Coltivare la dignità in tempo di crisi

ottobre 08 08:10 2012 Stampa questo articolo

Undicesimaora - foto di Gianluca Rossetti

Undicesimaora: gli orti della Caritas

 

 

 

di Leonardo Barucca

con Roberto Primavera

 

 

 

L’appuntamento è per le dieci e mezzo, l’ufficio della Caritas Diocesana è quello nei locali della Curia in piazza Garibaldi, è il 29 agosto, c’è la Fiera, per parcheggiare mi tocca arrivare quasi alla piscina del Vivere Verde. Ma è una bella giornata, sono partito per tempo e passeggiare per Senigallia mi piace. Allora perché questo senso di spaesamento e di inquietudine?
Attraverso il parco della Pace. C’è il nonno che insegna ad andare in bici al nipotino, ne incrocio un attimo lo sguardo e nei suoi occhi mi sembra di leggere la stessa ansia indefinita che provo io. “E’ la mia immaginazione” mi dico, ma ecco che immagino proprio quello che sta pensando: “Povero nipote mio. Il futuro non è più quello di una volta”.
Fantasia, è solo una bella frase ad effetto che qualcuno in qualche città ha scritto su un muro, io l’ho letta, citata da qualche parte, e continua a ronzarmi in testa senza sosta.
Si però perché adesso mi sembra di leggere, sotto i portici e poi in piazza del Duomo, negli sguardi un po’ spiritati dei bancarellari senza clienti, le stesse domande timorose? Ma che vogliono? Lo chiedono a me?:“Mi dispiace signori, non lo so come andremo a finire, c’è la crisi, tutto sta cambiando. Siamo stati presi alla sprovvista.  Chi pensava che sarebbe successo davvero. Lo so: il futuro non è più quello di una volta”.
Mentre salgo gli scaloni di marmo che portano agli appartamenti del Vescovo “Senti che bel fresco qui, muri spessi”, provo a concentrarmi, ma … “Questa è la Chiesa Cattolica, roba solida, che sfida i secoli, i millenni. Ricchezza. Mi sa che ci sono rimasti solo loro ad avere i soldi …”  Basta.
La sede della Caritas è nell’ammezzato. Sono le 10 e 25 e non sta bene arrivare in anticipo, cinque minuti per raccogliere le idee: sono qui per incontrare, assieme a Roberto Primavera, Giovanni Bomprezzi, il vicedirettore della Caritas senigalliese, è già passato un anno e mezzo dall’intervista che gli facemmo per il numero 0 del giornale, già allora la crisi mordeva, ma in questo tempo, certo non lungo, sembra che molto sia cambiato. Ogni giorno se ne sente una nuova: quella ditta è fallita, quel negozio ha chiuso, quel parente ha perso il lavoro, quell’altro è lì lì per perderlo. L’impressione è che tutto stia per precipitare, che stia per arrivare un gran botto. Ecco, loro qui hanno la lente che rovescia l’immagine, la fotografia della società dal basso, la prospettiva degli ultimi. Per questo siamo tornati, ma soprattutto questa volta vorremmo capire, e raccontare sul giornale, la nuova cosa che sta facendo la Caritas, “Undicesimaora” si chiama, ho la brochure in mano, rileggo:
Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa il quale, uscito ancora verso l’undicesima ora trovò degli operai in piazza e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno inoperosi?” “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna” (Matteo 20 6-7)
Non ho molta dimestichezza con le parabole ma mi sembra chiaro: il tema è il lavoro, l’undicesima ora, infatti, sono le cinque del pomeriggio, quando ne manca solo una alla fine della giornata lavorativa, ma il caritatevole padrone della vigna dà un lavoro anche agli ultimi arrivati, quelli che ormai non avrebbero più ragione di speranza.  Significa che la carità migliore non è fare l’elemosina ma dare un lavoro.
Nel frattempo è arrivato Roberto, dieci e trentatre, suoniamo il campanello.

E’  già mezz’ora che ascoltiamo Giovanni. Con lui ci sono due sue collaboratrici che seguono il progetto: Laura Alesi e Giulia Colosio. Ettore Fusaro è nello stanzino accanto, ma ascolta e ogni tanto interviene anche lui quando si tratta di snocciolare dati. Parla soprattutto Giovanni, ma si percepisce un entusiasmo condiviso. E’ un sogno che avevano da 10 anni, racconta, ora finalmente lo stanno realizzando. I drammatici effetti della crisi hanno messo il “turbo” all’idea. Un’idea molto semplice, l’uovo di Colombo: si tratta di aiutare le persone bisognose non con del denaro in elemosina ma dando loro la possibilità di guadagnarselo con un lavoro. “Sempre più spesso le persone che si rivolgono a noi ci supplicano: non ci date un aiuto economico, fateci fare qualcosa”. La dignità, questo chiedono soprattutto le persone, ci dice Giovanni, e  ci racconta che c’è un mutamento profondo: una volta c’erano quelli, i “furbetti”, che “Non pagatemi la bolletta, datemi i soldi”, ora, da almeno due anni, e nell’ultimo ancora di più, stiamo toccando il fondo del disagio sociale e le persone che si rivolgono alla Caritas sono tante e di tutti i tipi. Quando si perde il lavoro non è solo che viene a mancare il reddito per il sostentamento, si perde l’identità sociale, la fiducia in se stessi e nel futuro, la dignità. Le ripete un sacco di volte Giovanni queste  parole: “dignità”, “dignitoso”, come ripete spesso che certo non si sognano di risolvere con questo progetto il problema occupazionale, è un piccolo passo nella direzione giusta, qualcosa di limitato che però può e vuole crescere. Parlerebbe per ore sulle motivazioni e il senso di Undicesimaora, si vede che è “preso” e che ci crede. Ma noi vogliamo capire cos’è concretamente, come è organizzata, come si regge, come funziona: dati e numeri.
Allora ci spiegano per bene. Undicesimaora è  una Cooperativa sociale di “tipo B” – cioè può svolgere attività di vario genere (agricole,  turistiche, industriali, commerciali, di servizi) al fine di inserire, dal punto di vista lavorativo, persone svantaggiate – diversa quindi da quelle di “tipo A” che possono invece gestire esclusivamente servizi socio-sanitari ed educativi. Già qui c’è una prima strettoia ci spiega Laura: in Italia tra le “persone svantaggiate” non è compreso, per esempio, un disoccupato di lunga durata e nullatenente con figli a carico, anche se una direttiva europea andrebbe nel senso di ricomprenderlo. Ho capito: per essere considerato svantaggiato il pover’uomo dovrebbe almeno andare un po’ fuori di testa, darsi all’alcool o alle droghe pesanti, augurarsi qualche ulteriore sfortuna insomma.
Comunque Undicesimaora, nata da una collaborazione tra la Fondazione Caritas Senigallia ONLUS e la Fondazione Maria Grazia Balducci Rossi ONLUS, è una cooperativa regolarmente costituita che parte prima di tutto dall’agricoltura, col progetto “Orto e vigneto solidali”, diversi  ettari di terreno, di proprietà della Curia e di Tommaso Rossi, messi a disposizione. Terreni che prima erano sottoutilizzati, seminativi estensivi, ora sono in corso di riconversione all’agricoltura biologica. Orti e frutteto: hanno già piantato 1100 piante da frutto ed è già trascorso il primo dei tre anni che servono per ottenere la certificazione Bio. Nel frattempo comunque producono, consumano in proprio e vendono. “Ecco”, penso mentre l’ascolto, “qui è come messa a nudo l’economia nella sua essenza: c’è un bisogno, in questo caso il cibo, c’è il terreno per produrlo, c’è gente che non ha un lavoro e quindi nemmeno i soldi per comprarlo quel cibo. Basterebbe mettere insieme le tre cose. Sembra facile. Ovviamente non è.”
Certo l’esperimento è possibile anche perché i terreni sono messi a disposizione gratuitamente, quindi il tutto si regge sempre sulla carità in fin dei conti, difficile immaginare che sia una cosa riproducibile “al di fuori”, senza la sottostante ricchezza e organizzazione della Chiesa Cattolica. Però non è detto. Esiste infatti tutto un mondo che si sta muovendo, tra G.A.S e agricoltori biologici locali (ne parliamo nella pagina accanto) e da cosa nasce cosa. Con questo tipo di realtà, ci dicono, sono in rapporto e cercano di fare rete. Nonostante l’agricoltura sia un settore da cui è sempre più difficile ricavare reddito, il biologico e il locale sono in espansione. Alcune tessere per comporre il puzzle di quel Distretto di Economia Solidale, di cui parliamo spesso e volentieri, cominciano davvero ad essere visibili, questo progetto è indubbiamente una di queste tessere.
In ogni caso la finalità principale di Undicesimaora è il lavoro. La scelta dell’agricoltura, e di questo tipo: orti, vigne e biologico, è proprio perché lo scopo non è economico, anche se puntano, a regime, alla auto-sostenibilità del progetto, le scelte delle attività (in questo caso delle colture) sono fatte in ragione del maggior numero possibile di manodopera impiegata. Dal varo del progetto, poco più di un anno, sono state assunte, per periodi temporanei e a rotazione, circa 20 persone, il numero di quelle impegnate contemporaneamente varia ovviamente in ragione delle stagioni, attualmente sono 10. Chi lavora per la cooperativa diventa socio oppure, se per periodi brevi, viene assunto come dipendente, nell’uno e nell’altro caso secondo tutte le regole: contributi, infortuni, malattia, disoccupazione, ecc.
A progetto completamente sviluppato, secondo una proiezione fatta da Giovanni, le persone assunte contemporaneamente potrebbero essere 50 e per una durata media dell’impiego di 8 mesi. Qui allora ci dobbiamo far spiegare perché, ottimismo per ottimismo, non è previsto che possano diventare impieghi stabili. Il motivo è proprio che la finalità della Caritas è di aiutare le persone in difficoltà per un periodo limitato. Questo per due motivi, ci spiegano: il primo è che l’aiuto è finalizzato a far superare l’emergenza, cercando di rimettere in grado le persone di gestirsi autonomamente e in maniera non protetta nella società; il secondo è che, se “stabilizzassero” le persone che aiutano, in breve ne resterebbero fuori per mancanza di risorse molte altre. In questo caso le “risorse” sono i posti di lavoro “inventabili”, con tutto l’ottimismo di questo mondo non è pensabile che Undicesimaora risolva il problema occupazionale.

Quando alla fine usciamo è mezzogiorno e un quarto. Ho, dentro il registratore, un’ora e mezzo di conversazione. Impossibile raccontare tutto, anche se di molte altre cose interessanti ci sarebbe da dar conto, come gli altri progetti e attività che compongono o comporranno Undicesimaora: La Bottega del signor Nessuno, per esempio, dove si aggiustano e rimettono in circolo mobili vecchi (ne abbiamo parlato nel numero 0); o una “ciclofficina”, in collaborazione col Comune, per il recupero delle bici abbandonate, insieme alla gestione della “punzonatura” delle biciclette cittadine per scoraggiarne il furto; l’ipotesi di gestire un agriturismo e un ostello per giovani ecc. Poi anche difficoltà e problemi ovviamente: la burocrazia, il costo del lavoro, cioè il cosiddetto “cuneo fiscale”.  Poi le percentuali e i rapporti tra immigrati e italiani, anche qui aspetti negativi e positivi. Molto altro davvero.
Però una cosa mi è rimasta impressa e appena in strada già ci ripenso: quei casi di alcune persone che erano depresse, sfiduciate, “a terra”, psicologicamente e fisicamente, e che attraverso questa possibilità sono “rifiorite”. Si presentano, così ci hanno raccontato, puntuali alle sei del mattino, per lavorare la terra, con lo sguardo limpido che dà l’orgoglio di aver riacquistato un posto e un ruolo nella società.

Mi guardo attorno, la Fiera è più animata a quest’ora. Qua e là mi sembra di scorgere qualche timido sorriso.

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Leo Barucca
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