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aprile 16 09:17 2011 Stampa questo articolo

Cosa sono

i rigassificatori

 

di Roberto Ballerini

 

 

Cosa è il gas naturale?

Il gas naturale è parte integrante del nostro modo di vivere. Quando abbiamo bisogno di cucinare ruotiamo la manopola e la fiamma scaturisce. Il gas riscalda le nostre case e l’acqua con cui ci laviamo. Ma quel gas che utilizziamo è il prodotto di una infrastruttura abbastanza complessa.

Persino il nome con cui lo chiamiamo, metano, è una semplificazione: quella che utilizziamo è una miscela di metano ed altri gas, la cui composizione ed il cui potere calorifero sono differenti a seconda del luogo di estrazione.

Al gas naturale trasportato, che è inodore, vengono aggiunti odorizzanti prima di distribuirlo, per far sì che ne venga avvertito l’odore in caso fuga.

Come arriva a noi?

Il gas naturale che usiamo è per la maggior parte “convenzionale”, cioè estratto da giacimenti di origine fossile, simili e spesso integrati con quelli petroliferi.

Una volta estratto viene trasportato attraverso reti di trasporto (tubature) internazionali e nazionali: i gasdotti. Arrivato nelle singole nazioni può essere stoccato all’interno di pozzi esauriti, per fungere da scorta, o distribuito attraverso reti di distribuzione fino alle nostre case.

Questo viaggio avviene a circa 30 chilometri orari, il che comporta che il gas impieghi più giorni ad arrivare da Russia, Norvegia ed Algeria – i nostri principali fornitori – fino a noi.

La stessa infrastruttura serve anche a trasportare e distribuire il gas usato per produrre energia nelle centrali elettriche.

Il fatto che il consumo vari di stagione in stagione, ma anche nel corso della giornata, rende necessaria una pianificazione degli approvvigionamenti: esistono delle borse del gas in cui si concludono dei contratti tra aziende produttrici, distributrici e venditrici; questi contratti sono regolati da clausole dette “take or pay” perché il venditore si impegna a riservare una quota di prodotto ed il compratore ad acquistarla (take) o a pagare una penale (pay). Si tratta di contratti che vengono stipulati con anni di anticipo perché il gas naturale è una risorsa limitata e perché i giacimenti di gas convenzionale sono molto concentrati: Russia ed Iran possiedono circa l’80% delle riserve mondiali.

A che servono i rigassificatori?

Il trasporto dai giacimenti alle nazioni consumatrici ha un costo elevato ed esistono situazioni in cui è estremamente problematico costruire e gestire i gasdotti. Un esempio di situazione limite è il Giappone, in cui il problema sembrava insormontabile. La soluzione trovata è stata l’introduzione GNL (gas naturale liquido): il gas estratto viene portato allo stato liquido, comprimendolo e diminuendone la temperatura. A questo punto il gas liquefatto viene trasportato mediante navi chiamate “metaniere” fino ad un terminale di rigassificazione.

Oggi al mondo esistono una cinquantina di rigassificatori, di cui circa la metà servono il Giappone. Le navi metaniere esistenti sono circa 300 e gli unici tre cantieri al mondo in grado di costruirle hanno ordini in grado di saturare la loro capacità produttiva fino al 2020.

I rigassificatori in Italia

In Italia esistono due rigassificatori: quello di Panigaglia, di proprietà del Gruppo ENI, e quello di Porto Viro, costruito da una joint venture tra ExxonMobil, Qatar Petroleum ed Edison.

Il rigassificatore di Panigaglia è un rigassificatore onshore (cioè situato a terra), costruito negli anni 70. E’ in grado di rigassificare 3,5 miliardi di metri cubi di gas l’anno ed è utilizzato a circa il 50% della sua capacità produttiva. E’ in corso di approvazione il suo raddoppio, per portarne la capacità ad 8 miliardi di mc annui.

Il rigassificatore di Porto Viro è un rigassificatore offshore (cioè situato in mare), di nuova tecnologia. Si tratta di un’isola artificiale, poggiata direttamente sul fondo marino. Progettato nel 1997, è in fase di avvio dal 2009 ed avrà una capacità produttiva di 8 miliardi di metri cubi.

Oltre ai 2 rigassificatori funzionanti, esistono una ventina di progetti presentati tra il 2001 ed il 2008, tra cui i due marchigiani: il TritoneGNL, presentato da GdfSuez, che dovrebbe sorgere 34 km al largo di Porto Recanati, costituito da una nave rigassificatrice permanente con una capacità di 5 miliardi di metri cubi ed il terminale LNG di Falconara Marittima, progettato da API Nova Energia, che sorgerebbe 16 km al largo di Falconara (e con distanze simili da Ancona e Senigallia), anche in questo caso con rigassificazione svolta in mare, con una capacità iniziale di 4 miliardi di metri cubi.

Di quanto gas ha bisogno l’Italia?

Allo stato attuale l’Italia consuma circa 90 miliardi di metri cubi di gas, ne produce 8, ne esporta 8 e ne importa 90, attraverso i gasdotti che la collegano ad Austria, Svizzera, Algeria e Tunisia.

L’insieme dei progetti di rigassificatori ancora in fase di approvazione potrebbe produrre 100/120 miliardi di metri cubi di gas.

I nuovi gasdotti in costruzione ed il potenziamento degli esistenti dovrebbero aggiungere altri 30/35 miliardi di metri cubi di capacità.

A fronte di queste quantità, gli esperti stimano che i consumi possano salire fino a circa 120 miliardi, per poi assestarsi a 105, per effetto della maggiore efficienza energetica, della stabilità demografica e del calo dell’industria pesante.

Perché sono stati previsti i rigassificatori?

I rigassificatori son stati previsti perché il loro gas era considerato più economico di quello trasportato tramite gasdotto per distanze superiori ai 3000 km, perché si stava saturando la capacità dei gasdotti esistenti, per diminuire il rischio legato alle ricorrenti crisi tra Russia e Ucraina e per diminuire il rischio di mancanza di gas in caso di conflitti. Il governo Prodi stimò la necessità di 3 o 4 impianti.

Sono ancora valide queste ragioni?

Il prezzo del GNL, come di qualsiasi altro prodotto, dipende dal rapporto tra domanda e offerta. In questo caso la domanda potenziale viene dagli impianti di rigassificazione, mentre l’offerta dipende dagli impianti di liquefazione. Il rapporto tra numero degli impianti di rigassificazione e di liquefazione sta salendo e con esso il costo del GNL.

Gli impianti di liquefazione sono più complessi, più pericolosi ed hanno senso solo dove c’è produzione di gas. Gli impianti di liquefazione, perciò, continueranno ad essere concentrati in Nord Africa, nei Paesi Arabi, nel Mare del Nord e nelle Repubbliche ex-Sovietiche. E’ evidente, perciò, che il rischio dovuto ai conflitti non cambia, poiché il gas continua a provenire dagli stessi Paesi.

Aumenta invece il rischio attentati, perché i rigassificatori sono obiettivi sensibili, difficilmente difendibili e che possono produrre conseguenze devastanti in caso di incidente.

Anche la quantità limitata di navi metaniere incide limitando la quantità complessiva di GNL che può venire trasportata.

Negli ultimi due anni, inoltre, c’è stato un progresso straordinario nelle tecnologie legate ai cosiddetti “gas non convenzionali”; in particolare gli shale-gas, ricavati da scisti bituminosi (con un procedimento che produce enormi danni ambientali…), hanno costi molto inferiori anche al gas prodotto dai rigassificatori e sono ricavabili anche in zone dove non esistono giacimenti di gas convenzionale.

Per questo motivo le grandi aziende energetiche mondiali stanno annullando quasi tutti i progetti di nuovi rigassificatori e stanno rinegoziando le clausole take-or-pay dei contratti già firmati.

Perché allora in Italia continuiamo a parlare di rigassificatori?

Un motivo certo: l’Italia, considerando i rigassificatori strutture di interesse nazionale, ha previsto per legge di indennizzare le società che costruiscono rigassificatori; in pratica anche se non potessero lavorare a pieno regime, lo Stato verserebbe alle compagnie la parte mancante al raggiungimento del 70% della loro capacità.

Un motivo possibile: l’obiettivo non esplicitato è quello di inserirsi negli equilibri internazionali del mercato dell’energia, invertendo la direzione dei gasdotti transalpini e facendo dell’Italia l’hub europeo del gas.

Quali rischi producono i rigassificatori?

Primo effetto: la rigassificazione avviene riscaldando il gas liquido mediante acqua marina; questo comporta una variazione consistente della temperatura dell’acqua.

Secondo effetto: per evitare incrostazioni sulle tubature che renderebbero meno efficiente il processo, viene fatto uso di sostanze chimiche, in particolare quella che noi comunemente chiamiamo varechina, che in parte vengono sversate in mare.

La combinazione di questi due effetti determinerebbe una alterazione della flora e della fauna marine, con danni enormi al settore ittico, ed un rischio per la salute delle popolazioni esposte, con costi diretti per il sistema sanitario ed indiretti per il sistema turismo. Questi costi non vengono mai considerati nei bilanci relativi alla costruzione di rigassificatori, ma vengono pagati localmente dalla comunità ospitante “per il bene della Nazione”.

Ultimo aspetto è costituito dal rischio di incidenti. I progressi della tecnologia fanno sì che gli impianti siano sempre più sicuri, ma la sicurezza assoluta non esiste in nessun impianto. Sull’altro piatto della bilancia è da considerare che l’aumento del numero degli impianti fa crescere la probabilità statistica di un incidente.

Quale sarebbe l’effetto di un incidente?

La rottura di una nave metaniera ancorata ad un terminale è considerata la catastrofe energetica peggiore che possa accadere. Il gas liquefatto, infatti, non è infiammabile alle pressioni e alle temperature a cui viene trasportato. In caso di sversamento il gas liquido entrerebbe a contatto con l’acqua, che è più calda, aumentando di volume e passando dallo stato liquido a quello gassoso. In queste prime fasi, però, la concentrazione del gas sarebbe ancora così elevata da non potersi incendiare. Si produrrebbe una nuvola in estensione ad elevata velocità. Allargandosi e mescolandosi con l’aria circostante, raggiungerebbe alla fine una concentrazione alla quale la miscela sarebbe infiammabile. L’esplosione provocherebbe danni fino ad oltre 50 km dall’epicentro della fuga. Questo fenomeno, chiamato RPT (rapid phase transition, transizione rapida di fase) produce danno a prescindere dall’esplosione, producendo una violentissima onda d’urto di pressione.

I rischi specifici di Falconara

Falconara è già un’area ad alto rischio di catastrofe ambientale. E’ evidente che piazzare un rigassificatore in una zona in cui sono già presenti una raffineria, un aeroporto, centrali elettriche ed altre infrastrutture energetiche aumenta il rischio di incidente, con possibile effetto domino, ed il rischio ambientale e per la salute.

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