Vita letteraria di Pier Paolo Pasolini

aprile 18 20:20 2011 Stampa questo articolo

Intervista  a Roberto Carnero sul suo libro Morire per le idee

 

 

di Lorenzo Franceschini

 

Il Centro di Aggregazione Giovanile “Bubamara” da diversi anni offre alla cittadinanza senigalliese preziose occasioni di arricchimento culturale che hanno saputo nel tempo attirare curiosi anche dalle città limitrofe. Diverse sono state, oltre agli eventi singoli, le rassegne che si sono succedute nella casa gialla tra l’Iper Simply e il multisala Giometti: le edizioni del Poetry Slam, dei Pezzi facili, gl’incontri poetici di Amori, scene della poesia e quelli culturali di Nymphomania: la ninfa tra moda, arte, filosofia e storia. In queste occasioni si sono succeduti attori (Antonio Rezza, David Anzalone), narratori (Massimo Carlotto, Angelo Ferracuti), fotoreporter (Tano d’Amico, Mario Dondero), poeti (Franco Buffoni, Andrea Gibellini, Francesco Scarabicchi), critici (Massimo Raffaeli), professori universitari (Alberto Bertoni, Monica Centanni) e molte altre personalità della cultura italiana. Il 29 novembre scorso, in occasione dei Pezzi facili 2010, è stato ospite del “Bubamara” il critico letterario Roberto Carnero, in occasione del suo ultimo libro, pubblicato da Bompiani, su Pier Paolo Pasolini. Di séguito la nostra conversazione.

Questo è un Centro di Aggregazione Giovanile. Puoi parlarci del rapporto di Pasolini con i giovani partendo magari dal suo ruolo di insegnante?

Intanto devo dire che sono molto felice di presentare il mio libro qui a Senigallia in un centro di aggregazione giovanile. Questo libro infatti è nato nell’ambito del mio insegnamento, ho insegnato per sei anni alla Statale di Milano fino all’ultimo Anno Accademico, dopodiché la scure della Gelmini ha colpito anche me, e sono tornato a fare il professore di liceo. Però ho dedicato il libro ai miei studenti. Ho notato che sempre, quando proponevo Pasolini come autore nei corsi monografici, c’era una grande risposta da parte degli studenti. Questo mi ha fatto capire che Pasolini ancora oggi sa suscitare interesse, provocare un pensiero, innescare una riflessione su molti dei temi che lui, nella sua opera, ha toccato, per la profondità delle sue analisi su contestazione, moda, conformismo di massa, quella che lui chiamava omologazione, prodotta dalla società dei consumi. Lui comprese in anticipo i nessi tra politica e criminalità organizzata. Sono cose che i processi ora hanno dimostrato, e che lui diceva già negli anni Settanta, quando ancora non si parlava di questi temi. Le analisi che lui fa sono molto personali, e spesso determinate da un’idiosincrasia da parte di Pasolini verso alcuni argomenti; sono discutibili, ma hanno la capacità di provocare intellettualmente chi legge. L’altro aspetto che mi ha spinto a scrivere questo libro è la bellezza della sua opera. Ho evitato di fare delle classifiche – ogni tanto si sente dire che Pasolini è un bravo narratore ma un pessimo poeta, o viceversa, o che è un bravo cineasta, ma in teatro non è un granché. Io ho evitato di fare graduatorie divise per generi, per mostrare come l’opera di Pasolini vada letta come un tutt’uno, dove tutte le singole parti si legano tra loro in un discorso unitario.

Per rispondere più da vicino alla tua domanda, intanto va detto che Pasolini era un insegnante nato. La pedagogia in Pasolini è una dimensione fondamentale. Lo era dagli anni in cui durante la seconda guerra mondiale, dopo il ’43, lui a Versuta, frazione vicino Casarsa, in Friuli, da dove veniva sua mamma, istituì una scuola popolare, per i figli dei contadini che, a causa dell’interruzione di vie di comunicazione dovuta alla guerra, non riuscivano ad andare a scuola. Teneva dei corsi irregolari, lui, la madre e altri amici di Bologna. Si era laureato da poco in Lettere. Quando ho presentato il libro a Casarsa, un signore mi ha detto di aver partecipato a quei corsi, e ha raccontato di Pasolini che arriva in questo stanzone che faceva da classe e comincia a spiegare l’Eneide, e non fa come i professori dell’epoca, che leggevano certi episodi legati alla guerra, perché negli anni del fascismo c’era questa ideologia militarista: lui legge il quarto libro, che parla dell’amore di Didone abbandonata che alla fine si suicida. «Pasolini lesse in metrica, noi non capivamo niente ovviamente, ma fummo incantati da questa musica e dalla sua capacità scenica di  leggere il testo. Poi, dopo aver letto, disse “adesso traduciamo” e iniziò a tradurre all’impronta, e poi ha detto di farlo noi». Era un maestro molto capace di appassionare e coinvolgere i suoi alunni. Poi però nel ’49 i fatti di Ramuscello, scandalo a carattere sessuale, la scuola di Versuta viene chiusa dal Ministero agli studi. Anche allora non capivano niente. Dopo il ’49 Pasolini viene anche espulso dal PCI per “indegnità morale”, gli viene tolto l’insegnamento (era di ruolo in una scuola media a Valvasore), poi la vergogna per questo scandalo fu un trauma. Per questo lui e la madre decidono di trasferirsi a Roma, dove non conosceva nessuno. Qui fa vari lavori, collabora con l’industria cinematografica, la madre si adatta a fare i mestieri in alcune famiglie borghesi di Roma, finché lui non trova un incarico come insegnante nella scuola privata di Ciampino. Avrà tra i suoi allievi anche Vincenzo Cerami. In questi primi anni la sua vocazione pedagogica si esprime nell’insegnamento. Però la pedagogia continuò anche dopo: con gli Scritti corsari, Pasolini diventerà un “pedagogo di massa” (Enzo Golino), avrà sempre la volontà d’insegnare qualcosa, solo che i suoi interlocutori non saranno più i ragazzi, ma la borghesia italiana, che è la classe sociale che lui detestava di più. Esaltava il popolo, sinonimo per lui di purezza, autenticità e spontaneità e detestava la borghesia, sinonimo di finzione, autocontrollo e razionalismo spinti all’eccesso. Gli Scritti corsari raccolgono articoli usciti sul «Corriere della sera», il giornale della borghesia. Pur detestandola profondamente, lui decide di continuare a parlarle, per istruirla, per cercare di salvarla.

Per Pasolini alla borghesia è precluso il senso del sacro. Per esempio, Teorema, mostra questa famiglia borghese dove un ospite inatteso, metafora dell’irruzione del sacro nella vita borghese, porta lo scompiglio totale.

Teorema è sia un film che un romanzo, usciti nel ’68. La borghesia ha ridotto la spiritualità a religione, lo spirito a codice morale, moralismo. Questo ospite intratterrà rapporti sessuali con tutti i membri della famiglia, il padre, la madre e i due figli, e le loro vite risulteranno devastate da questa esperienza. L’unica persona alla quale il contatto con l’ospite non genera questa perdita di stabilità è Emilia, la serva, perché viene dal popolo, non è borghese ed ha ancora la possibilità di accedere all’esperienza del sacro, mentre la borghesia non ha più questa possibilità.

Pasolini viene dalla borghesia, ma la odia…

Lui è un borghese e sa di esserlo, ama anche vivere con un certo agio materiale. Però detesta la classe che gli consente di avere una vita borghese, e si avvicina al popolo con desiderio di pedagogo ma anche eros. L’eros in Pasolini è lo strumento in cui spesso si esplica la pedagogia.

Inizialmente lui conosce il popolo friulano (il suo primo libro è in friulano, Poesie a Casarsa), poi si trasferisce a Roma, e inizia a usare il romanesco, ma non quello di Belli, bensì quello delle borgate. Asor Rosa, critico marxista, afferma che Pasolini non convince nel suo avvicinarsi al popolo, perché lo studia come farebbe un entomologo con gl’insetti, l’etologo con gli animali, e l’operazione risulta fredda perché si vede il borghese che si avvicina al popolo e non riesce ad entrare nella sua mente. Io personalmente contesto questo giudizio perché credo che la molla che spinge Pasolini verso il popolo sia proprio l’amore, che è un amore non scevro di ambiguità a volte, perché è anche la ricerca di contatti sessuali con questi ragazzi a cui insegna, ma è una molla, questa  dell’eros, che lo spinge alla pedagogia, ad immedesimarsi e a dialogare col sottoproletariato romano. La Sinistra non condivideva la rappresentazione pasoliniana del popolo, il popolo di Pasolini non è il proletariato consapevole dal punto di vista ideologico, ma è il sottoproletariato, che precede l’ideologia. Ci sono versi celeberrimi nella raccolta di poesie Le ceneri di Gramsci del ’57 in cui Pasolini immagina di trovarsi nel cimitero acattolico di Roma, il “Cimitero degli Inglesi”, dove è sepolto Gramsci. Davanti alla sua tomba, il poeta immagina un colloquio con Gramsci, che incarna l’ideologia pura del Comunismo, e dice: «Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere/ con te e contro te; con te nel cuore,/ in luce, contro te nelle buie viscere». Quindi c’è un rapporto ambiguo che lo lega a Gramsci, cioè al Comunismo. E continua: «Attratto da una vita proletaria a te/ anteriore, è per me religione// la sua allegria, non la millenaria/ sua lotta: la sua natura, non la sua/ coscienza». Quindi Pasolini è un comunista molto eterodosso, non ha nulla a che fare con una visione che vuole un proletariato sempre più sensibilizzato a livello ideologico per produrre le premesse che porteranno alla rivoluzione proletaria. Questa è una ambiguità di fondo che Pasolini non sanerà mai.

Accattone esce negli stessi anni di Rocco e i suoi fratelli di Visconti, parlano entrambi del proletariato urbano. Però il film di Visconti non suscita grandi polemiche, quello di Pasolini invece sì.

Rocco e i suoi fratelli non suscita grandi polemiche perché Visconti (che s’ispira ad alcuni racconti de Il ponte della Ghisolfa di Testori) rappresenta una fascia sociale diversa, che è il proletariato che però tende a diventare piccola borghesia. I suoi personaggi hanno tutti un lavoro, o perlomeno cercano di averlo. Il fratello che s’innamora della prostituta, che poi rifiuta l’ordine imposto dalla famiglia viene messo da parte e denunciato, quando ucciderà la prostituta Nadia, proprio da uno che s’è integrato in questa famiglia di lucani trapiantati a Milano che si sono adattati all’ideologia del lavoro, accettando l’idea di una ascesa sociale. Invece i personaggi di Pasolini sono impermeabili a questa ideologia borghese, vivono d’espedienti, rifiutano il lavoro, non invidiano i ricchi (mentre nel film di Visconti c’è l’invidia di classe, da parte dei proletari verso i ragazzi che stanno bene), invece in Pasolini, in Ragazzi di vita non c’è, i borghesi vengono quasi presi in giro, perché sì, stanno bene economicamente, però sono schiavi della società, mentre i proletari, che rifiutano l’ordine sociale, si sentono liberi. A Pasolini sta più a cuore questo momento. Tommaso, che in Ragazzi di vita è prima un “ragazzo di vita”, e poi diventa comunista assumendo una qualche consapevolezza politica, alla fine muore, perché Pasolini non sa cosa farsene di un personaggio così. C’è una differenza di orizzonte sociale tra i due.

Ma per quale motivo poi Accattone viene contestato così aspramente proprio dalla gente, e non solo dai critici?

Pasolini fu un perseguitato, non c’è dubbio. Quando esce Ragazzi di vita nel ’55, lui diventa noto al grande pubblico. Ecco, e qui inizia il primo processo che Pasolini subisce per l’opera artistica – mentre il suo primo processo in assoluto fu quello legato allo scandalo di Ramuscello. Gli altri saranno quasi tutti processi legati alle sue opere. Ti racconto un aneddoto per spiegarti il grado di isteria collettiva che si scatena contro Pasolini. Un giorno un benzinaio del Circeo denuncia Pasolini per rapina a mano armata. Il processo viene celebrato, poi si scoprirà che questo benzinaio aveva dei problemi mentali, il giudice arriverà comunque alla condanna, ma Pasolini non andrà in galera perché il reato viene amnistiato. Però Pasolini è condannato per rapina a mano armata! Nel film RoGoPaG, un film ad episodi il cui titolo è formato dalle iniziali dei nomi dei registi (Rossellini, Godard, Pasolini e Gregoretti), Ugo Gregoretti firma l’ultimo episodio, Il pollo ruspante, all’inizio del quale c’è una scena in cui Ugo Tognazzi, che interpreta il padre di una famiglia borghese, rientra a casa dal lavoro, e Ricky Tognazzi, che interpreta il figlio, da dietro la porta, con una pistola giocattolo in mano esce all’improvviso e dice «mani in alto!» e il padre «chi sei?! Nembo Kid?» e il figlio «no, sono Pasolini!!». Ecco, questo per sdrammatizzare, ma la situazione era abbastanza pesante. Lui si sentiva perseguitato. Alla prima di ogni film andavano dei gruppi di neonazisti che cercavano di aggredirlo, tanto è vero che Pasolini ci andava insieme ai suoi attori perché lo aiutassero a difendersi, e questi facevano quasi un cordone di sicurezza per isolarlo ed evitargli lo scontro fisico con quanti lo attaccavano. Il primo libro che suscita questo processo, dicevo, è Ragazzi di vita, che crea già problemi quando è in bozze: Livio Garzanti chiama Pasolini e gli dice che deve recarsi a Milano per togliere alcune parolacce. Pasolini, pur di far uscire il libro, si è sottoposto a questa censura preventiva. Il moralismo in quel periodo era molto diffuso, sia tra i cattolici che tra i comunisti, e i librai che avevano  ricevuto i primi capitoli in anteprima si erano dimostrati molto scettici. Il libro esce, è subito un successo, viene stroncato da diversi critici e subisce un processo. Periti della difesa al processo saranno niente meno che Giuseppe Ungaretti e Carlo Bo, i quali scrivono delle cose bellissime per difendere lo scrittore. Ungaretti scrive addirittura che Pasolini è uno degli autori migliori che gli sia capitato di leggere del Novecento italiano. Bo, da cattolico, scrive che Pasolini ha l’atteggiamento proprio della carità cristiana, e spinge alla commozione il lettore nei confronti della sorte sfortunata di queste creature. Pasolini viene assolto. Però il marchio di scrittore osceno gli resta. Subì qualcosa come una cinquantina di processi.

E come se fosse insostenibile, da parte del pubblico, il vedere rappresentata una delle realtà sociali che non voleva vedere.

Certo, oltre al discorso moralistico c’era da parte della borghesia del boom economico il disagio di vedere rappresentate delle fasce sociali così arretrate. Anche per certi politici era meglio mettere questa spazzatura sotto il tappeto. Invece Pasolini la raccontava. Raccontava questo disagio che non faceva parte della “grande narrazione” (come direbbe Nichi Vendola) di un’Italia che progrediva sempre più velocemente.

Prima hai accennato al consumismo. Ora qui, al Bubamara, noi ci troviamo in mezzo a un centro commerciale…

…sì, questo è un luogo di resistenza!…

…eh già! Bene, puoi parlarci dell’idea di consumismo in Pasolini? E anche del fascismo: lui parlava di fascismo-fascismo e fascismo-consumismo: quello dei giorni nostri.

Pasolini aveva vissuto il ventennio fascista, e aveva subìto sulla sua pelle la brutalità della censura. Quando escono le Poesie a Casarsa nel ’42, Gianfranco Contini, giovanissimo, scrive un’ottima critica su questo libro. Però la recensione viene bloccata perché il centralismo culturale fascista non poteva prevedere che esistessero dei luoghi di resistenza di culture locali. Però Pasolini dice che, per quanto becero, il potere del fascismo non è arrivato ad essere così repressivo e coercitivo com’è il potere della società dei consumi. Quindi lui chiama, negli Scritti corsari, “il nuovo Potere” non tanto il potere politico, che si adegua a questo nuovo modello consumistico, ma il potere, appunto, dei consumi, che è riuscito a omologare gl’Italiani nell’arco di una decina d’anni (tra la metà degli anni Cinquanta e la metà dei Sessanta) come non è riuscito a fare il fascismo in vent’anni. È successo uno di quei mutamenti che non si misurano nell’arco di decine, ma di migliaia di anni, è finita la civiltà contadina in dieci anni ed è nato qualcosa di profondamente diverso, e tutti siamo diventati piccolo-borghesi, perché abbiamo tutti quel po’ di benessere materiale che ci permette di sentirci parte non più del popolo, ma di una classe sociale che sta un po’ sopra. Il potere della società dei consumi, che Pasolini chiama “il nuovo fascismo”, è riuscito a fare questo con due mezzi: la rivoluzione delle infrastrutture (che ha permesso l’avvicinamento della periferia al centro) e la televisione, che è riuscita ad imporre dei modelli, che erano modelli piccolo-borghesi, e questo ora genera, in chi riesce ad adeguarsi a questo modello, un’affannosa ricerca di quel benessere materiale per sentirsi al pari degli altri; invece in chi non ce la fa genera una frustrazione profonda. Per cui quello della società dei consumi è un potere fortemente repressivo.

Pasolini afferma che anche la libertà sessuale, che si faceva strada in quegli anni, è segno del conformismo, al quale fa riscontro un odio nei confronti delle diversità. Una sorta di libertà sessuale che però ha dei lati oscuri. Vuoi parlarci meglio di questa questione?

Qui Pasolini mette in campo la propria omosessualità. Non sono d’accordo con Marco Belpoliti, che in questi giorni ha pubblicato un libro Pasolini in salsa piccante, in cui legge tutto sotto l’aspetto dell’omosessualità – mi pare una lettura un po’ ideologica. Però sicuramente l’omosessualità in Pasolini ha un ruolo di cartina tornasole, gli serve per capire la tolleranza e l’intolleranza della società italiana. Lui dice sostanzialmente che il nuovo potere ha previsto una certa libertà sessuale, ma imposta dall’alto e non conquistata dal basso, e quindi falsa. La prova è la discriminazione nei confronti degli omosessuali. Durante il ventennio fascista non si poteva fare nulla e quindi di fatto si faceva tutto. Ora che invece si può fare solo qualcosa, la società t’impone di fare quel qualcosa e t’impedisce di fare tutto il resto. Quindi che cosa si può fare? La società dei consumi ha consentito il sesso tra ragazzi prima del matrimonio. Questo perché la società dei consumi prevede che il consumatore sia in coppia, che abbia dei figli che diventino a loro volta dei consumatori, e tutto il resto viene impedito. Qui possiamo forse dare torto a Pasolini, perché negli ultimi decenni i gay sono stati individuati come target di mercato, ma lui non lo poteva prevedere. Rimane il fatto che le aggressioni a sfondo omofobo in questo momento in Italia sono molto frequenti, quindi il meccanismo di fondo Pasolini lo aveva capito.

Lui ha attraversato il periodo della contestazione studentesca, e le sue posizioni a riguardo, anche in questo caso, non erano scontate. Puoi parlarci della questione del rapporto tra genitori e figli?

Come in questi giorni (penso alla contestazione studentesca cui ha partecipato anche Bersani salendo sui tetti), i partiti al tempo di Pasolini cercavano di essere vicini ai movimenti giovanili. Pasolini invece va contro. In occasione degli scontri di Valle Giulia, tra studenti e poliziotti, scriverà nella poesia Il PCI ai giovani!! che lui stava dalla parte dei poliziotti, perché essi in quel caso erano i rappresentanti del popolo e i giovani della borghesia. Qui Pasolini tralascia che i giovani manifestavano perché anche i figli di quei poliziotti un domani potessero andare a scuola, però lui vuole estremizzare un po’ il discorso, e sostiene che quel tipo di protesta è interna alla borghesia e non lo interessa. A lui sembra che un superamento vero della condizione dei padri si sarebbe potuto avere solo con un dialogo con i padri, un confronto, mentre i giovani hanno scelto una contrapposizione frontale che ha rifiutato il dialogo. Dice che senza il dialogo non c’è superamento, ma uno scontro che non porta a nulla. A proposito dei capelli lunghi, dice di aver visto i capelloni per la prima volta a Praga. Dice di aver provato sùbito antipatia perché il linguaggio verbale in quel caso era sostituito da un segno esteriore, quello dei capelli. I capelli sono diventati un obbligo conformistico per tutti, sia per i ragazzi di Destra che quelli di Sinistra. Nel 1972, poi, in Persia, vede «due esseri mostruosi», ragazzi con i capelli lunghi. Qui Pasolini, da semiologo, immagina il discorso verbale sottaciuto dal discorso non verbale di quei capelli: «noi non apparteniamo al numero di questi morti di fame, di questi poveracci sottosviluppati rimasti indietro alle età barbariche: noi siamo impiegati di banca, figli di gente arricchita, che lavora nelle società petrolifere, conosciamo l’Europa, abbiamo letto, siamo dei borghesi. Ed ecco qui i nostri capelli lunghi, che testimoniano la nostra modernità internazionale di privilegiati». Pasolini vede che a quel punto i capelli lunghi sono un segno escludente, perché sono diventati moda, imposta.

Tu parli diffusamente, nel tuo libro, del Terzo Mondo. Perché Pasolini è così interessato a questa realtà?

Man mano che la società italiana va modificandosi, Pasolini va nel Terzo Mondo alla ricerca di quella società contadina che in Europa non esiste più. Però sarà una delusione, perché, quella che noi chiamiamo “globalizzazione”, già in quel tempo si stava verificando. Non trova neanche lì la spontaneità che cercava. Anche lì lo sviluppo (termine che in Pasolini ha un’accezione negativa, di contro a “progresso”, che invece è positivo, indica crescita non solo quantitativa, ma anche culturale), ha portato la sua desolante estraneità. In questa distinzione tra sviluppo e progresso Pasolini è stato profetico: l’Italia ha avuto un grande sviluppo, ma nessun progresso. Si pensi al fatto che qui le persone che hanno più soldi sono quelle che sono meno colte e le più colte fanno dei lavori che non sono pagati come dovrebbero, ma molto meno. Abbiamo persone ricche, ma ignoranti – a partire dal nostro premier.

Verso la fine del libro parli molto anche del processo per la morte di Pasolini…

A marzo il senatore Marcello Dell’Utri dichiara di aver preso visione di un capitolo mancante del romanzo Petrolio, l’ultimo a cui Pasolini stava lavorando, e dichiara alla stampa: «ho letto il capitolo e non posso dire ancora nulla, è uno scritto inquietante per l’ENI, parla dei problemi dell’azienda e Cefis e si lega alla storia del nostro Paese. Lì forse ci sono i motivi per cui Pasolini è stato ucciso. Credo sia stato rapito dalla casa di Pasolini». Questo lo dice Dell’Utri il 2 marzo 2010. A quel punto tutti chiedono chiarimenti a Dell’Utri. Lui però si rimangia tutto, dice di averlo visto solo di sfuggita. Nel frattempo Walter Veltroni scrive una lettera al Ministro della Giustizia Angelino Alfano chiedendogli di riaprire il caso sull’omicidio di Pasolini e quindi l’Editore mi ha chiesto di intervistare Veltroni, cosa che ho fatto, e Dell’Utri, che però s’è negato. Prima di morire Pasolini stava appunto scrivendo Petrolio, un romanzo sul potere. E stava indagando sull’omicidio di Mattei, e in particolare su Eugenio Cefis, che sarà presidente dell’ENI dopo Mattei e sarà anche presidente della Montedison, e in particolare s’un libro: Questo è Cefis, che metteva in luce le sue malefatte. Questo libro esce nel ’72, ma in pochi giorni viene fatto sparire da tutte le librerie, da tutte le biblioteche – non c’è nemmeno alla Nazionale di Firenze, né di Roma: c’è la scheda ma non il libro. Evidentemente Cefis aveva un potere tale per cui ha fatto acquistare tutte le copie in libreria e ha fatto rubare le copie in biblioteca. Pasolini ne possedeva una copia fotocopiata, e stava documentandosi su questo libro e altre cose. Pasolini nel ’75 scrive sul «Corriere della Sera» una frase, che poi è diventata molto famosa: «Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine ai criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista)». Ecco, magari Pasolini avrebbe potuto essere pericoloso per qualcuno. In quel periodo in Italia le persone venivano uccise per molto meno. Oggi pare abbastanza chiaro che quel giorno Pasolini e Pino Pelosi (il ragazzo accusato dell’omicidio) non erano soli all’Idroscalo di Ostia. Il primo magistrato che si occupa del caso condanna Pelosi per concorso in omicidio con ignoti. Quindi era chiaro che il ragazzino non potesse aver fatto tutto da solo. Questi ignoti spariranno nei gradi successivi di giudizio finché nel 2005 Pelosi, che aveva scontato tutti quegli anni di carcere tenendo sempre la bocca chiusa, dichiarerà di non essere stato lui ad uccidere Pasolini, ma tre persone arrivate in un’auto uguale a quella del poeta, con l’accento del Sud, che lo hanno insultato e pestato finché è morto. E qualcuno forse potrebbe avergli chiesto di tenere la bocca chiusa. Perché poi Pelosi parla? Forse perché questo qualcuno non può più nuocergli. Tra le altre cose che ho fatto, ho ripercorso i due ristoranti in cui Pasolini avrebbe cenato quella sera: uno è il Pommidoro, l’altro è Il Biondo Tevere sulla via Ostiense. E tutti e due avevano questa nomea di essere il ristorante in cui Pasolini aveva cenato l’ultima sera. Pensavo che uno dei due mentisse, e invece no: Pasolini ha cenato in due ristoranti, è stato prima al Pommidoro, con Ninetto Davoli e altri amici, da cui s’è congedato abbastanza presto, ha incontrato Pelosi, in Piazzale Cinquecento, sono andati a Ostia, Pelosi non aveva ancora cenato e si sono fermati al Biondo Tevere, erano le undici. Ha parlato con la signora che gestiva il ristorante e la donna mi ha detto che lo conosceva bene. Quando arriva, anche se stavano per chiudere, riaprono per Pasolini. Lui beve solo una birra, Pelosi cena. Dopo un’oretta finiscono. Il marito di lei lo accompagna fino alla macchina perché sapevano che Pasolini era spesso oggetto di aggressioni e minacce. Quando i due coniugi il giorno dopo seppero la notizia pensarono sùbito che non potesse essere stato Pelosi a uccidere Pasolini, perché troppo gracile, rispetto al poeta, che era prestante, e giocava a pallone. Queste sono tutte impressioni. L’ultima cosa che sappiamo è che Pasolini il giorno prima di morire riceve Furio Colombo a casa sua per un’intervista e alla fine gli suggerisce il titolo del pezzo, “perché siamo tutti in pericolo”, un titolo, anche quello, che è stato, purtroppo, profetico.

ROBERTO CARNERO “Morire per le idee. Vita letteraria di Pier Paolo Pasolini”  BOMPIANI – 2010

 

 

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