Chi governa l’acqua pubblica?

Chi governa l’acqua pubblica?
ottobre 08 08:12 2012 Stampa questo articolo

Dialoghi post/referendari

Come la mentalità privatistica e le convenienze politiche si sforzano di rendere l’acqua sempre più rara e “preziosa”, e come noi possiamo impedire che questo avvenga

di Nausicaa Fileri con Leonardo Badioli

Noi cittadini coltiviamo spesso corretti pensieri e buoni sentimenti. Non solo adottiamo comportamenti virtuosi: ce ne infervoriamo, e cerchiamo di diffonderli come speranza di salvezza dal privilegio e dall’inciviltà. Allora decliniamo le ragioni dell’acqua pubblica, lodiamo la qualità di quella del rubinetto, propugniamo l’idea che l’acqua sia un bene prezioso e dunque da difendere contro gli eccessivi consumi, e nello stesso tempo chiediamo che la fornitura soddisfi le necessità economicamente e senza dispersioni. Tutte queste proposizioni  sono come una religione per quelli che ci credono, e a dire la verità ci credo anch’io. Però in un altro modo, soprattutto quando comincio a pormi qualche domanda. Una di esse è:

L’acqua del sindaco è un’antica tradizione italiana: o bene “comune” o munificenza del principe. Ma vendere l’acqua attraverso una società per azioni non è l’affare dei cittadini.

 Di chi è l’acqua del sindaco? Del Comune: dunque dei Cittadini, si dovrebbe dire. Ammesso che Comune e Cittadini siano la stessa cosa. E’ una forte tradizione italiana quella della gestione pubblica dell’acqua, che ci viene dall’età comunale1.  Il sindaco di Senigallia, poi, nei primi anni sessanta fu tra i “lungimiranti” che diedero vita al Consorzio di Gorgovivo, al fine che i suoi amministrati fossero serviti della buonissima acqua di quella fonte2. E’ solo il 1 aprile del 2004 che Gorgovivo va a costiruire Multiservizi S.p.A; in questo modo, se prima il servizio idrico era gestito da un’azienda speciale, ossia da un ente strumentale senza fini di lucro, adesso diventa una società per azioni la cui ragione sociale è, come scritto all’articolo 5 del suo statuto, “vendere l’acqua”. Una S.p.A. solo pubblica, della quale i Comuni azionisti mantengono la totalità del pacchetto azionario. Dunque roba nostra: ammesso e non concesso che S.p.A. pubblica e Comuni siano la stessa cosa.

Insomma, l’acqua del sindaco si mette in affari. Quali affari? Non è facile cogliere le intenzioni. Ci sono quelle a rilevanza sociale e quelle un po’ meno dichiarate: tenere sotto controllo tariffe e investimenti e fornire il servizio anche dove economicamente non conviene; garantire entrate (5,5 euro per ogni cliente servito, secondo il contratto di servizio3) ai comuni che ne sono soci; competere col privato da posizioni privilegiate sul mercato dei servizi pubblici; mantenere una burocrazia di estrazione politica; schivare l’obbligo del rendiconto pubblico; eventualmente attrarre investitori, oppure predisporre una struttura pronta per traghettare capitali pubblici e “capitale organico” (ossia i burocrati stessi) verso il privato.

 

La scarsità dei beni è una caratteristica fondamentale del mercato. Più ancora della siccità, il cattivo governo ha reso l’acqua rara e preziosa, dunque vendibile sul mercato. Avremo presto distributori d’acqua al posto di quelli di benzina?

Concretamente, l’acquedotto di Gorgovivo entra in funzione nel 1986. La sua acqua a quel tempo ha requisiti ottimali: durezza totale di 21-22 gradi francesi; cloruri per una concentrazione di 20 mg/litro; i nitrati addirittura tra i 2-3 mg/litro. Al confronto l’acqua che bevevamo prima era veramente scadente. In più dall’anno precedente, a causa dei decreti che fissavano a 50 mg./litro la concentrazione massima dello ione nitrato nelle acque ad uso potabile, l’acqua dei pozzi vallivi risultava non più potabile. Un bel vantaggio dunque avere Gorgovivo rispetto a quei comuni che, non avendo aderito al Consorzio, dovevano piazzare le autobotti in fondo al paese per fornire di acqua potabile i loro abitanti. Non si può certo affermare che l’acquedotto di Gorgovivo sia stato concepito per questo, ma è un fatto che in quegli anni tutto il sistema idrico per uso domestico si resse sui 1.515 litri al secondo che arrivavano per caduta da quella sorgente presso Serra San Quirico. Almeno per i Comuni che potevano averla. Per gli altri c’era solo acqua ai nitrati, quando non anche all’atrazina.

Però con Gorgovivo ci siamo viziati. Non solo noi cittadini che contavamo su un flusso inesauribile di acqua buona per ogni possibile uso domestico e anche non domestico: anche i poteri pubblici. A partire da quel momento, infatti, non volendo i poteri pubblici mettere mano a risanare l’agricoltura, causa prima dell’inquinamento delle acque superficiali che alimentavano gli acquedotti locali, il mercato dell’acqua cominciò a realizzare il suo sogno inconfessabile: rendere l’acqua potabile scarsa e perciò stesso vendibile. Abbandonò al loro destino quasi tutti i pozzi di fondovalle e concentrò l’interesse sulla captazione da sorgenti di acque profonde, avventurosamente definite “fonti primarie” in neolingua tecnica. L’acqua di Gorgovivo divenne “preziosa” in quanto particolarmente pura e in quanto “non inesauribile”. Ed è questo è lo snodo: la scarsità, potenziale o attuale, dell’acqua come risorsa. Gli economisti sono ben consapevoli del rapporto simbiotico scarsità-mercato: “La scarsità è un fatto centrale dell’esistenza”, afferma il premio Nobel Herbert A. Simon nel 1989. “Dato che le risorse – terra, denaro, energia, tempo, attenzione – sono scarse in rapporto all’uso che ne facciamo, la razionalità deve assumersi il compito di distribuirle. Nello svolgere tale compito le discipline economiche giocano un ruolo centrale”4. Simon non mette tra gli esempi l’acqua e l’aria: qualcuno che sia particolarmente studioso sa spiegare il perché? Ha scritto troppo presto?

 

La gestione pubblica dell’acqua è importante ma non sufficiente a garantire che il paesaggio idrico venga conservato per il prossimo futuro. Cosa succede quando un gestore pubblico si comporta come fosse un privato?

A chi fa comodo la siccità? A nessuno, naturalmente. Contribuisce però a determinare la scarsità della risorsa, e quindi a renderla ancora più apprezzabile al mercato. Gorgovivo, che nel tempo ha toccato un numero elevato di comuni, dà segni di stanchezza. Anche qualitativamente la sua acqua non è più la stessa di trent’anni fa: ne è testimone l’accresciuta durezza, che da 22 gradi francesi ha ormai passato i 30, con gran soddisfazione dei calcoli renali. In tutto questo la siccità fa la sua parte, ma noi (società e istituzioni) siamo facendo il resto. Non diamo però la colpa a Simon, che infatti ci tiene a precisare: le risorse sono scarse “in rapporto all’uso che ne facciamo”.

Pervenuti all’attuale livello di scarsità – più o meno indotta dal clima o da cattiva strategia –  dell’acqua disponibile, immagino che se l’acqua avesse un governo, questo governo potrebbe decidere di migliorare tutta l’acqua che c’è e che per anni l’agricoltura ha reso non potabile (“l’uso che ne facciamo”) in modo da aumentarne la disponibilità ad usi plurimi e nel contempo ridurre la dipendenza dalle fonti primarie. Se invece è Multiservizi a governare l’acqua, il suo pensiero non va affatto al risanamento dei pozzi, ma a nuove captazioni da fonti primarie nel preappennino. Quella di Multiservizi S.p.A. è una tipica risposta industrialista (ossia semplificata) a un problema ambientale (ossia complesso). La sequenza è crisi/rilancio – nuova e più profonda crisi/nuovo e più spericolato rilancio.

E che sia Multiservizi a reggere il gioco è del tutto evidente: in una recente comunicazione  la nostra S.p.A. si mette a berlusconeggiare proponendo ai cittadini di stringere un patto5. Un patto dei cittadini col gestore? Non è che per caso vi siete montati la testa? Noi siamo i cittadini, cara S.p.A. solo pubblica, ossia i soggetti primi della democrazia: voi chi siete? uno strumento nostro, di nostra proprietà, sia pure mediata da rappresentanza e da quote di partecipazione. Allora? Che patto avimm’a fa? E’ facile pensare che una simile arroganza non sarebbe permessa se il governo dell’acqua fosse quello che noi abbiamo eletto a governare la vita nostra.

Ma è con questa supponenza che, in concreto, il gestore pubblico pensa di prevenire possibili crisi di fornitura del servizio idrico: un prospetto di spesa elevatissimo da affrontare attraverso prestito bancario per servire entro il suo orizzonte temporale una domanda supposta crescente. Il suo orizzonte temporale è il 2030; poi qualche santo provvederà a governare quello che sarà rimasto. Anche niente. Oppure molto poco ad altissimo prezzo.

 

Paradossi e pseudoconcetti del pensiero intubato. Ecco come l’ideologia della merce riesce a minare i fondamenti logici del nostro pensiero e in questo modo si fa strumento di dominio sulle nostre vite.

Tutto questo il gestore giustifica chiamandolo “rispondere al fabbisogno”. Bisognerebbe sapere cos’è il fabbisogno. In Italia la disponibilità media di acqua è 237 litri al giorno, la media europea è di 165. Qual è il fabbisogno? E cos’è il fabbisogno per una società per azioni? Non certamente quello che viene rilevato come effettivo “bisogno” della popolazione6, quanto il fatturato in rapporto al servizio fornito + il fatturabile in rapporto a un possibile aumento della fornitura entro un tempo determinato. Nel caso di un servizio a tariffa, le deliberazioni comunali seguono e non precedono le esigenze espresse dal gestore.

Bisogna dire che le campagne a favore di un uso consapevole dell’acqua hanno avuto una loro efficacia, ma che nonostante questo negli ultimi tempi abbiamo avuto aumenti tariffari molto consistenti (a proposito: di quanto esattamente?); e non è chi non veda un paradosso nel fatto che noi risparmiamo l’acqua e quella aumenta di prezzo proprio perché se ne è venduta meno.

Del resto la didattica di Multiservizi S.p.A. ha qualcosa di grottesco. Deciso ad occupare tutto lo spazio che la politica gli lascia, il gestore-governatore si mette a maneggiare concetti che non gli competono e che forse nemmeno possiede: ne altera i termini, li storce, li falsifica, li rende inefficaci. Come quando l’ingegnere Stefano Fanesi tenta di smerciare il “ciclo idrico integrato” per un ricalco del ciclo naturale: “Il gestore segue il ciclo dell’acqua. La prende là dove si trova, pozzi e sorgenti, la solleva fino ai serbatoi, da qui li immette nella rete di distribuzione che arriva ai rubinetti; raccoglie l’acqua usata nella rete fognaria, la trasporta ai depuratori da quali esce in condizioni tali da poter essere restituita all’ambiente”. Questo scrive l’ingegnere, per concludere poi con l’equivalenza “ciclo naturale dell’acqua = ciclo natura–uomo–natura”7.  A gente come questa, che avanza argutamente (sentiti più volte) che “ogni acqua lasciata è persa”, non sarà il caso di ricordare che l’acqua non passa sul territorio per senza niente, ma al contrario è quella la sua natura, che irrora le colture, fa vivere la fauna e la vegetazione, rinfresca l’ambiente, rifornisce il subalveo, si autodepura, provvede a trasportare i materiali adatti al ripascimento delle spiagge e fa un sacco di altre cose che  scorrendo dentro i tubi non riesce a fare?

 

I luoghi comuni dei beni comuni. E’ un dramma collettivo quello di utilizzare slogan e concetti che ci vengono imbeccati per secondi fini. Soltanto un esercizio di critica molto serrato può permetterci di cogliere l’inganno del quale ci facciamo ignari promotori.

Ho detto che ci credo anch’io; ma ogni volta che usiamo un’espressione o uno slogan che riguarda l’acqua in un simile contesto mi viene a dir poco l’orticaria.

“L’acqua è un bene prezioso”: ma certo! Vogliamo però ammettere che l’aggettivo “prezioso” suona diverso se a pronunciarlo è Francesco d’Assisi (“utile et humile et pretiosa et casta”) o il consiglio di amministrazione di una S.p.A., sia pure pubblica e in odore di santità?

“L’acqua è l’oro blu”: e come no? Ma quanto può piacere una simile frase a una multinazionale che sostiene nei congressi che il business dell’acqua non è un’opzione? Forse faremmo meglio a dire che l’acqua non vale niente, nel senso che nessuna somma al mondo potrebbe compensarne la mancanza: proprio come l’aria, non vale niente perché è indispensabile alla vita.

Un altro paradosso se parliamo di consumo dell’acqua, perché inavvertitamente assimiliamo l’idea che l’acqua sia un consumo, esattamente come qualsiasi merce che consumiamo e che si consuma generando rifiuti. Ma in effetti l’acqua non si consuma: si utilizza; e tutta l’acqua che noi utilizziamo poi viene restituita. Gli stock idrici complessivi restano comunque inalterati. Il problema è che ne utilizziamo troppa e la utilizziamo male, tanto da non permettere agli acquiferi di ricaricarsi e al ciclo di rinnovarsi. Mettiamo a rischio la sua rinnovabilità.

Si è parlato già tanto di differenziare l’acqua8. Il risultato consiste in due tuboni costati miliardi di lire o milioni di euro, e poco altro: i 17 kilometri per la fertirrigazione ereditati da Multiservizi giacciono  inutilizzati tra Senigallia e Bettolelle; l’acquedotto industriale di Jesi-Monsano è anch’esso praticamente inutilizzato perché non si è trovato il modo di determinare tariffe più competitive di quelle dell’acqua di Gorgovivo. Alla luce dell’esperienza le doppie reti idriche sono una speranza morta subito sul nascere, nemmeno da parlarne se vogliamo essere seri.

 

Di che vita vivremo o di che morte moriremo. Malgrado i recenti referendum sull’acqua, è tuttora possibile che l’acqua finisca in mano privata; o che venga comunque gestita in modo privatistico. Prendersi cura del territorio è, in realtà, garantire che il ciclo dell’acqua si rinnovi.   

La sola soluzione per avere disponibilità dell’acqua nel futuro prossimo e remoto è quello di prendersene cura. Di tutta l’acqua, non solo quella di che passa per i tubi. E migliorarla, e renderla tutta potabile. Questo significa prima di tutto la necessità di disporre di un bilancio idrico. Per esempio. noi marchigiani potabilizziamo meno di altri: soltanto il 26% a fronte di altre regioni che arrivano oltre il 34%. Ah, ma noi abbiamo Gorgovivo. Appunto: e tanta acqua inquinata, e fiumi senza acqua9. L’obiettivo può essere perseguito e raggiunto attraverso una forte regìa pubblica, dove la gestione è importante, ma solo a condizione che non simuli quella privata né dal punto di vista economico-organizzativo né, più ancora, da quello del rispetto delle funzioni plurime che l’acqua svolge in ambito naturale. Ci vorrà l’intelligenza di ciascuno, utenti, associazioni, comitati, singoli amministratori a ogni livello, per mettere a punto un simile programma, e la forza di tutti per ottenere che venga attuato senza scarti o diversioni.  Ci vorrà un controllo totale sulle captazioni e una conoscenza idrogeologica più piena. Tutte le amministrazioni (compresa l’Autorità Marittima che negò il suo contributo al recupero di acque seconde per i lavaggi portuali) dovranno misurarsi con questo problema. Si potranno di utilizzare le politiche agricole europee a vantaggio del miglioramento delle acque inquinate dall’agricoltura; bisognerà che la programmazione di ogni attività che impiega acqua sia misurata sulla sua disponibilità complessiva, e non il contrario; bisognerà che i campi recuperino l’umidità di un minimo di sostanza organica pedologica. Diserbare significa inaridire.

Di che morte moriremo, poi, è più facile preventivare, che non riconvertire la politica a una logica di risparmio e di condivisione. La nostra multiservizi confinante, Hera, è la prima indiziata ad inghiottirci. Società privata derivata da una quarantina di municipalizzate emiliane, è l’unica S.p.A. privatizzata che nell’espandere la propria attività non elimina, ma ingloba i consigli di amministrazione della società assorbita. Si vede che ci tiene a mantenere la rete politica. Va da sé che i nostri, se non possono viaggiare da soli, troverebbero un posto in prima classe nella nuova organizzazione. Forza amici dell’acqua, forza comitati referendari, forza cittadini di Isaura, città invisibile dai mille pozzi: abbiamo ancora molto da fare!

 

 

1 Si veda ad esempio, di Paolo Buonora, 1994, La valle umbra. Genesi e trasformazione di un sistema idraulico (secoli XVI-XIX), Proposte e ricerche, Ancona.

2 In realtà l’idea di captare Gorgovivo era stata già intuita e proposta a inizio novecento ma accantonata a causa di un rilevato inquinamento batteriologico superficiale (Rossano Morici).

3 Multiservizi, una S.p.A. pubblica alla gestione di un bene comune, a cura dell’ing. Stefano Fanesi, 2009.

4 H.A.Simon, 1989, Le Scienze dell’Artificiale, Il Mulino, Bologna, come cit. in Francesco Trombetta, 2004, Il Glossario dell’Auto-organizzazione, Donzelli, Roma.

5 Si veda il periodico di Multiservizi Noi per voi, febbraio 2012.

6 Secondo la publicazione di Multiservizi cit. alla nota 3, una famiglia media di 4 persone utilizza 180 m3 di acqua all’anno per lavastoviglie, lavatrice, bagno, giardino eccetera, e 1 m3 all’anno per bere e cucinare. Nonostante questi dati sembrino assai rudimentali, si può considerare la grandezza delle proporzioni: solo 1/180 dell’acqua che Multiservizi destina all’uso domestico richiede la qualità elevata dell’acqua di Gorgovivo.

7 Fanesi, Multiservizi, cit.

8 Anche in questo l’Italia ha un cuore antico. Si veda nuovamente La valle umbra, cit. , a p. 35 come a Foligno in età comunale si provvedesse a differenziare l’acqua per alimentazione e usi domestici da quella per energia motrice e per difesa militare.

9. Mariangela Paradisi, Questione di charme, Corriere Adriatico, 23 agosto 2012.

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