Il pioniere che inventò il welfare di Senigallia

marzo 19 19:33 2012 Stampa questo articolo

Conversazione: Pina Massi incontra Gianni Guazzarotti

 

di Pina Massi

 

Gianni Guazzarotti è stato per tanti anni impiegato presso i servizi sociali di Senigallia.
Conosciuto da tante famiglie, ha accompagnato nel corso del tempo la nascita e lo sviluppo del sistema di protezione sociale della nostra città. Oggi  questo sistema rischia di entrare in crisi , a causa delle difficoltà finanziarie dell’ente locale da una parte e dell’aumento del disagio sociale dall’altra. Ci fa piacere conoscere il suo pensiero.
Raggiungo Gianni Guazzarotti in campagna dove ora lavora a tempo pieno dopo il suo pensionamento avvenuto ormai da qualche anno.
Gianni, dopo tanti anni di vita pubblica, piena di relazioni, a contatto con tanta gente, perché questa scelta, quasi di ritiro?
Da tempo aspiravo a un ritorno alle cose semplici, alla natura, alla vita contadina vissuta nell’infanzia. Partendo da esperienze religiose e battaglie politico-sindacali, solo con il lavoro sono arrivato all’integrazione sociale e istituzionale. Ora la pensione e una perdita familiare hanno favorito la realizzazione di questa aspirazione e l’immersione in una cultura materiale che mi ha sempre affascinato, ancor più della letteratura, dell’arte e dell’azione sociale che pure, ma limitatamente, continuano a impegnarmi.
Tu sei per molti senigalliesi la memoria storica dei servizi sociali in questa città. Sei stato pioniere in tanti interventi a favore delle categorie svantaggiate e si può dire che i servizi sociali di oggi, così come li conosciamo, siano nati con te. Quando hai iniziato a lavorare, in città esisteva solo l’ECA, l’Ente Comunale di Assistenza che elargiva sussidi ai non abbienti, come si diceva allora…
Sì, ho lavorato per il disagio sociale come dipendente del Comune di Senigallia per 30 anni, cercando di esprimere il massimo dell’impegno e dell’attenzione ai problemi reali della gente.
All’inizio, nel periodo che ha fatto seguito al fermento sociale dei primi anni ’70, mi sono trovato a lavorare in un settore, quello dell’handicap e del disagio psichico, che muoveva i primi passi con molte buone intenzioni ma senza soluzioni concrete. E’ stata una fortuna che l’amministrazione comunale di Senigallia, non avendo strumenti istituzionali propri, mi abbia lasciato carta bianca dandomi una fiducia che dovevo dimostrare di meritare. Muovendomi in assoluta autonomia e  anomalia istituzionale, mi sono dato a risolvere i problemi man mano che si ponevano adottando soluzioni anche avventurose che un sindaco – giustamente – definì “garibaldine”.
I cittadini interessati e i loro familiari hanno apprezzato e mi hanno dato fiducia. La  fiducia  dall’alto e dal basso ha fatto sì che dal Laboratorio Protetto, l’unica realtà esistente allora oltre a due assistenti sociali e una psicologa, in poco tempo si potesse passare a servizi sociali rivolti all’universalità dei cittadini. Un ruolo fondamentale in questo lo hanno svolto gli assessori, il personale degli uffici comunali coinvolti, nonché, successivamente, gli operatori dell’Azienda Sanitaria Locale. Dall’’ECA e dal Laboratorio Protetto per l’handicap  c’è stata l’evoluzione verso i servizi sociali e socio sanitari: l’assistenza economica è rimasta marginale, si sono molto sviluppati i servizi alla persona come l’”assistenza personale” per i più gravi, l’”assistenza domiciliare”, i trasporti, l’inserimento lavorativo anche per i tossicodipendenti (CMAS, SERT…) e persino gli interventi per disoccupati in particolari condizioni di disagio, centri diurni specifici, centri sociali poi legati alle circoscrizioni, servizi particolari per minori, anziani, giovani ed extracomunitari.
Sono stati realizzati molti interventi e con essi si è contribuito anche allo sviluppo della cultura sociale, politica ed istituzionale della città.
Sono stati gli anni in cui, parallelamente, il settore dell’assistenza ha fatto sviluppare anche il volontariato e la cooperazione sociale. Per la creazione di servizi è stato utilizzato infatti il lavoro di volontari e delle cooperative già esistenti o create ad hoc, catalizzando sui servizi stessi le risorse finanziarie messe in campo dal comune e dalla regione. Anche a questo si deve il fatto che a tutt’oggi l’Ente locale fornisce un ventaglio di prestazioni che risponde sufficientemente alle necessità della popolazione di Senigallia, pur nell’attuale situazione di crisi.
Il periodo dell’inizio, quello che tu fai risalire agli anni ’70, ci ha fatto conoscere; la tua esperienza si intreccia con la mia che nel ’68 facevo parte di un gruppo “extraparlamentare”. In quegli anni della contestazione, nei gruppi del dissenso cattolico e politico, abbiamo scoperto insieme le realtà di emarginazione e di disagio a Senigallia. Un vento culturale nuovo ci spingeva a sognare un mondo diverso, una rivoluzione che doveva restituire riconoscimento e giustizia ai poveri, agli ultimi, agli “scarti” della società….Io con il mio gruppo organizzavo la protesta delle famiglie alloggiate nei tuguri del vecchio Foro Annonario che allora accoglieva proprio il “sottoproletariato” senigalliese…
Qualche tempo prima dell’inizio di questo lavoro avevo partecipato ad un convegno sull’emarginazione organizzato da gruppi e comunità di base di Senigallia. Quando sono stato chiamato ad organizzare un laboratorio protetto per malati psichici e portatori di handicap, con il mio collega Don Marcellino, prete operaio, ho cominciato a dialogare  con le persone, le famiglie, i soggetti sociali della città e il volontariato, con il chiodo fisso dell’integrazione sociale di quanti, per le più diverse ragioni, venivano di fatto emarginati. E, da subito, anche lo stesso Laboratorio Protetto lo abbiamo visto come luogo di emarginazione che segregava dal contesto e quindi da superare in quello che sarebbe diventato  “servizio di formazione sociale e professionale”. Gli operatori andavano nei vari posti delle realtà lavorative del territorio comunale, nella casa famiglia di via U. Giordano e nelle case popolari. Questo diverso approccio degli operatori insieme alla denuncia politica di quegli anni hanno portato alla chiusura e all’abbattimento dei box del Foro Annonario, al risanamento di via Capanna, successivamente di via Piave …
Non eri il classico impiegato del Comune …
Non mi sono mai considerato un “impiegato”. Ho mantenuto le maniche tirate su anche quando ero costretto a “mucinare” carte in ufficio. E quindi partecipavo fisicamente a tutte le iniziative, facevo il coordinamento quando si trattava di attività complesse con la partecipazione di molte persone. Così è stato nel Laboratorio Protetto, nel servizio di formazione sociale e professionale, nei “traguardi di gruppo” per i minori di Senigallia nel periodo estivo che coinvolgeva centinaia di famiglie, nei diversi servizi, nelle situazioni più difficili da risolvere al domicilio degli utenti. Pensa che andavo direttamente nelle aziende, io, a contrattare tipologia di lavoro, funzioni, mansioni ecc
Poi la situazione è diventata complessa. La rete sociale si è sempre più sviluppata, sempre più la politica sociale si è integrata con il resto della politica. I servizi sociali progressivamente si sono rivolti a tutte le categorie di cittadini. La nostra storia si è nuovamente intrecciata nell’istituzione, quando sono stata chiamata a fare l’Assessore ai Servizi alla Persona e con te ho nuovamente condiviso una bella esperienza. Anche il tuo approccio ai problemi si è modificato ed aggiornato nel tempo?
Man mano che i servizi si sono sviluppati, sono diventati più articolati ed autonomi. Le politiche stesse si sono articolate in “minorili”, “giovanili”, “per anziani”, ecc. Pensa, per esempio, all’Informagiovani: nato in collaborazione con il volontariato, si è poi istituzionalizzato ed è diventato un servizio aperto presidiato da personale comunale addetto, che ha motivato a sua volta un assessorato alle politiche giovanili e quindi un ufficio comunale amministrativo apposito con competenze più generali.
Anch’io, da operatore qual ero, sono stato chiamato, “costretto”, a svolgere sempre più funzioni di impiegato, a redigere pratiche amministrative, a gestire “bilanci”.
Gianni, ti è piaciuto questo lavoro?
Sì, soprattutto nei primi 10-15 anni, finché il lavoro era creativo ed alimentato dal contatto diretto con la gente e con i suoi problemi. Le risposte sembravano più concrete e più immediate.
Quando tutto è stato formalizzato e l’operatore è diventato funzionario, le relazioni personali sono venute un po’ meno; è aumentata l’attenzione alle esigenze dell’ente di appartenenza e alla equilibrata distribuzione delle risorse tra i vari servizi. Il “piacere” è passato quindi in secondo piano a vantaggio di una maggiore razionalità di intervento.
Oggi è sempre più difficile dare risposte a bisogni nuovi con delle risorse sempre più ridotte. I comuni, la provincia, la regione hanno un bilancio sempre più assottigliato, mentre emergono povertà e disagio sociale. Come si potrà rispondere?
Purtroppo è il momento delle scelte. E le scelte comportano necessariamente le perdite. Alcune esigenze saranno soddisfatte, altre no. Saranno le scelte poi a determinare il tipo di politica che le istituzioni saranno chiamate ad adottare a prescindere dal consenso o meno che ne deriverà.
Quella che è stata l’evoluzione nel sociale, dal volontariato che ha svolto una funzione determinante, (anche se poi l’Ente locale l’ha sfruttato per coprire i suoi limiti istituzionali) alla cooperazione che a tutt’oggi rappresenta la mano operativa dell’ente pubblico in materia sociale e non solo, tutto il percorso fatto sfocerà purtroppo nella delega ai privati. Temo che, come del resto accade anche per altre funzioni (metano, nettezza urbana e raccolta differenziata, acqua…), anche i servizi sociali, a causa delle attuali ristrettezze economiche generali, passeranno ai privati (per altre ragioni già in parte è successo per scuola e sanità, istituti per anziani), ma i privati non hanno per obiettivo il bene comune e quindi….siamo da capo: chi può si difende, chi non può soccombe. Questa società è destinata a produrre montagne di “rifiuti” e senza cambiamenti radicali l’esclusione sociale peggiorerà: anche per noi sarà necessaria una nuova “primavera”.
Gianni, è vero, però, davanti ai nuovi bisogni, occorrerà anche ripensare risposte diverse e forse un nuovo sistema di protezione sociale. Ti faccio un esempio: tutti noi quotidianamente assistiamo al fenomeno dei ragazzi stranieri presenti nei parcheggi. La gente tutta ne è infastidita per non dire peggio. Avresti un’idea per trasformare questa cosa, tu che sei stato l’inventore dell’affidamento dei primi parcheggi a Senigallia a cooperative di handicap?
A proposito di “rifiuti”.  Gli extracomunitari che si riducono a mendicare nei parcheggi anche a Senigallia, sono la faccia opposta dell’affare che rappresenta già da qualche tempo la “monnezza”. Sfruttati quando trovano lavoro nero, camuffati da ambulanti quando qualcuno li usa per collocare merce di nessun conto, ripiegano in servizi fittizi pur di racimolare qualche euro, andando a toccare il nervo sempre scoperto del razzismo. E i servizi sociali si muovono solo nell’ambito di leggi sempre più restrittive nei loro confronti (alloggi provvisori, assistenza economica una tantum, sostegno linguistico in certi casi, consulenze generiche….).
Si potrebbe, dopo aver affrontato il permesso di soggiorno, problemi esistenziali e personali,  organizzarli in cooperative, sostenere quelle già esistenti ed affidare a loro, non a società esterne, la custodia e la gestione di tutte le aree di parcheggio. Potrebbero anche rimanere i parchimetri, ma una parte almeno dell’introito andrebbe destinato a loro, diventati custodi. Penso che la gente non sarebbe importunata, ma rassicurata dalla custodia, in definitiva meno ostile. Il Comune ne avrebbe il vantaggio comunque economico, anche se ridotto, soprattutto ne ricaverebbe un’immagine più civile dando a questi ragazzi il ruolo di chi svolge un lavoro e non pietisce compassione.
Altre possibili soluzioni si potrebbero studiare, opportunità che anche la legge individua nell’ottica della collaborazione tra aziende e cooperative in settori quali quelli del restauro per esempio, del ripristino edilizio, dell’agricoltura, della raccolta dei prodotti, dell’allevamento, del mercato equo e solidale, della valorizzazione delle culture,…ma il discorso sarebbe lungo, faccio per dire che nel settore dei servizi sociali occorrono sensibilità e competenza certo, ma anche ricerca, approfondimento e, perché no, una buona dose di volontà e fantasia.

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Giuseppina Massi

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