Donne nella crisi: più precarie e sempre le meno pagate

marzo 20 10:16 2012 Stampa questo articolo

Intervista a Gianluca Goffi dell’Osservatorio sul Mercato del Lavoro Marche

 

 

di Alessia Girolimetti

 

 

Prendendo spunto dal libro “Sempre più donne. Indagine sulla disoccupazione e sulla condizione femminile nell’area senigalliese.”[1], abbiamo pensato di intervistare il suo curatore, Gianluca Goffi[2], per capire quali sono i cambiamenti intercorsi dal 2009, data di pubblicazione del volume e anno segnato profondamente dalla crisi economica.

Al momento dell’indagine il lavoro femminile part-time vedeva in Italia la contraddizione per la quale questo strumento veniva utilizzato da donne appartenenti a classi d’età con meno carichi familiari, quindi essenzialmente dalle giovani. Cosa è cambiato? Le richieste di part-time poi tendevano ad essere viste negativamente nel contesto locale caratterizzato da piccole imprese. Adesso?

E’ ancora molto elevata l’incidenza del part-time involontario fra le donne, ovvero di coloro che lavorano a tempo parziale perché non hanno potuto trovare un’occupazione a tempo pieno; questo, invece, dovrebbe essere uno strumento di conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, da utilizzare in momenti particolari, quali ad esempio la nascita di un figlio, o la malattia di un anziano convivente. In questi casi si va a part-time, per poi riprendere a lavorare full-time, perché il tipo di occupazione standard è quello a tempo pieno, quello che può assicurare un adeguato livello retributivo e determinati sbocchi a livello di carriera. Non va dimenticato che il part-time presenta anche degli inconvenienti, come il fatto che viene applicato principalmente a mansioni frazionate, con un minore interesse e una minore responsabilità, con minori retribuzioni, oltre a una limitazione forte delle possibilità di carriera.

A Senigallia viene spesso utilizzato nella sanità, nel tessile-abbigliamento, nell’alimentare e soprattutto nell’alberghiero-ristorazione e nel commercio. Abbiamo intervistato un campione rappresentativo di 165 donne disoccupate senigalliesi: più della metà di quelle che avevano lavorato nell’ultimo anno, lo avevano fatto a part-time. Andando a scomporre ulteriormente il dato, ci si accorgeva che le donne con figli che avevano lavorato l’ultimo anno a part-time erano il 42%, quelle conviventi senza figli il 58%, quelle non conviventi e senza figli arrivavano al 60%. Questi risultati sono eloquenti.

E’ stato anche chiesto alle disoccupate: “Desidererebbe lavorare a tempo pieno o ad orario ridotto?”. Solo il 39% delle donne propende per il part-time. Se si scompone ulteriormente il dato, ci si accorge che tale percentuale aumenta con l’età e in caso di figli, mentre diminuisce con il crescere del titolo di studio. Ciò ad ulteriore conferma che la concessione del part-time nel territorio risponde più a necessità aziendali che a una libera scelta da parte delle donne.

Abbiamo anche posto alle disoccupate altre domande in merito al part-time. Da una in particolare risultava che solo due donne su cinque non avevano rilevato resistenze nel corso di loro precedenti esperienze lavorative. In questo caso si trattava solo di impressioni.

In passato, nei momenti di crisi le donne erano le prime ad essere espulse dal mercato del lavoro, in quanto nei primi anni Duemila i settori più colpiti dalla crisi sono stati il tessile-abbigliamento e il calzaturiero. Dalla fine del 2008, la crisi nella nostra regione ha colpito invece soprattutto settori ad occupazione prevalentemente maschile, quali la meccanica e il legno-mobile. Dai dati forniti dal Centro per l’Impiego di Senigallia risulta che la situazione per le donne non è affatto migliorata. Prendiamo ad esempio il ricorso alla mobilità. Nel 2009 per la prima volta il numero degli iscritti maschi ha superato quello delle femmine, ma nel 2010 le donne tornano ad essere più numerose (55%). Rispetto al dato 2007 pre-crisi (186 donne in mobilità), il 2010 vede il numero delle donne raddoppiare (365). Nei primi mesi del 2011 la situazione sembra leggermente migliorata (188 donne in mobilità). Va precisato che la grande maggioranza delle donne in mobilità nel nostro territorio proviene dal tessile-abbigliamento.

In questo momento di crisi più donne si rivolgono al mercato del lavoro per avere una fonte integrativa di reddito per la famiglia. Le donne pur di lavorare sono disposte a farlo ad orario ridotto, con un basso salario e con contratti più precari; sono quindi in una situazione sempre più debole. Ne è esempio emblematico l’esplosione del ricorso al lavoro intermittente a chiamata o job on call, che nel senigalliese viene usato soprattutto nel settore alberghiero e ristorativo. Nel 2008 le assunzioni di donne con contratto di lavoro a chiamata erano 396 (il 4,7% del totale), notevolmente diminuite a causa della temporanea soppressione, ad opera della L. 247 del 24 dicembre 2007 di tale tipologia contrattuale, successivamente reintrodotta dal D.L. 112 del 25 giugno 2008. Ora le assunzioni femminili con il job on call sono 1.383, il 17,3% del totale, ma la verità è che il job on call viene spesso usato come una sorta di “lavoro nero garantito”.

Cosa è cambiato in questi pochi anni rispetto al livello di retribuzione richiesto da laureate, diplomate e restanti? E tra il differenziale retributivo di genere?

Nei periodi di crisi solitamente si verifica una riduzione del salario di riserva, ovvero il salario minimo per cui una persona sarebbe disposta ad accettare un lavoro full-time.

Il 54% delle donne intervistate richiedeva almeno 900 euro mensili per accettare un lavoro a tempo pieno, il 35% almeno 1200 euro. Per le donne laureate il salario di riserva aumentava. Questa era la situazione pre-crisi. Se facessimo la stessa domanda ora, è presumibile ritenere un notevole abbassamento di questi livelli, ciò crea un ulteriore indebolimento della condizione delle donne nel mercato del lavoro.

Per le donne si verifica una segregazione a livello lavorativo in diverse dimensioni: a livello settoriale, con l’occupazione che si concentra in determinati comparti e in modo particolare nel terziario; a livello professionale, con l’accesso solo a determinate mansioni considerate femminili; a livello verticale, intesa come possibilità di carriera e quindi concentrazione delle donne nei livelli gerarchici e professionali più bassi; a livello di modalità, intendendo con questa espressione una maggiore incidenza del lavoro irregolare. Si registra spesso un sottoinquadramento, le donne svolgono mansioni inferiori al loro titolo di studio: la donna laureata si trova spesso a fare un lavoro da diplomata, quella diplomata una mansione per la quale è richiesto un titolo di  scuola media inferiore. Le donne sono relegate a certi settori e a determinate mansioni perché è il mercato che lo impone; per giunta, come abbiamo visto anche nel libro dall’analisi dei dati sulle assunzioni, per le donne vi è anche una maggiore diffusione di contratti più precari.

I differenziali salariali di genere possono avere diverse cause: la maggiore diffusione di modalità contrattuali caratterizzate da livelli retributivi minori, una diversa distribuzione tra posizioni professionali rispetto al genere (più elevate per gli uomini), una diversa quantità di lavoro prestata (meno lavoro straordinario e una maggiore fruizione dei permessi non retribuiti rispetto agli uomini). Tutti questi risultati emergono anche dai dati marchigiani che abbiamo elaborato in occasione della Conferenza Regionale sull’Occupazione Femminile che si è tenuta nel luglio 2008, da cui emerge anche che i settori occupazionali a prevalenza femminile sono quelli con i differenziali retributivi più alti. Col tempo inoltre il gap retributivo tra donne e uomini è aumentato.

Come emerge dal libro la quantità di servizi offerti aumenta all’aumentare della partecipazione lavorativa femminile e viceversa; questi due fattori sono strettamente interconnessi. In una situazione come quella attuale, in cui i Comuni si trovano sempre più spesso a dover fare i conti con un’esiguità di risorse che spesso genera una riduzione degli investimenti nei servizi, quanto viene danneggiata l’occupazione femminile?

La situazione lavorativa della donna viene vista come una questione sociale riguardante l’emancipazione, ma è una questione anche economica. La famiglia a doppio reddito, oltre a sfuggire alla trappola della povertà, è una gran consumatrice di servizi e un volano delle attività economiche, in quanto spesso i servizi generano altri servizi. Nei paesi in cui è aumentata l’occupazione femminile sono cresciuti come conseguenza sia servizi tradizionali,  sia altri di nuova generazione: gran parte di questi nuovi posti di lavoro sono andati proprio alle donne. Il lavoro delle donne è un vero e proprio moltiplicatore dell’occupazione e dell’economia. In questo periodo di crisi il problema della crescita è cruciale, sentiamo spesso dire che i consumi sono fermi e anche per questo la nazione non cresce. I consumi delle famiglie sono una componente essenziale della crescita del PIL. Un altro importante effetto moltiplicatore dell’occupazione femminile risiede appunto nei consumi. Nei paesi dove è stata maggiore la crescita dell’occupazione femminile sono cresciuti notevolmente anche i consumi: le donne effettuano in prima persona, oppure orientano, gran parte delle scelte di consumo. Le donne che guadagnano tendono a spendere una parte significativa del loro reddito in consumi di beni e servizi dedicati ai figli, a se stesse e alle famiglie. L’Italia non cresce anche perché il motore dell’occupazione femminile non viene attivato.

Vorrei chiederti se è cambiato l’atteggiamento delle italiane nei confronti del lavoro rispetto alle immigrate. Dal libro emerge infatti che, essendo le immigrate in genere più orientate al lavoro rispetto alle italiane, sono anche molto meno interessate al part-time, rivendicano meno dal punto di vista della conciliazione con le attività di cura, cercano lavoro più attivamente accontentandosi di ciò che trovano.

Le donne italiane sono sempre più disposte a fare lavori meno ‘appetibili’, quali le badanti, che prima invece erano appannaggio soprattutto delle lavoratrici straniere. Le donne sono le più esposte alla piaga del lavoro nero, che si sviluppa più che altro nel terziario: solo 4 disoccupate su 10, fra quelle intervistate nel Centro per l’Impiego di Senigallia, nell’ultimo triennio non hanno mai lavorato irregolarmente.

Questo è anche una conseguenza della crisi che stiamo attraversando, che va avanti da tre anni: una crisi così grave non si era mai verificata dal dopoguerra ad oggi. La stessa crisi energetica del ’73 è durata solo alcuni trimestri ed era dovuta a un fattore esogeno, l’aumento dei prezzi del petrolio. Ora invece siamo di fronte ad una crisi endogena al sistema economico di proporzioni enormi.

Quali azioni concrete potrebbero prendere le istituzioni locali, dalla Regione al Comune?

L’obiettivo di questo studio commissionato nel 2007 dalla Giunta Angeloni era quello di avere un’applicazione pratica e di coinvolgere le parti sociali. Le conclusioni del libro sono divise in quindici punti: i primi cinque sono generali, mentre dieci punti rispondono ad un decalogo di azioni concretamente attuabili da parte dell’Amministrazione Comunale, anche con la collaborazione di quella Provinciale e Regionale. Ne cito i cinque che ritengo più importanti:

1- Servizi alla prima infanzia

Senigallia si attestava nel 2008 a una copertura del fabbisogno dei servizi alla prima infanzia (asili nido) del 34% della popolazione 0-36 mesi, una percentuale in linea con quella richiesta dal Consiglio Europeo. Nonostante questi progressi (la copertura nel 2001 era del 6%), due terzi delle donne intervistate pensava che i posti non fossero sufficienti, soltanto un quarto delle intervistate giudicava l’offerta adeguata. Sembra verificarsi un aumento della domanda trainato dall’aumento dell’offerta: questo può essere dovuto anche al passaparola e quindi configurarsi come un indicatore positivo riguardo alla qualità dei servizi offerti. Tuttavia, al momento dell’indagine, veniva rilevato un aumento delle liste di attesa negli anni. Per giunta, la maggior parte delle strutture eroga servizi soltanto dal lunedì al venerdì, non offre servizi estivi e durante le vacanze natalizie e pasquali solo il 30% delle donne intervistate risultava soddisfatta degli orari e delle modalità di apertura. Inoltre, nonostante le rette fossero bloccate da quattro anni, quasi la metà delle donne intervistate riteneva i loro costi non sostenibili. Occorre quindi continuare sulla strada già intrapresa, ampliando ulteriormente il numero di posti e continuando a puntare su un servizio alla prima infanzia di qualità: investire nella formazione del personale, mantenere basso il rapporto fra bambini ed educatrici, definire standard e obiettivi formativi, monitorare e valutare continuamente la qualità delle prestazioni, assicurare stretti raccordi con i genitori. Inoltre, vanno ampliati i servizi anche in termini di periodi di copertura (periodi classici di ferie come la parte centrale della stagione estiva). Anche se i tagli e i vincoli imposti dal Governo centrale ai bilanci comunali rendono tali azioni sempre più difficili da realizzare, questa deve essere una priorità assoluta. In Italia il problema della bassa fecondità e della bassa occupazione femminile rispetto al Nord Europa, dove le donne lavorano e fanno più figli, è dato soprattutto dalla carenza di servizi. Questo è un nodo cruciale su cui le Amministrazioni Comunali possono incidere.

2- Servizi all’infanzia

Alla domanda “Ritiene possa essere utile accedere ad un elenco di baby sitter certificate per formazione ed esperienza da parte di un ente pubblico?” la stragrande maggioranza delle intervistate aveva risposto positivamente. Il requisito della conoscenza diretta non sembra affatto essenziale quindi e le donne si fidano di un eventuale “accreditamento” da parte di un ente pubblico. L’accreditamento garantisce standard di sicurezza, qualità ed affidabilità personale e potrebbe avvenire attraverso un corso di formazione che permetterebbe alle partecipanti di ottenere la qualifica di baby sitter e di entrare così a far parte dell’elenco delle baby sitter certificate. A tale elenco le famiglie potrebbero attingere per avere un sostegno qualificato. L’ente pubblico potrebbe fissare dei limiti tariffari da applicare e contribuire parzialmente, anche attraverso il riconoscimento di buoni-servizio, alle famiglie con redditi più bassi. Queste azioni vengono già applicate in altre realtà e hanno avuto importanti effetti.

3- Servizi agli anziani 

La stessa domanda è stata posta riguardo alle badanti e si è ottenuta la medesima risposta. Si pone quindi l’opportunità dell’attivazione di un elenco badanti, un registro cittadino a disposizione per le famiglie e a cui rivolgersi per l’assunzione di una badante. Questo potrebbe essere realizzato attraverso corsi di qualificazione professionale rivolti alle operatrici familiari della cura degli anziani, aventi lo scopo di agevolare l’acquisizione di conoscenze anche linguistiche e l’apprendimento di tecniche assistenziali. Verificate le competenze tecnico-professionali di base e trasversali possedute, le operatrici potrebbero essere inserite in questo elenco cui i cittadini potrebbero rivolgersi in caso di necessità. Ciò costituirebbe un altro passo verso il sostegno dell’inserimento lavorativo soprattutto delle immigrate e allo stesso tempo sarebbe uno strumento di garanzia qualitativa dei servizi agli anziani. La gestione della non autosufficienza incombe in particolare sulle donne. Spesso le donne non lavorano per assistere i familiari non autosufficienti: sgravandole dagli oneri di cura con una professionalizzazione di questo enorme mercato parallelo delle badanti, si potrebbe generare più occupazione e più crescita con un conseguente effetto moltiplicatore per l’occupazione femminile.

4- Residenze protette per anziani

La maggior parte delle donne intervistate nella nostra indagine lamentava lunghe liste d’attesa e costi troppo elevati. Questo era dovuto al fatto che nella nostra Regione i posti convenzionati, cioè quelli in cui non si paga la retta, al momento dell’indagine erano minori rispetto a molte altre Regioni del Centro-Nord. Vanno pensate anche forme alternative che promuovano la domiciliarità come l’assegno di cura. Questo permetterebbe di ridurre le liste di attesa nelle case protette e di andare spesso incontro alla volontà delle persone non autosufficienti e delle proprie famiglie. L’ammontare dell’assegno andrebbe correlato alla situazione economico-finanziaria e al bisogno della persona non autosufficiente.

5- Punto unico di accesso ai servizi

Un punto unico di accesso ai servizi potrebbe essere un’efficace risposta ai bisogni delle donne e delle loro famiglie, un punto adeguatamente pubblicizzato costituito da una rete fra Comune, Centro per l’Impiego, Sanità, Cooperative sociali, Associazioni stranieri e di volontariato, in modo da fornire informazioni su come assumere una badante, sui servizi ausiliari disponibili, sulle residenze protette, sui servizi di assistenza all’infanzia, ottenendo anche dei feedback dalle famiglie per monitorare la situazione ed eventualmente predisporre azioni correttive. La non autosufficienza di un anziano, ad esempio, avviene spesso in modo repentino e il carico ricade sulla donna, che si trova come disorientata, senza un’adeguata informazione sui servizi agli anziani e abbandona il lavoro, la maggior parte delle volte senza più riprenderlo.

Tutte queste azioni possono essere realizzate da parte di un’Amministrazione Comunale. In questo momento le Amministrazioni, come già sottolineato, hanno oggettive difficoltà economiche, ma non va dimenticato anche il grande mondo dei finanziamenti europei: l’Europa mette a disposizione molti fondi attraverso continui bandi di varia natura, grazie ai quali possono essere presentati progetti riguardanti l’ambito sociale in partenariato con altre realtà locali. Questa ormai è la strada maestra per accedere a fondi sempre più difficili da trovare internamente.

 

Lavoratori in mobilità per genere nel Centro per l’Impiego di Senigallia (valori assoluti)

Dati annuali quinquennio 2006-2010

Primi nove mesi

2006

2007

2008

2009

2010

2010

2011

Femmine

355

186

231

366

365

264

188

Maschi

136

145

207

423

305

218

197

Totale

491

331

438

789

670

482

385

Fonte: Centro per l’Impiego di Senigallia

Iscrizioni in lista di mobilità provenienti dal settore manifatturiero nel Centro per l’Impiego di Senigallia (anno 2010)

SETTORE MANIFATTURIERO

Femmine

Maschi

Totale

Industrie alimentari

2

3

5

Tessile-abbigliamento

194

17

211

Metalmeccanica

14

68

82

Legno e mobili

4

13

17

Gomma,plastica e chimica

4

21

25

Apparecchi elettrici ed elettronici

5

5

10

Altre ind. Manifatturiere

5

9

14

TOTALE

228

136

364

Fonte: Centro per l’Impiego di Senigallia

Assunzioni avvenute con contratto di lavoro intermittente nel Centro per l’Impiego di Senigallia

ANNO

Femmine

Maschi

Totali

TOT assunzioni

Incidenza Job on call (%)

2008

396

304

700

14.921

4,69

2009

1.159

770

1.929

13.36

14,44

2010

1383

1032

2.415

13.929

17,34

Fonte: Centro per l’Impiego di Senigallia

 


[1] Goffi, G. (a cura di), “Sempre più donne. Indagine sulla disoccupazione e sulla condizione femminile nell’area senigalliese.”, Franco Angeli, Milano, 2009.

[2] Gianluca Goffi è funzionario presso l’Osservatorio sul Mercato del Lavoro della Regione Marche e dottorando alla Scuola di Dottorato della Facoltà di Economia dell’Università Politecnica delle Marche.

Nel 2007 l’Amministrazione Comunale di Senigallia gli ha commissionato una ricerca sul mercato del lavoro femminile nell’area. Il libro da cui siamo partiti è frutto di questa ricerca.

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