Federalismo fiscale: tutto fumo

marzo 20 10:41 2012 Stampa questo articolo

La riforma mancata del fisco municipale

 

di Francesca Paci

 

La parola chiave della tanto attesa riforma del fisco municipale avrebbe dovuto essere “federalismo fiscale”, ma nel nuovo disegno della fiscalità locale che ha via via preso forma attraverso i provvedimenti normativi che si sono succeduti a partire dal 2009, del federalismo sembra essersi persa ogni traccia. Il federalismo, se declinato in chiave solidale, e dunque liberato delle pulsioni secessioniste e dai tratti più marcatamente egoistici, rappresenta un tema di grande interesse anche in una visione politica di sinistra o di centro-sinistra. E’ per questo che, ad auspicare una autentica riforma federale del nostro sistema fiscale, sono state, con inevitabile diversità di accenti, la gran parte delle forze politiche.


Il federalismo fiscale infatti, ridotto al suo nucleo essenziale, non è che una dottrina politico-economica finalizzata ad istituire un rapporto di diretta proporzionalità tra le imposte riscosse in un determinato ambito territoriale (comune, provincia, regione) e le imposte effettivamente destinate ed utilizzate in quello stesso ambito territoriale. La principale conseguenza di ciò dovrebbe essere una maggiore possibilità di controllo da parte dei cittadini amministrati sui loro amministratori. In un sistema di federalismo fiscale compiuto, infatti, il cittadino dovrebbe poter valutare quanto il governo locale gli ha chiesto di versare sotto forma di imposte e che cosa gli ha restituito in cambio in termini di servizi ed opere pubbliche. La possibilità di esercitare questo tipo di controllo è, evidentemente, la premessa per un esercizio consapevole del voto e quindi, per la consacrazione dei buoni amministratori e la rimozione di quelli cattivi.
Nei provvedimenti a suo tempo emanati dal Governo Berlusconi, credo che il federalismo fiscale si configuri come una promessa tradita, o, se si preferisce, come una scommessa persa. Le buone intenzioni contenute nella Legge Delega del 2009 non hanno infatti trovato adeguata concretizzazione nei relativi provvedimenti attuativi. Per quanto riguarda in particolare i Comuni, la riforma è consistita essenzialmente in due tipi di interventi: 1) l’attribuzione ai comuni di una fetta della fiscalità immobiliare di pertinenza erariale, cui si aggiunge la compartecipazione al gettito dell’IVA 2) la individuazione di nuove imposte di diretta spettanza comunale (Imposta Municipale Propria, Imposta Municipale Secondaria, Imposta di Soggiorno) cui si aggiunge l’ampliamento delle possibilità applicative di altre (Imposta di Scopo). Ebbene, questi provvedimenti, per come sono conformati, non valgono a restituire autonomia impositiva ai Comuni né ad ancorare stabilmente il gettito fiscale al territorio in cui lo stesso si è prodotto (nucleo essenziale del Federalismo Fiscale). Provo a spiegare, semplificando un po’.
Per quanto riguarda l’intervento 1) le risorse assegnate ai Comuni confluiscono nel Fondo di Riequilibrio (che, a regime, diverrà il Fondo Perequativo) per essere annualmente ripartite tra i singoli enti, attraverso meccanismi che riproducono una nuova centralità e una visione ancora Stato-centrica. Certo, meccanismi perequativi vanno previsti per compensare gli inevitabili squilibri territoriali, ma solo quando il riparto avverrà sulla base dei costi e dei fabbisogni standard si potrà considerare effettivamente superato il modello dei trasferimenti erariali fondati sulla spesa storica.
Per quanto riguarda l’intervento 2), la scarsa “manovrabilità” dei tributi propri (quelli che i cittadini versano direttamente al comune di residenza) comprime a tal punto l’autonomia dei comuni che, negli amministratori locali, si è prodotta l’amara sensazione che poco o nulla sia cambiato.
La finanza dei comuni continua ad essere in buona parte di tipo derivato e, quando non lo è (entrate proprie), i tributi comunali (vecchi e di nuova istituzione), continuano ad essere poco “manovrabili”, perché non è possibile incidere sulle aliquote, sulle ipotesi di esenzione, sulle detrazioni, ecc. E non è questione di poco conto: senza “manovrabilità” non c’è autonomia e senza autonomia non è possibile fare scelte, che è il compito essenziale della politica. Viene meno così il fondamento stesso del Federalismo Fiscale: “pago, vedo, voto”.
In questo scenario già gravemente compromesso si è inserito il cosiddetto Decreto Salva Italia, cioè la manovra che, in tutta fretta, il Governo Monti, incalzato dalla speculazione finanziaria e dalle tensioni prodottesi nei mercati, ha varato il 6 dicembre delle scorso anno. Il Decreto interviene, tra le altre cose, sul fisco municipale anticipando al 2012 l’introduzione dell’IMU (l’ex Ici), altrimenti prevista per il 2014, e modificandone in parte la disciplina. Anche questo provvedimento, letto dal punto di vista delle aspettative federaliste, risulta estremamente deludente. E’ positivo aver anticipato l’entrata in scena dell’IMU prevedendone l’applicazione anche all’abitazione principale (le cosiddette “prime case”), per altro con detrazioni molto significative che di fatto faranno sì che un numero consistente di cittadini verrà esentato dal pagamento. E’ positivo consentire che i Consigli Comunali deliberino la variazione in aumento o in diminuzione delle aliquote: questa si che è autonomia tributaria! Tuttavia l’esigenza pressante di fare cassa ha prodotto effetti distorsivi impressionanti, infatti l’intero maggior gettito dell’IMU ad aliquote base (0,4% per le abitazioni principali e lo 0,76% per tutte le altre categorie di immobili) verrà introitato dallo stato, in parte attraverso il versamento diretto da parte dei cittadini ed in parte attraverso la riduzione del Fondo di Riequilibrio. Insomma, a meno che i Comuni non ritocchino al rialzo le aliquote (il Decreto consente di farlo: 0,2% per la prima casa, 0,3% per le altre categorie di immobili), nelle casse comunali non arriverà un solo euro in più rispetto a quanto derivava dalla vecchia Ici. E non basta: i Comuni saranno quasi certamente costretti a ritoccare al rialzo le aliquote per poter mantenere l’equilibrio dei propri bilanci, perché lo stesso Decreto introduce ulteriori tagli alle risorse destinate ai comuni, e cioè al Fondo di Riequilibrio. Dopo le sforbiciate delle manovre della scorsa estate, che si sommavano a quelle dell’estate 2010, ai comuni vengono infatti sottratte risorse per un ulteriore miliardo e 450.000 euro. Dunque, se i comuni decideranno di “appesantire” l’IMU non sarà per poter fornire maggiori servizi ai cittadini, ma per compensare i tagli. Certo, siamo di fronte ad una crisi economica e finanziaria di proporzioni enormi, il paese è sull’orlo del baratro, tutti siamo chiamati a precise assunzioni di responsabilità, ma una cosa mi sembra certa: il federalismo è ancora un miraggio, siamo insomma ancora ben lontani da un “sistema di finanza locale incentrato su una effettiva autonomia di entrata e di spesa, capace di garantire la massima responsabilizzazione di tutti i livelli di governo e l’effettività e la trasparenza del controllo democratico nei confronti degli eletti”. Così come ambiziosamente preannunciava la Legge Delega.

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