Grandi opere: le autostrade della comunicazione

Grandi opere: le autostrade della comunicazione
marzo 19 21:44 2012 Stampa questo articolo

Divario digitale (digital divide): colmarlo è ecologico e democratico

Se io ho questo nuovo media, la possibilità cioè di veicolare un numero enorme di informazioni, in un microsecondo, mettiamo caso a un aborigeno dalla parte opposta del pianeta. Ma il problema è: aborigeno, ma io e te, che cazzo se dovemo dì?

Non sarà la citazione più raffinata che potessi fare, ma questo vecchio sketch di Corrado Guzzanti sintetizza bene le domande che ci porremo di seguito:

1)      Posto di aver definito il concetto di “grande”, le attuali infrastrutture di telecomunicazione danno a tutti la possibilità di trasmettere informazioni a grande velocità? Qual è il divario (digital divide) tra chi ha accesso alle tecnologie della banda larga[1] e chi ne è escluso?

2)      Siamo consapevoli delle potenzialità offerte dalla tecnologia attuale, dalle infrastrutture esistenti e con le velocità di trasmissione dati già disponibili? In altre parole, c’è una componente culturale del digital divide?

Digital divide tecnologico

Da sempre, la morfologia del territorio condiziona la densità abitativa e, in cascata, disegna le direttrici di comunicazione. Le telecomunicazioni non fanno eccezione: come per strade e ferrovie, le aree penalizzate restano quelle meno dense.

Nelle Marche, dunque, l’“alta velocità” telematica si concentra nelle città principali lungo la costa. I territori interni, geograficamente più lontani dalle infrastrutture di accesso alle reti di telecomunicazione[2] risultano esclusi dalla banda larga.

La soluzione tecnica, ovviamente, è quella di replicare sul territorio i punti di accesso alla banda larga. Ma non sempre ciò che è tecnicamente valido lo è pure economicamente, almeno nel breve periodo: se il potenziale bacino d’utenza è modesto, gli investimenti nelle infrastrutture di telecomunicazione sono poco appetibili per gli operatori, perché privi di adeguati ritorni economici. Per fare un esempio banale, un operatore difficilmente inizierà la posa di fibre per collegare in banda larga i borghi dell’Appennino, e non darà nemmeno priorità alle aree urbane depresse, con bassa diffusione di Internet.

Dunque, avendo ben presente che ad aver l’ultima parola non sono gli ingegneri ma gli strateghi del marketing, ci chiediamo come colmare il digital divide infrastrutturale in un territorio disomogeneo come il nostro.

Le soluzioni tecniche sono fondamentalmente di 2 tipi:

1        Reti di accesso cablate (wired) in tecnologia ADSL[3]:

  • Spesso il collo di bottiglia sta nel cosiddetto “ultimo miglio”, cioè nel collegamento tra il modem ADSL dell’utente e gli apparati di accesso[4] situati presso la centrale[5] dell’operatore telefonico[6]. È la situazione tipica delle aree rurali o periferiche di città come Senigallia.
    Se la lunghezza dell’ultimo miglio è eccessiva, la banda disponibile è scarsa. La soluzione, quindi, è accorciare l’ultimo miglio, localizzando gli apparati di accesso più vicino all’utente, oppure cablare l’ultimo miglio in fibra ottica, la quale a differenza del doppino telefonico non ha praticamente limitazioni di banda.
  • In alcuni casi gli apparati di accesso sono vicini agli utenti quanto basta per assicurare una banda di 7 o anche 20 Mb/s, ma non hanno connettività in banda larga verso le centrali telefoniche gerarchicamente superiori[7]. In questi casi, il collo di bottiglia non sta nell’ultimo miglio, bensì nella capacità di trasporto “a monte”. È stata questa la causa, fino a poco tempo fa, del digital divide nei comuni medio-piccoli, come quelli dell’entroterra senigalliese. È come se ad Ostra Vetere ci fossero apparati ADSL sufficienti a dare 7 Mb/s a tutto il paese, ma poi mancasse il trasporto della banda larga dal punto di accesso di Ostra Vetere verso le centrali gerarchicamente superiori di Senigallia o Ancona. La soluzione, allora, è quella di stendere la fibra ottica tra centrali o, in subordine, un cavo a più bassa capacità, garantendo un’ADSL di “serie B” (fino a 640 Kb/s, ma pur sempre sufficiente ad allargare il bacino d’utenza).
  • C’è infine un terzo possibile collo di bottiglia, relativo al numero massimo di utenze attestabili nei punti di accesso. Questo potrebbe essere il vincolo dominante in zone ad alta densità abitativa, dove non ci sono problemi di distanza utenti-centrale, ma dove la domanda di banda è molto superiore a quella fornibile dai punti di accesso esistenti.

2        Reti di accesso senza fili (wireless)

  • La telefonia mobile di terza generazione (UMTS, HSDPA)[8] è ormai una tecnologia matura, con copertura diffusa e buone prestazioni delle connessioni dati, specialmente nei centri urbani. Gli operatori, ad esempio Vodafone col progetto “1000 comuni” partito un anno fa, continuano a puntare molto sul 3G per colmare il digital divide delle aree rurali e nei piccoli comuni, con obiettivi di banda garantita abbastanza ambiziosi (fino a 2 Mb/s per utente).
  • Già in servizio in Paesi come la Germania o l’Inghilterra, le reti mobili di quarta generazione (WiMax[9] e soprattutto LTE[10]) non sono ancora partite in Italia. Dubito che WiMax partirà mai, ma il lancio commerciale di LTE è ormai alle viste, anche perché i gestori telefonici hanno già comprato le licenze. Le velocità raggiungibili con LTE sono decisamente maggiori che con il 3G (fino a 15-20 volte), ma in ambo i casi la velocità disponibile è condivisa da tutti gli utenti facenti traffico sotto una stessa cella.
  • Discorso a parte va fatto per il WiFi[11], il cui raggio di copertura molto ridotto (decine di metri) lo rende adatto a servire ambienti chiusi (indoor) oppure urbani (hot spots), ma non certo a combattere il digital divide nelle aree isolate. Questo anche perché, ammesso e non concesso si possa coprire un intero paesino con WiFi, la banda larga garantita in accesso dovrebbe essere poi trasportata verso le centrali e dunque si riproporrebbe un problema simile a quello dell’ADSL.
  • In generale, il wireless ha l’indubbio vantaggio di costar poco e non richiedere tempi lunghi per l’entrata in servizio, visto che non è necessaria la posa di cavi o fibre. Ha però vincoli intrinseci: la limitatezza della banda di frequenza disponibile, la criticità della propagazione radio (forti attenuazioni, interferenze, condizionamenti da ostacoli, fattori atmosferici, ecc.), il condizionamento mutuo tra gli utenti che fanno traffico nella stessa area.

Scendendo a livello locale, va detto che il territorio del comune di Senigallia non soffre di un apprezzabile digital divide, eccezion fatta per alcune aree periferiche (Roncitelli, Scapezzano e le zone al confine con Ostra e Ripe), in cui l’ADSL è arrivata solo recentemente o è in arrivo, per i motivi discussi sopra.

In città, una banda di almeno 7 Mb/s è in generale raggiungibile. Il collo di bottiglia sta semmai nel numero massimo di attestazioni sullo stesso punto di accesso.

Digital divide culturale

Imputare il digital divide unicamente a fattori economici o a carenze infrastrutturali può avere un senso nei Paesi in via di sviluppo, dove larghe fette di popolazione non hanno la possibilità materiale di acquistare un PC, o le dimensioni geografiche non consentono la diffusione capillare delle reti di telecomunicazione (si pensi all’Africa o alla Russia). In Paesi come il nostro, tale spiegazione non regge.

Tornando alla citazione iniziale di Corrado Guzzanti, direi che è piuttosto il secondo fattore, quello culturale, a incidere sui ritardi del nostro Paese nella diffusione dei servizi telematici.

È il cosiddetto “analfabetismo digitale”, censito dall’OCSE per descrivere chi oggi, anche in Occidente, è a rischio d’emarginazione per mancanza di competenze. Un rischio ben presente nel nostro Paese, dove gli analfabeti “tradizionali” ormai non superano l’1% della popolazione, ma dove quasi il 50% degli adulti non possiede un computer né utilizza Internet: una cifra enorme, se paragonata al resto d’Europa e soprattutto agli USA. La differenza è in parte di genere (le donne sono meno “connesse” degli uomini), ma soprattutto generazionale: la diffusione dei PC è nettamente maggiore nelle famiglie con bambini e ragazzi (il 68,1% contro il 54,9%).

Sembra impossibile, eppure in una fascia d’età strategica (45-54 anni) in cui si è nel pieno della vita produttiva, soltanto il 53% degli italiani (dati Istat 2010) afferma di conoscere la Rete, e soltanto il 56% possiede un computer a casa.

La resistenza culturale verso il digitale è quantomeno paradossale: quegli stessi adulti così restii ad usare un PC vivono invece incollati al telefonino (150 milioni di sim card attive in Italia). Paradosso che diventa assurdità, se si pensa che gran parte del tempo speso sul Web serve per il divertimento e l’evasione fini a se stessi: si passano ore a tessere relazioni su Facebook o a scaricare filmati su YouTube; poi, si fanno altrettante ore di fila alla Posta per pagare la bolletta della luce, o alla biglietteria della stazione col rischio di perdere il treno.

In molti casi, cioè, si ha uno strumento in mano senza sapere come sfruttarlo. La potenzialità del web meno sfruttata in Italia è quella che consente di evitare la presenza e le transazioni fisiche di persone, merci o denaro:

  • Commercio online, quando la compresenza fisica dell’acquirente e del venditore è del tutto ininfluente: e-ticket per cinema, treno o bus; pagamento delle utenze domestiche (acqua, luce, gas, ecc.), prenotazione viaggi (voli, alberghi, taxi, ecc.);
  • Commercio on-line di altri tipi di beni quali elettronica di consumo, vestiario, mobili, cibo. Da noi c’è ancora una diffusa diffidenza verso questo tipo di transazioni, che impedisce al cliente di entrare “in contatto” con la merce prima dell’acquisto, ma davvero ci serve toccare con mano un televisore o un frigorifero prima di comprarli?
  • Telelavoro, per evitare inutili spostamenti da e verso i luoghi di lavoro e abbattere così il traffico urbano. Va tenuto presente che, nella maggior parte dei casi, il telelavoro non richiede una banda esagerata: è sufficiente un’ADSL da 3-4 Mb/s per accedere a server remoti, fare audio conferenze, condividere desktop e applicativi. Da 7 Mb/s in su (1 Mb/s in uplink), per applicazioni più pesanti quali la videoconferenza.

Parallelo a tutto ciò, è il capitolo sulla Pubblica Amministrazione. L’analfabetismo informatico degl’italiani fa il paio con l’arretratezza degli Enti Pubblici. Ed è qui che la congenita tendenza della P.A. all’autoconservazione e l’altrettanto naturale sua diffidenza verso l’innovazione produce gli effetti peggiori. S’innesca cioè un circolo vizioso nei rapporti tra cittadino a macchina burocratica: quanto più questa è farraginosa, opaca e impermeabile alla tecnologia, tanto più quello avvertirà lontane e inaccessibili le informazioni, e tanto meno si sentirà coinvolto nella gestione della cosa pubblica.

Un paio d’anni fa stavo cercando una copia del Piano degli Arenili del Comune di Senigallia. Trattandosi di atto pubblico, avevo dato per scontato che fosse scaricabile dal sito web del Comune. Non era così, sicché mi armai di pazienza e andai a chiederlo di persona, presso gli uffici di Viale Leopardi. Dovetti tornarci tre volte, ogni volta dirottato da un ufficio all’altro, ogni volta con un assessore assente, un funzionario alla ricerca dell’introvabile copia cartacea da fotocopiare, un’impiegata convinta che quei documenti non si potessero dare al primo che capita e che perlomeno andassero pagati (sic!).

Alla fine riuscii a farmi dare il materiale da un cortese impiegato dell’ufficio urbanistica, ma quanto tempo avremmo risparmiato tutti, mettendo il pdf sul web?

Per l’informatizzazione degli atti del Comune e la loro fruizione online, la banda extra-large è superflua. Eppure, a tutt’oggi, l’accesso telematico agli atti pubblici è considerato un “di più”, un optional rispetto alle modalità tradizionali, alla cara, vecchia e polverosa carta.

Solo recentemente si sono visti progressi. Il sito openparlamento.it, curato dall’associazione OpenPolis, da due anni è il principale canale di accesso di media nazionali e locali, cittadini, associazioni, imprese e amministrazioni, per seguire le attività del Parlamento italiano, tramite la messa in rete di tutto il lavoro che quotidianamente si svolge nelle aule parlamentari.

OpenPolis, in collaborazione con InformaEtica di Senigallia, sta cercando allora di replicare il lavoro su scala locale, con il progetto Openmunicipio.

Il Web, allora, come potente strumento di trasparenza nel rapporto tra eletti ed elettori, la più compiuta realizzazione dell’einaudiano “conoscere per deliberare” che è alla base di ogni democrazia matura.

Molto spesso le soluzioni più rivoluzionarie si hanno a portata di mano, senza esasperate rincorse alla tecnologia. Basta solo guardare quel che si ha con occhi diversi.

Note


[1] Nella legislazione italiana ed europea manca una definizione ufficiale di banda larga (broadband). Fino a poco tempo fa, s’intendeva a banda larga una connessione ad Internet più veloce di quella assicurata da un modem analogico dial-up (tipicamente 56 kb/s). L’evoluzione tecnologica ha reso tale criterio del tutto superato: oggi ha senso parlare di banda larga solo oltre 1 Mb/s.

[2] Qualunque sia la modalità di accesso alla rete: via cavo o fibra (wired) oppure via radio (wireless).

[3] L’ADSL (Asymmetric Digital Subscriber Line) sfrutta il tradizionale doppino telefonico per la trasmissione dati ad alta velocità, utilizzando una banda di frequenze diversa da quella dedicata alla voce. Il cosiddetto “ultimo miglio” collega il modem ADSL dell’utente con il punto di accesso (DSLAM, ossia DSL Access Multiplexer) presso lo Stadio di Linea (SL) del fornitore di servizio (ISP: Telecom Italia, Vodafone, Infostrada, ecc.). La lunghezza dell’“ultimo miglio” condiziona la velocità della connessione: maggiore è la distanza dal punto di accesso (SL), minore sarà la qualità del segnale e dunque più bassa sarà la velocità raggiungibile. Ad esempio, un segnale ADSL da 20 Mb/s raggiunge 1.6 Km di doppino in rame dalla centrale, da 12 Mb/s raggiunge 2,5 Km, da 8 Mb/s 3 Km, da 4 Mb/s 3,9 Km, da 2 Mb/s 4,7 Km. Una ADSL da 640 Kb/s raggiungerebbe i 10 Km di distanza dalla centrale, ma già, dal punto di vista tecnico e commerciale, non ha più senso parlare di banda larga.

[4] Gli apparati di accesso sono chiamati DSLAM (DSL Access Multiplexer)

[5] La centrale più prossima all’utente, dove questo accede ai servizi di telefonia e dati, è detta Stadio di Linea (SL).

[6] L’operatore telefonico, che fornisce anche la connettività internet, è detto Internet Service Provider (ISP). Infostrada, Fastweb, Telecom Italia, ecc. sono ISP.

[7] Chiamate Stadi di Gruppo Urbano (SGU), tipicamente di proprietà Telecom Italia.

[8] Diffuso da una decina d’anni, l’UMTS (Universal Mobile Telecommunication System) è lo standard di telecomunicazioni radiomobili di terza generazione (3G) focalizzato sulla trasmissione dati, licenziato in Italia nella banda dei 2100 MHz. Nella sua evoluzione HSDPA/HSUPA (High Speed Downlink/Uplink Packet Access, detta anche 3.5G), garantisce una velocità fino a 28 Mb/s in downlink e 6 Mb/s in uplink, la quale però è condivisa da tutti gli utenti che fanno traffico dati sotto la stessa cella.

[9] Worldwide Interoperability for Microwave Access (WiMAX) è la tecnologia che consente l’accesso a banda larga, con costi ridotti e prestazioni elevate, fino a 70 Mbit/s di dati condivisi (ad es. 70 abitazioni con connettività di una ADSL a 1 Mb/s). È una delle soluzioni adatte a colmare il digital divide, specie nelle aree rurali, a patto di licenziarla su bande di frequenza non superiori a quelle usate per il GSM (900 MHz).

[10] Long Term Evolution (LTE), una tecnologia wireless cosiddetta di quarta generazione (4G), con velocità molto superiori sia al 3G che al WiMAX (oltre 300 Mb/s in down link 80 Mb/s in uplink). Come l’HSPA e il WiMAX, anche la anda LTE disponibile è condivisa, con diverse priorità, da tutti gli utenti sotto la stessa cella e dipende anche dalle condizioni radio di ciascun utente nonché dalle strategie di multiplazione statistica degli utenti (overbooking). LTE è stato licenziato in Italia su bande da 800 a 2600 MHz, ma poiché il raggio di copertura decresce rapidamente all’aumentare della frequenza, è consigliabile usare 800 MHz per combattere il digital divide.

[11] WiFi e Wireless Local Area Network (WLAN). Tecnologia economica, caratterizzata da basse potenze di emissione e dunque da ridotta copertura (qualche decina di metri all’aperto). Le frequenze utilizzate dagli standard WLAN (2.4 e 5 GHz) appartengono a due bande che sono considerate di uso libero a livello di standardizzazione internazionale. In alcuni casi questi sistemi possono essere utilizzati anche come sistemi di accesso pubblico; è ad esempio possibile creare una WLAN in luoghi densamente affollati come aeroporti, stazioni e hotel.

 

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2 Commenti

  1. inver@libero .it
    maggio 02, 10:03 #1 inver@libero .it

    Il linguaggio formato di tanti “cazzo”… e ancora “cazzo…”. sono convinto che non farà tanta strada !
    Comunque tanti …auguri !!!

    Rispondi al commento
  2. Lorenzo Franceschini
    giugno 09, 11:52 #2 Lorenzo Franceschini

    Andrea, ho avuto modo di leggere solo ora il tuo articolo e l’ho trovato chiaro, esauriente e molto ben scritto: complimenti !

    Chissà che non possa contribuire alla riduzione della componente cultuale del digital divide ;-)

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