Fiera, opere pubbliche, ripopolamento: la travagliata rinascita di Senigallia

marzo 17 10:23 2012 Stampa questo articolo
Il perimetro ad osso di seppia delle mura malatestiane da una stampa risalente al periodo 1530-1540 per un progetto di ampliamento e fortificazione della città.

Storia senigalliese: quarta puntata, la città e i Malatesti, secoli XIV e XVI

 

di Maurizio Pasquini

 

Ci eravamo lasciati a metà del 1300, quando la città era in piena decadenza
In questo periodo il cardinale Albornoz, essendo la città quasi priva di difese, vista la distruzione di gran parte delle sue mura, dispone la costruzione di una rocca attorno ad una antica torre costiera, sulla quale poi verrà edificata quella attuale (qui però vi rimando ad un bellissimo libro dove trovare approfondimenti su questi periodi: Senigallia Medievale – vicende politiche e urbanistiche dall’età comunale all’età malatestiana – secoli XII-XV  di Virginio Villani, 2008).

Il cardinal legato avvia anche la ricostruzione o il restauro del porto, per il quale vengono tassati i comuni  della re-gione. Ma nessuno dei due lavori verranno condotti a termine per il grave stato  di decadenza della città.

La pace restaurata dall’Albornoz permette nel 1367 al papa Urbano V di ritornare a Roma la-sciando la sede di Avignone. Ma l’Italia continua ad essere travagliata da guerre e la sede papale a Roma ha vita breve. Nel 1370 il papa ritorna ad Avignone e nella Marca Anconetana riprendono a poco a poco le lotte politiche, accentuate nel 1376 dall’adesione di molti comuni e signori alla Lega Italica, sostenuta da Firenze e dai Visconti, contro la politica di restaurazione della Chiesa, che non disponendo di milizie proprie fa sempre più ricorso a quelle mercenarie. Inizia così un fenomeno che arreca danni e desolazione soprattutto alla provincia di Ancona e che durerà fino ai primi decenni del ‘400.
Intanto nel 1377 papa Gregorio XI ritorna definitivamente a Roma e l’anno seguente inizia lo scisma d’occidente per la defezione dei cardinali francesi che eleggono l’antipapa Clemente VII. Con la vittoria di Marino nel 1379 si consolida il potere del papa legittimo Urbano VI, che dona Senigallia in signoria a Galeotto Malatesta. Alla sua morte nel gennaio del 1385 gli succede uno dei suoi figli: Pandolfo III.
Lo scisma della Chiesa, che arriva ad avere tre papi, dura a fasi alterne fino a metà del ‘400 e favorisce il perdurare dell’instabilità politica, consentendo ai vari signori e comuni di allearsi con le opposte fazioni papali. Ne profittano capitani di ventura come Braccio da Montone e signori cittadini come i Varano, i Malatesti, i Montefeltro e altri minori. Ad un certo punto ad esempio i Varano e Ludovico Migliorati, già rettore e nipote di uno dei papi contendenti, si coalizzano con Braccio da Montone contro i Malatesti, che debbono cedere Jesi e altre terre, ma conservano Senigallia, anche dopo la dura sconfitta subita da Carlo, fratello di Pandolfo,  nel 1416.
Intanto Senigallia cerca di sopravvivere come può. Al 1408 risale la prima documentazione ri-guardante la Fiera di Senigallia, testimoniando la continuazione dei traffici marittimi nel nostro porto: tale Ciriacho de ser Bartolo, depositario di Pandolfo Malatesti, vi descrive gli introiti relativi.  La fiera avviene all’interno della festa di santa Maria Maddalena che si svolge il 22 luglio. I traffici commerciali si basano soprattutto sull’esportazione del grano dai comuni dell’entroterra e del legname tratto dalle numerose selve che ricoprono il territorio della città. Altra entrata è quella dei pascoli comunali, abbondanti al pari delle selve per lo scarso popolamento della fascia collinare costiera.
L’affermarsi della Fiera consente la presenza di una comunità ebraica particolarmente dedita al commercio ed al prestito: infatti in quegli anni viene concesso all’ebreo Sabbatuzio l’apertura di un Banco di Prestito. Qui dobbiamo fare una piccola digressione: agli ebrei, notoriamente dediti e molto esperti nei commerci, era proibito detenere beni immobili; di conseguenza si trovavano a disporre di ingenti somme liquide che non potevano reinvestire. All’epoca il prestito “ad usura”, cioè con interessi, era considerato immorale dalla Chiesa e quindi non consentito ai cristiani, anche se poi i grandi banchi commerciali trovavano il modo di aggirare i divieti, soprattutto al di fuori dello Stato della Chiesa. Si trovò quindi il compromesso di autorizzare gli ebrei a tale compito riconoscendogli non un interesse ma un rimborso spese, un 5%. Non dobbiamo altresì dimenticare che molti signori e persino dei Re si indebiteranno con ebrei facoltosi, e sicuramente il fatto che spesso non riuscissero a restituire i prestiti non è estraneo alle persecuzioni che questi dovettero subire.
Le entrate del porto vanno in gran parte a vantaggio delle finanze signorili e hanno poco riflesso sull’economia cittadina che continua a languire. Lo dimostra il fatto che la città abitata è ormai in gran parte ristretta al di qua del Corso attuale e raccolta attorno alla cattedrale e al vescovato, che sorge  dove  oggi sono le scuole Pascoli. Il vescovato è fortificato e munito di torri e attorno sorge la cosiddetta cittadella chiusa da mura e fossato. Tutta l’area oltre il Corso o via Mastai è pressoché abbandonata e adibita ad orti e coltivazioni: vi sopravvivono qualche piccola abitazione, qualche chiesa e i ruderi delle antiche mura.
Nel settembre del 1429 Pandolfo III Malatesta muore e la successione vede sorgere contrasti tra la Chiesa e i Malatesti di  Pesaro, i quali però dopo un periodo di guerre si vedono riconosciuto il vicariato di Senigallia. Intanto nel dicembre 1433 Francesco Sforza, inviato da Filippo Maria Visconti, invade le Marche e riesce ad occupare quasi tutti i comuni senza difficoltà. Il papa allora fa buon viso a cattiva sorte e con la sua diplomazia riesce a portare lo Sforza dalla sua parte, nominandolo suo vicario per la Marca d’Ancona.  Il duca di Milano di fronte al tradimento gli invia contro Fortebraccio (figlio di Braccio da Montone) e Niccolò Piccinino formando un’alleanza con Alfonso d’Aragona re di Napoli contro il papa, Venezia e Firenze. In questo contesto emerge la figura di Sigismondo Malatesti signore di Rimini, che è il principale alleato e condottiero di Francesco Sforza, che grazie a lui riesce a contrastare i Montefeltro.
Sigismondo mira a sottrarre alla signoria di Pesaro, del debole cugino Galeazzo, Senigallia e Fossombrone e chiede per questo l’aiuto di Francesco Sforza. Ma il capitano milanese, probabilmente perché non vuole che Sigismondo diventi troppo potente, nel 1444 con un brusco voltafaccia si accorda con Galeazzo di Pesaro, da cui ottiene Pesaro per 20 mila fiorini d’oro, e favorisce la cessione di Fossombrone a Federico da Montefeltro per 13 mila. Sigismondo allora si riappacifica col papa e stringe una lega con Alfonso d’Aragona contro lo Sforza, ottenendo in cambio Senigallia
Sigismondo Malatesti decide di sfruttare le potenzialità economiche della città e di procedere alla sua ricostruzione. Dà quindi l’incarico all’architetto Antonio da Vercelli ed al mastro muratore Baroccio da Fano di provvedere innanzitutto a dotarla di una nuova cinta di mura, necessariamente più ristretta di quella antica, perché la città è in buona parte distrutta ed ha perso gran parte della sua popolazione. In concomitanza con questo, nel 1449, emana un bando in tutta Italia promettendo terreno più una coppia di buoi in dono a chiunque voglia venire a stabilirsi a Senigallia, promettendo anche una liberatoria dai debiti. Riapre e restaura le strade di collegamento con Ancona, Fano e Jesi. Da avvio al riordino amministrativo della città istituendo un consiglio di 24 anziani e l’elezione di un podestà. Si fanno i primi argini del fiume con una palata di legno e ferro, mentre la fiera della Maddalena conosce un notevole incremento, tanto che nel 1457 viene istituita la carica di Capitano del Porto con il compito di soprassedere all’organizzazione ed alla sicurezza della fiera.
Nel 1451 viene costruito il torrione San Francesco (presso la curva della Penna), l’anno dopo i mondolfesi sono costretti a costruire i bastioni della rocca alla porta San Martino, ma essendo stata fatta male questa crolla; saranno costretti a rifarla l’anno dopo, utilizzando la calcina che gli scapezzanesi avevano accumulato in previsione di fortificare il loro castello. Questi ultimi si erano opposti alla ricostruzione di Senigallia perché la ritenevano poco sicura e difendibile rispetto alla posizione del loro castello di Scapezzano. Per questo sgarbo al principe vengono obbligati a lavorare per la ricostruzione senigalliese utilizzando i materiali che avevano già accantonato.  Nel 1454 è edificata la Porta Nuova, l’anno seguente viene edificato il torrione San Giovanni o Isotteo (zona attuale caffè Italia), nel 1456 il torrione del ponte al porto e il torrione San Bartolomeo. La città murata assume una forma elissoidale ad osso di seppia, tutta raccolta nell’ansa del fiume a sud di esso. Nell’ambito di queste opere di fortificazione, per scopi di ingegneria militare, e sicuramente anche per rivalità di potere, viene demolito l’episcopio e la cattedrale di San Paolino e i suoi marmi e colonne verranno portate a Rimini utilizzate per la chiesa di San Francesco; si dice che il vescovo ne morirà di crepacuore.  La città è per anni un brulicare di costruzioni.
Lasciamo per un attimo gli avvenimenti e proviamo  a fare  una passeggiata sulle nuove mura. Partiamo dalla rocca, da lì si vede la spiaggia con il mare che arriva all’incirca all’altezza dell’attuale stazione ferroviaria. Saliamo sulle mura, in qualche tratto semplici terrapieni, che deviano leggermente verso via Oberdan; su questa via troviamo tre torrioni, uno all’inizio, il torrione San Francesco, uno a metà il torrione della Penna (davanti all’entrata scuola Pascoli) e poi il Torrione San Paolino (quasi all’incrocio con Corso 2 giugno). Da questi torrioni si possono vedere le macerie dell’episcopato (giardini scuola pascoli), il fosso della Penna, e la chiesa di S .Martino (all’incirca giardini Catalani,) oltre che avere una visuale della palude delle Saline fino al mare spaziando verso Ancona. Le mura girano leggermente fino alla Porta Nuova (incrocio via Mastai-via Marchetti), da cui si può uscire dalla città per andare verso i “prati della maddalena” che si estendono sino alle anse del fiume. È qui che si accampano le truppe di passaggio in città. Di fronte, nella posizione attuale, vediamo la chiesa della Maddalena contornata da un piccolo borgo, più in là verso sinistra scorgiamo il borgo Portone con  la chiesa di S. Maria del Portone ( fra via Pe-trarca e il fiume). Da Porta Nuova, piegando leggermente verso nord, incontriamo  un altro torrione (all’incirca p.zza Lamarmora) e proseguiamo fino al torrione che si trova all’incrocio tra via F.lli Bandiera e via Gherardi. Saliamo verso il fiume e ci troviamo sul torrione S .Bartolomeo (quasi in fondo a via F.lli Bandiera), proseguiamo a destra fino al torrione del ponte (in fondo a via Mastai) dove c’è un ponte in legno che collega con il Borgo del Porto. È il ponte dal quale entrano in città coloro che provengono da nord. Costeggiamo il fiume e troviamo, all’altezza di palazzo Gherardi il torrione di Porta Vecchia, la porta che è l’ingresso che accoglie chi attracca al nostro porto canale. Adiacente verso i Macelli troviamo il torrione di S. Giovanni o Isotteo, da qui proseguiamo e ritorniamo  alla rocca. La nostra passeggiata è terminata.
Intanto Sigismondo corre verso la sua fine, perché la sua crescente potenza suscita la diffidenza di Federico di Montefeltro. Ma di questo parleremo nel prossimo numero.

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