Sigismondo riesce in un primo tempo a sconfiggere le truppe fedeli al Papa comandate da Pierpaolo da Forlì unite a quelle di Federico da Montefeltro. Nel 1462 riconquista Senigallia e la fortifica pronto a resistere alle forze di Federico che, unito alle truppe di Napoleone Orsini, assedia la città.  Il Malatesta vede la possibilità di una sconfitta e cerca di ritirarsi, ma nella notte del 25 agosto del 1463 viene attaccato e sconfitto mentre cerca di attraversare il fiume Cesano ed il suo esercito viene distrutto. Il 5 ottobre le forze pontificie entrano in città. Sigismondo riuscirà a mantenere Rimini, per intercessione dei Veneziani, vi morirà il 9 ottobre del 1468.
A due mesi  dalla sconfitta di Sigismondo e dopo aver conquistato Fano, il 25 ottobre Federico da Montefeltro entra in Senigallia e prende possesso della città. Ed è proprio in questo periodo che i fanesi chiedono al papa che la diocesi di Senigallia venga annessa alla loro. Ma Pio II nel mese di novembre concede il feudo senigalliese a suo nipote Antonio Piccolomini duca di Amalfi. Non si ricorda particolarmente questa signoria, sia per la sua estraneità alle tradizioni locali sia per la brevità: infatti alla morte del papa la città si ribella al Piccolomini insieme a Mondolfo, San Costanzo e Mondavio. Con l’elezione del nuovo papa Paolo II gli ambasciatori senigalliesi, come ormai era prassi, anche dopo rivolte contro la stessa Chiesa, inviano a Roma i segni della loro devozione  e con l’intercessione del vescovo di Perugia ottengono i privilegi che vanno sotto il nome di “Convenzione Vannucciana” dal nome del Vescovo di Perugia Giacomo Vannucci. In questa convenzione, oltre che ribadire l’immediata e totale soggezione della città alla Chiesa, si concede la facoltà di nominarsi gli amministratori, la sede di tribunale di seconda istanza sia civile che criminale, l’esenzione delle tasse per i raccolti di grano e biade, la concessione del sale a prezzo calmierato, la completa separazione della città dalla Marca (la città rimane  solo soggetta al Papa), la facoltà di battere moneta, la reintegrazione nel contado senigalliese dei castelli di Ripe, Roncitelli, Monterado, Scapezzano, Tomba, la celebrazione della fiera franca, la  cancellazione dei dazi del porto facendo divenire Senigallia porto franco. Tutto ciò dà un notevole impulso alla vita economica della città, tanto che la Cronaca Passeri parla di “un gran trionfo” e l’Albertini riporta che per le favorevoli condizioni economiche si stabiliscono in città molte nuove famiglie provenienti dalla Lombardia e dalla Romagna.
Ma questo periodo di pace e prosperità ha breve durata. Nel 1468 muore Sigismondo Pandolfo Malatesti: il figlio Roberto, che secondo gli accordi avrebbe dovuto rendere il vicariato di Rimini al papa, si rifiuta di attenersi ai patti, si allea con Federico da Montefeltro, duca di Urbino, ed il 30 agosto 1469 sconfigge le truppe pontificie. Il Malatesti riprende così possesso del suo vicariato. Ma il papa invia in città Costanzo Sforza che riesce a difendere Senigallia dalle mire di Roberto. E’ un periodo, come spesso altri, molto confuso fino a che con la morte di papa Paolo II e l’elezione di Sisto IV si riesce a trovare un accordo che vede il Malatesti lasciare Rimini.
Il 27 novembre del 1472 una terribile alluvione sommerge la città. L’anno dopo il papa invia a Senigallia un suo commissario, Ottaviano da Montepulciano, il quale nell’espletare i suoi compiti creerà non pochi problemi alla città. Anzi alcuni sostengono che l’operato di questo Ottaviano sia stato finalizzato a legittimare la nuova signoria di Giovanni della Rovere, nipote del papa. Ma andiamo per ordine.
Ricordate che Sigismondo aveva concesso facilitazioni e terreni a chi voleva trasferirsi in città da altre regioni: ebbene queste facilitazioni avevano sì ripopolato la città, ma avevano ridotto l’estensione dei terreni a pascolo che rendevano molti scudi in tasse alla Chiesa. Per recuperare questo calo esattoriale il commissario pose la questione se a pagare dovessero essere i nuovi arrivati o addirittura se abolire il privilegio malatestiano. Ciò provoca dei tafferugli contro il commissario, tanto che alcuni cittadini si recano a Montemarciano a chiedere aiuto al Piccolomini che arriva in città con un’ottantina di uomini armati. Nei tafferugli che ne seguono si lamenta anche un morto: tale Bartolomeo Mercuri. I facinorosi assaltano la Rocca che resiste. Il gonfaloniere chiede aiuto ai castelli vicini.  Scapezzano rifiuta mentre accorrono Ripe, Roncitelli e Monterado.  Il Piccolomini venuto a conoscenza di ciò ed anche del possibile arrivo di soldati  da Fano,  se ne ritorna a Montemarciano. L’occupazione non è durata neppure un giorno. In questo clima di tensione ed incertezza Giovanni della Rovere, che riceve l’investitura nella signoria dal papa suo zio, viene accolto come  pacificatore.
Nello stesso periodo il papa nomina Federico da Montefeltro duca di Urbino e il 10 ottobre sua figlia Giovanna viene fidanzata con Giovanni della Rovere che viene nominato “Vicario in temporabilibus” di Senigallia e Mondavio.  I futuri suocero e genero prendono subito possesso delle città e il 23 ottobre del 1474 le loro truppe entrano in città al comando del capitano Giangiacomo Baviera. Il 28 si insedia Gottifredo Resti da Cesena luogotenente di della Rovere.
Ma non passa un anno che Giovanni viene chiamato da suo zio a Roma col titolo di prefetto di Roma e duca di Sora, titoli appartenenti a suo cugino Leonardo morto improvvisamente. Ed è a Roma che Giovanni si sposerà nel 1478. La coppia tornerà a Senigallia l’anno dopo accolta con tutti gli onori.
Questa figura è innegabilmente una delle più rilevanti nel panorama politico senigalliese: molti storici accomunano il della Rovere a Sigismondo Pandolfo Malatesti quali padri della città, ma sarà proprio con Giovanni che Senigallia è inserita di fatto tra le signorie italiane per peso economico e importanza strategica. Grazie a lui riprendono i lavori in città: la bonifica delle paludi a sud (nel 1479 inizia lo scavo di un “fosso grande” per far defluire le acque stagnanti), la ripalificazione del porto fino al ponte e il rifacimento di molta pavimentazione cittadina. Iniziano i lavori di ampliamento della rocca con la costruzione dei suoi appartamenti ed i 4 torrioni così come li vediamo oggi, e la costruzione del ponte che la collega alla piazza.  Inizia anche la costruzione di un suo palazzo: probabilmente  in via Mastai, tra via Gherardi e via Cavour dove possiamo ancora ammirare il suo stemma gentilizio sul muro esterno. Giovanni è il primo duca a risiedere a Senigallia e questo contribuisce sicuramente a creare un legame più stretto tra lui ed i senigalliesi (al tempo del Malatesti Senigallia era pur sempre sotto le dipendenze di Fano). Questo contribuirà ad aumentare  l’importanza della nostra città, facendola considerare  quasi uno stato autonomo come tante altre importanti signorie d’Italia. Dobbiamo inoltre  a lui il riordino legislativo con la compilazione degli statuti riuniti nei “volumi degli statuti di Senigallia e di Mondavio” e del completamento del catasto rustico. Nel 1491 fa iniziare i lavori per il convento e la chiesa delle Grazie opera che non avrà la fortuna di vedere compiuta. Per chi volesse approfondire la figura di Giovanni della Rovere rimando a M. Bonvini Mazzanti, Giovanni della Rovere, ” ed. 2G, Senigallia 1983.
Giovanni morirà il 6 novembre 1501 a soli 44 anni.  Il giorno dopo viene proclamato “signore di Senigallia” suo figlio Francesco Maria. Ha solo 11 anni.  Il governo della città viene affidato a sua madre “prefettessa”.  Ma un periodo poco piacevole si sta prospettando. Una controversa figura sta per condizionare la nostra storia: quella di Cesare Borgia, figlio di papa Alessandro VI, detto il Valentino dal suo titolo di Duca di Valentinois, conferitogli dal re di Francia Luigi XII. Non ci avventuriamo sulla personalità e sulle molteplici gesta di questo capitano di ventura sul quale si è scritto moltissimo, per primo il Macchiavelli che lo cita nel suo “Il Principe” specialmente al cap.VII, e ne fa una cronaca puntigliosa nelle lettere scritte quando era al suo seguito. Il Valentino era sostanzialmente un capitano di ventura, il suo fine era quello di conquistare territori per lo stato pontificio ed anche quello di costituirsi un suo proprio dominio, come tanti capitani di ventura dell’epoca. Il Borgia protetto dall’appoggio del padre-papa e forte di un esercito di mercenari svizzeri ed anche di truppe francesi si muove  nell’intento di crearsi un suo proprio dominio, contro i signori delle città dello stato pontificio: i Montefeltro, i Varano di Camerino, i Fogliano di Fermo, i Vitellozzo Vitelli di Città di Castello, i Baglioni di Perugia, i Riaro di Imola e Forlì, i Bentivoglio di Bologna ecc. Riesce praticamente a conquistare tutta la Romagna e con  l’inganno anche  il ducato di Urbino. Il duca Guidobaldo fugge col piccolo Francesco Maria e si rifugia a Modena presso suo cognato Francesco Gonzaga. Il Valentino si impossessa di tutte le Marche, compresa la nostra città, che subirà le conseguenze delle sue gesta come vedremo più avanti

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