L’estinzione dell’Api operaia

L’estinzione dell’Api operaia
ottobre 08 10:01 2012 Stampa questo articolo

Gli inganni della proprietà e l’insipienza della politica

di Leonardo Badioli

Nessuna particolare premura del Presidente della Regione Mario Spacca aveva accompagnato il percorso di migliaia di lavoratori di aziende marchigiane verso la disoccupazione; ma per quelli dell’API il Governatore di Fabriano deve avere provato una speciale tenerezza. Non solo, infatti, si preoccupava di salvare i loro posti di lavoro nell’ambito dell’accordo per il rigassificatore, ma addirittura ci teneva a ricordare che proprio l’occupazione era lo scopo principale del consenso dato all’API per realizzarlo.

A noi è sempre parsa non lo scopo, ma la giustificazione. Operai come scudi umani, operai come foglie di fico. Sotto, pura volontà imprenditoriale e una politica troppo sensibile ai poteri forti.

In realtà, a partire dal protocollo d’intesa sottoscritto ai tempi del presidente D’Ambrosio nel 2003, la politica della Regione s’era tutta votata al fine di perseguire l’obiettivo di “uno sviluppo industriale che configurasse il sito sempre più come polo energetico ambientalmente avanzato anziché come raffineria petrolifera tradizionale”, e questo specificamente per garantire “ambiente”, “sicurezza” e “occupazione”1. Ma già nel 2007 l’istruttoria del gruppo di esperti nominato dalla stessa Regione per ridefinire quel programma doveva prendere atto del sostanziale fallimento dell’operazione2.

L’anno scorso, poi, fu definito il nuovo accordo per il quale addirittura la Regione entrava come socia dell’API nella rigassificazione; in quel testo si prevedeva l’impegno dell’API a “mantenere, per almeno 10 anni, i livelli occupazionali complessivi (…) pari a 380 unità lavorative all’esito delle azioni di miglioramento e delle relative ottimizzazioni di personale”3; ma fu necessaria un’integrazione dell’Assemblea Legislativa per vincolare l’intesa sull’occupazione a qualche obbligo di rispetto da parte della proprietà. L’integrazione stabiliva appunto di “impegnare il Presidente della Giunta a negare l’intesa della realizzazione di un rigassificatore” qualora non si fosse raggiunto l’accordo sulla bonifica del luogo: riqualificazione e riconversione delle attività produttive, impatti ambientali, e sicurezza per i lavoratori “unitamente alla salvaguardia dei posti di lavoro”4.

Per parte sua, l’API comincia ad assolvere al suo impegno come peggio non potrebbe annunciando, 8 giugno 2012, la sospensione per un anno delle attività di raffinazione e la messa in cassa integrazione per 300 operai addetti alla raffinazione più  40 della centrale IGCC5 che dovrebbe essere riconvertita a metano rigassificato. Tra le motivazioni rese dall’azienda per questi provvedimenti ci sono i sei mesi necessari per adattare questa centrale, e in quanto al resto si invoca la crisi di mercato. Nessun accenno a cosa verrà dopo il 2013: vedremo, dipende, non sappiamo ancora, aspettando un improbabile miglioramento della situazione di concorrenza con i raffinatori dei paesi emergenti. Del resto la crisi della raffinazione è invocata ovunque in Italia, dove Tamoil chiude a Cremona, TotalErg chiude a Roma, Eni chiude a Porto Marghera e sospende per 12 mesi a Gela.

Per tutta risposta da parte operaia ci si esercita secondo propensione al pessimismo della ragione o all’ottimismo dei desideri (l’intervista qui a fianco, dove gli operai per ovvia cautela sono chiamati coi nomi di un dialogo di Platone, ne dà buona prova); a partire dal fatto, però, che il fermo degli impianti suona sempre lugubre, non solo all’API, ma anche alla ILVA, alla ALCOA e dovunque il provvedimento viene assunto: perché tutti sanno che tenere fermi gli impianti è spesso più pericoloso che tenerli attivi, e che la chiusura temporanea rende dubbio il loro riavvio. Ma è questo che i lavoratori temono che possa succedere: la rigassificazione e il turbogas elettrico non avrebbero più bisogno di gran parte di loro.

Situazione non impossibile da decifrare, che nemmeno l’anno scorso poteva sfuggire alla comune osservazione. E se è sfuggita alle autorità politiche e sindacali, non è però sfuggita a questo periodico artigianale che è La Città Futura. Non per nulla nel suo numero zero dell’aprile 2011, Marcello Mariani concludeva in punta di logica di sue considerazioni: “Sorge il dubbio che l’uso dell’isola off-shore per la rigassificazione comporti o preluda ad una dismissione delle attività di raffinazione”. Controllare per credere6.

Del resto il mondo di chi non vuol vedere è sempre contraddetto da cassandre annunciatrici di sciagure. Cassandra, nel mito, premonì i troiani sull’inganno del cavallo di legno: non le dettero retta e sapete come andò a finire. Anche Niklas Luhman7 conferma in un’intervista il paradosso degli ecologisti, sostenendo che “hanno inutilmente ragione”. Cassandre noi che già agli inizi degli anni ottanta manifestavamo davanti all’API con cartelli che portavano scritte parole come “chiudere” e “delocalizzare”; e poi, con la nostra maturazione (e comunque in largo anticipo su quella della politica) “riconvertire il lavoro in altro lavoro”. A quel tempo avevamo contro tutti: Sindacati, Regione, Comune, lavoratori stessi, che ci bollavano come “i soliti ambientalisti amici dei canarini che vogliono riportarci ai tempi del fucile a pietra”.

Uno sguardo alla stampa dell’epoca, per dire la consapevolezza  di quegli anni. La domanda che ci ponevamo era: “Se chiude l’API, dove andranno a finire quelli che ci lavorano?” La risposta: “Chiudere l’API è un buon affare, tenerla aperta significa invece pagare costi non coperti da benefici. E’ vero in tanti casi e anche qui. Ci sono esternalità valutabilissime, che formerebbero voci attive in un piano di riconversione dell’area verso altre attività. Certo i lavoratori chiedono garanzie, e non abbiamo oggi né piani né progetti di riconversione. E’ ora di pensaci; chiediamo agli enti pubblici e ai sindacati, con la dovuta energia, di misurarsi col problema8”.

Era il 5 giugno 1991 quando noi scrivevamo queste cose. Adesso, secondo decennio del XXI secolo, è il mercato che delocalizza il lavoro, non noi. Il mercato internazionale e quello degli opportunismi interni. Sono passati 21 anni e nessuno si è veramente misurato col problema. Avessero fatto il giusto, saremmo riusciti a governare le transizioni in modo equilibrato e senza traumi per l’economia e per i lavoratori. Probabilmente alla fine dell’anno prossimo  avremo la risposta definitiva. Ma se la raffineria chiude non avremo vinto noi che chiedevamo la chiusura e la riconversione: nessuno può essere contento di fare deserto dove prima c’era lavoro, anche se quello era un lavoro che creava deserto. Il paesaggio industriale allora era sporco, ma vivo; adesso è una mostra a cielo aperto della nostra incapacità di governare le trasformazioni economiche. Chi visita l’Italia oggi vede una waste land, un paesaggio sopraffatto dagli eventi che gli sono passati sopra. Chi vuole prendere atto in modo sinottico e convincente vada in treno da Marotta ad Ancona: da lì si vede tutto quello che è stato e quello che sarà per lungo tempo. Lo sfacelo delle aree industriali non più attive e quello delle aree in corso di disattivazione, nessuna bonifica o quasi, nessuna riconversione per un nuovo uso, nessuna prospettiva immaginabile per molti anni. E quello che resta di tanti operai che una volta si affrettavano ai cancelli. Oggi i ragazzi sono tutti al bar a spendere gli ultimi spiccioli di questa civiltà.

Ebbene: l’Assemblea Regionale ha dato al Presidente dei Marchigiani la possibilità di recedere da accordi che portano alla disoccupazione. Il Presidente la usi. Controlli l’inadempienza dell’azienda e receda dal proposito di rendere noi tutti soci del declino del lavoro. E’ tardi, ma noi ci siamo ancora, e il paesaggio umano resta ancora il più bello. Esca una buona volta dalla sua mentalità industrial-novecentesca e prepari un evo di decostruzione attiva. Trasformi le esternalità negative in vantaggio per tutti. La concentrazione di energia vettoriale non è l’affare di una regione micronizzata quale è la nostra. Non serviva al nostro vivere raffinare idrocarburi in dimensione transregionale quando ancora ci lavoravamo: servirà ancora meno quando finalmente ci avranno espulso tutti dal lavoro. Creda nel Piano Energetico che ha voluto, fatto apposta per noi cittadini, e punti forte sulle vere energie rinnovabili: il lavoro sta lì, e non sulle false rinnovabili e sui combustibili fossili che tra l’altro non sono nemmeno nostri. Ancora si può, Presidente. Ancora si può.

Leonardo Badioli

 

1         Protocollo d’intesa tra Regione Marche ed Api Raffineria S.p.A., 30.06.2003.

www.mclink.it/MF8408/Documenti/Regione/Documenti/ProtocolloRegioneApi.pdf

2         Si intende qui “fallimento strategico”, e non solo occupazionale, ma tant’è. Così gli esperti nominati dalla stessa Regione a definire uno “Schema di sviluppo strategico alternativo agli attuali assetti economico-territoriali dell’area della raffineria e delle aree circostanti”, assunto poi dalla Delibera della Giunte Regionale Marche n. 579 del 4 giugno 2007. Il documento concludeva dicendo che “il rapporto istauratosi tra Regione e Api e riflesso nel Protocollo 2003 […] è sostanzialmente fallito nella sua visione strategica”. Segnalazione da Loris Calcina in www.cittadiniincomune.net/2011/01/24/comprensorio-energetico-api

3         Delibera n. 977 del 6 luglio 2011: “Schema di accordo tra Regione Marche e Gruppo API – Intesa nel procedimento di autorizzazione relativo al terminale off-shore di riclassificazione GNL di Falconara Marittima.

4         Assemblea Legislativa delle Marche, Risoluzione del 19 maggio 2011, riportata in allegato alla Delibera n.977 del 6 luglio 2001 di cui alla nota precedente.

5         IGCC, Integrated Gasification Combined Cycle. A Falconara è l’impianto per la produzione di energia elettrica in cogenerazione con gli scarti di produzione nei dei bitumi e idrocarburi, di cui si parla nell’intervista a fianco. Questo modo di produzione può godere di incentivi statali in quanto assimilato alle rinnovabili, fino alla fine di quest’anno. Questo motivo può spiegare la chiusura dell’impianto annunciata a partire dall’inizio dell’anno prossimo.

6         Marcello Mariani, Terminale di rigassificazione: rischi a mare, in La Città Futura, n. 0, p. 5, aprile 2011. Consultabile in http://www.lacittafutura.info/2011/terminale-di-rigassificazione-rischi-a-mare/

7         Niklas Luhman, sociologo e filosofo tedesco (1927-1998) è autore, tra altre opere, di Comunicazione ecologica, ed. Franco Angeli, 1992.

8         Leonardo Badioli, Come chiudere una raffineria, in Cattive Notizie, numero unico pubblicato il 5 giugno 1991. L’intero articolo in www.ilpuntodisvolta.blogspot.com

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