Pronto soccorso: Sala d’attesa, la giornata di un paziente

Pronto soccorso: Sala d’attesa, la giornata di un paziente
luglio 21 08:31 2011 Stampa questo articolo

Moriarty: l’ira funesta

 

Jack Moriarty:«Chi di voi è il dr. House?»
Dr. House: «La brunetta magra!»

Jack Moriarty: «No, lei è la dottoressa Cameron».

Dr. House: «Io ho più tette. Come sa il suo nome?»

Jack Moriarty: «Sono stato vostro paziente».

Dr. House: «Ah, beh, i cioccolatini può lasciarli ….»

Jack Moriarty (estrae una pistola e spara al dr. House):

«Ti ho scioccato vero? Già: perché sparare a un medico?»

[Da Medical Division,episodio dal titolo:  Mr.Jekyll e il dr. House]

 

 

di Jack Moriarty

 

“Nome?”

“Moriarty”

“Cos’è successo?”

“Niente. Sono qui perché voglio sparar al dottor House”.

“Ah, capisco. Ma nel Pronto Soccorso non si sceglie il medico. Bisogna accontentarsi di chi c’è. In ogni caso il dottor House prende servizio alle 7. Quand’è che ha avvertito i primi sintomi?”

“Non so: una trentina d’anni fa?”

“Allora non ci sono gli estremi dell’urgenza. Si accomodi: la chiamiamo noi quando viene il suo turno”.

“Che codice mi tocca?”

“Adesso vediamo. Lei intanto si accomodi in sala d’attesa”.

Mi siedo alla destra di uno che smania come quando la sedia gli scottasse, si agita, si tira su, si siede ancora, si rialza, fa il giro della stanza, prova a uscire all’aperto e subito ritorna dentro. Lo sento che si lamenta con l’infermiera che sta al ricevimento: “Quand’è che tocca a me? Non posso né camminare né stare seduto”.    Lo vedo che ritorna alla base  e di nuovo si mette a sedere.

“Le emorroidi”, fa lui con la bocca tirata e l’aria di scusarsi. “Non posso né camminare né stare seduto”.

Alla mia sinistra, disteso su tre sedie, è uno con il ghiaccio sulla testa: l’hanno già medicato e l’hanno messo fuori perché dentro non si riesce a trovar posto. Lo accompagna una donna che mi incrocia con gli occhi per potermi dire che suo marito ha un taglio così, indicandomi un tratto di sei-sette centimetri. “E pensi che ci siamo partiti da Marotta con l’idea che facevamo prima. Era meglio se andavamo a Fossombrone”.

Sul lato di fronte dell’astanteria ci sono un bambinetto che ogni tanto strilla e suo padre che fa prova di calmarlo. Più a destra due probabili infarti, penso io, dei quali uno ha l’aria del cliente affezionato: magari ha soltanto un’aritmia. Siccome però io ho tempo e non mi sento male, ho modo di ingannare l’attesa e di guardare a uno a uno tutti quelli che stanno aspettando.  C’è qui uno che si tiene la pancia e sulla faccia è verde come l’aglio. Un altro che ha male a un orecchio. Un ragazzotto con un piede acciaccato. E tre o quattro che sembra non abbiano niente.

La donna accanto a quello col ghiaccio sulla testa mi guarda un po’ strano e a un certo punto azzarda:  “Ho sentito quando è entrato che diceva che vorrebbe sparare al Dr. House. Se ce l’ha con lui per qualche altro motivo non ci metto bocca; altrimenti è soltanto mezz’ora che si trova qui: di cosa si lamenta? Noi siamo qui da quattro ore, ma capisco che al Pronto Soccorso tocca avere pazienza”.

“Ah sì, tocca avere pazienza”, fa eco il padre del bambino all’altro lato dell’astanteria. “Io però mi rivolgo al tribunale del malato. Anch’io sono quasi quattro ore che mi trovo qui, col bambino che scotta per la febbre alta”.

La donna dell’uomo col ghiaccio mi guarda di nuovo allargando le braccia. Restiamo in silenzio.

“Ma chi c’è dentro, che non escono mai? Avranno qualche caso complicato”.

“Una ragazza di una ventina d’anni, con un gran mal di testa. E un anziano che fatica a respirare. Il dr. House è appena arrivato: non l’ha visto passare?”

“Io no. Nemmeno lo conosco. So solo che trascina una gamba”.

La donna mi guarda di nuovo come a tenermi a bada e torna a dedicarsi a suo marito. Il signore delle emorroidi continua a non trovare loco e va a farsi un altro giro; poi torna a sedersi come quello che dispera di trovare pace.

“Ma perché ce l’ha tanto col Pronto Soccorso, è capitato qualcosa? ”

“A me niente. Non ce l’ho in particolare col pronto soccorso. A parte aspettare sette ore fuori con una pancreatite in atto – mai sentito dire? pensi lei che lo chiamano dramma pancreatico, per farsene un’idea – niente di personale. Il Pronto Soccorso è soltanto il primo punto di contatto per chi viene qui, e so che qui lavora il Dr. House. Se mi mandano da un altro non fa differenza: mi hanno già spiegato che al Pronto Soccorso non si sceglie”.

Anche l’uomo delle emorroidi adesso mi guarda incuriosito. Provo a spiegarmi: “Il mio è solo un credito che vengo a riscuotere: un credito formativo maturato in una vita nei confronti di questo ospedale. Ma immagino che saranno molti quelli che avanzano qualcosa, mica solo io; più di una storia nera che chi può raccontarla per prudenza preferisce tenere per sé. Io però non ho paura di offendere nessuno: tanto più che i responsabili (quelli che io ritengo responsabili) non lavorano più qui da un bel pezzo. L’ospedale però è sempre questo, tanto che quando parlano di chiuderlo, non so per il paziente se è meglio o peggio …

“Pensi lei che la prima volta che sono entrato in casa della mia ragazza – erano ancora gli anni sessanta – è stato perché lei s’era tagliata con un vetro e le avevano fatto un’antitetanica senza accertarsi se poteva risultare allergica. Era allergica. Aveva la faccia gonfia come una palloncino della fiera e rischiava di morire”.

“Una decina di anni dopo era incinta di cinque mesi ma il bambino non cresceva. Siamo andati a Corinaldo dove c’era una specie di santo, e poi a Senigallia. In più di due settimane nessuno è stato in grado di capire che il bambino era morto: lei ha avuto un aborto spontaneo, di notte, da sola, e non si è nemmeno potuto sapere se era maschio o femmina, per quanto era corrotto. Roba che la madre ci stira le gambe per la setticemia”.

“Poi è toccato a me. Ritornato dall’Africa avevo una febbre da cavallo. Dico: è la malaria. Mi portano su e ci rimango per più di una settimana con la febbre oltre quaranta ma senza uno straccio di diagnosi. Ho paura che mi facciano fare la fine di Coppi e mi organizzo per scappare via: ho fatto venire un’ambulanza privata che mi aspetta sotto l’ospedale, firmo il congedo e mi autotrasferisco a Modena, dove si trova un centro malattie tropicali. Mai soldi spesi meglio. Vado su e la mattina stessa ho la diagnosi: malaria. Penso: ovvio. Mi danno una compressa di chinino e mi rimandano a casa la mattina dopo. “Se torna la febbre, telefoni!” avvertono nel salutarmi. Vede? c’è solo una leggera differenza tra le due situazioni: là campi e qua rischi di morire”.

Mi fermo perché arriva l’infermiera che si porta via l’uomo col mal di pancia: ho sentito che temono che gli scoppi un aneurisma da un momento all’altro. Si vede che il triage gli ha fatto cambiare colore: prima era verde e adesso è diventato giallo. Intanto il padre del bambino si è calmato perché dall’interno chiamano anche lui. L’uomo delle emorroidi ha continuato ad agitarsi ed è tornato alla guardiola con le mani giunte: “Quando tocca a me? Non posso né camminare né stare seduto”. La donna che mi sta a sentire ogni tanto coccola un piede di suo marito. Deve soltanto aspettare che le dicano se si deve trattenere ancora o può andare via, ed è dunque disposta a chiacchierare.

“Vado avanti? Perché sento che qua più di uno è in attesa che aprano i laboratori delle analisi, la ragazza con il mal di testa per esempio. O l’uomo dell’aneurisma. Ma se uno si trova al Pronto Soccorso, ha bisogno di un esame e non trova chi lo faccia sul momento, il soccorso che ottiene non può dirsi “pronto”. Del resto  si vede benissimo che nell’ospedale in molti casi gli orari sono fatti sulle esigenze di chi presta il servizio, non di chi lo riceve. Mi spiega se no perché alla domenica non c’è mai nessuno e un medico deve bastare per più di un reparto? Le malattie alla domenica non fanno festa. Mi spiega perché nella notte non si trova nessuno che faccia un esame al paziente che ne può avere urgenza, ma solo alla mattina dopo le nove? Mi spiega perché il servizio di logopedia, che per target ha spesso i bambini, si concentra in orario di scuola? E’ evidente che gli orari li fanno per sé, non per i pazienti. Ha fatto caso poi a quanta cura mettono i medici (molti di loro, non tutti, per fortuna!) per evitare il contatto col paziente? Il contatto tocca solo agli infermieri. Chi materialmente cura il malato è l’infermiere, e più ancora gli OSS. Che anzi qui al Pronto Soccorso farai anche lunghe attese ma almeno il contatto con il medico non manca”.

Sarà mezzogiorno. Sentiamo un tramestio da dove scalano le ambulanze. Portano uno che ha avuto un incidente sulla Strada della Marina. Codice rosso, passa avanti a tutti. Mi pare giusto: per quello che devo fare io posso aspettare. Continuo a ragionare con la donna. Racconto di una mia collega che ricovera il marito con un occhio gonfio e che solo una settimana dopo, leggendo l’enciclopedia medica, viene a sapere che può essere anche meningite. Era meningite, ma il tempo è trascorso e il marito non si è più ripreso.

La donna, che abita fuori provincia, mi dice che anche da altre parti più o meno succedono le stesse cose, e che quello del medico è il mestiere più difficile del mondo. Mi trovo d’accordo, e a conferma le racconto di quella mia amica che, ricoverata alle Torrette per alcune sedute di chemioterapia, viene rimandata a casa ogni volta con meno piastrine, finché una mattina la trovo a casa sua mezza morta, e fortuna che mi aveva lasciato la chiave.

E’ quasi l’una quando arriva il mio turno. Dalla sala d’aspetto ho sentito che stanno parlando del “paziente psichiatrico”, dunque tocca a me. Ma invece di essere chiamato mi trovo al cospetto di due personaggi in camice bianco che mi pare di avere già incontrato in qualche altra circostanza. Con grande dolcezza di parole ma con mano di ferro mi prendono uno per parte e mi convincono a venire fuori. Dicono che hanno parlato coi miei e che per quella cosa che io voglio fare mi hanno giù fissato un appuntamento. Ok, faccio io: ma non sapevo che per ammazzare qualcuno bisognava presentarsi con l’impegnativa.

Cos’è successo dopo non ricordo davvero, ma mi pare di capire non ho sparato a nessun Dr. House dal momento che mi trovo qui a scrivere questo articolo. Non l’ho fatto, immagino, perché ho visto che tribola anche lui per le cose che non vanno bene. Però lui tribola da medico e noi da malati, che uguale uguale mi pare che non è. Mi hanno detto, tra l’altro, che i medici sono parecchio fregnoni quando stanno male. E che vanno a farsi curare dove sanno loro, e non in questo ospedale. Ecco allora cosa auguro di cuore al dr. House e a molti suoi colleghi: di passare ogni tanto una giornata da quest’altra parte. Sono certo che durante l’attesa ne imparano di più che stando dentro.

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“La Città Futura” è una libera associazione culturale e politica, interessata a sviluppare e promuovere il confronto e il dibattito su temi che appartengono al patrimonio culturale della sinistra italiana ed europea quali giustizia e promozione sociale, contrasto alle diseguaglianze, accoglienza ed integrazione, salvaguardia dell’ambiente e tutela del paesaggio, ecologia e sviluppo sostenibile, diritti civili e laicità dello stato, democrazia, trasparenza e partecipazione.
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