Non sai più cosa fare? Cambia la Costituzione

aprile 20 01:49 2011 Stampa questo articolo

L’ultima spiaggia dell’uomo di Arcore

 

 

di Leonardo Badioli

 

 

La proposta di modifica dell’articolo 41 sulla libertà d’impresa non trova per il momento interlocutori nell’opposizione. Ma il divorzio tra attività economiche e utilità sociale segnerebbe veramente la fine della nostra cultura del lavoro. Uno scenario possibile nella produzione di energia liberata dai vincoli dell’utilità sociale. Le orde dei costruttori di macerie sul mare e dietro le colline.

Eccolo qui il colpo di coda che il Grande Corruttore intende mettere a segno per dimostrare che ancora governa qualcosa: cambiare l’articolo 41 della Costituzione. Dove è scritto che l’iniziativa economica privata è libera ma che non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, cancellare la seconda parte.

Riuscisse in questo, nel testo amputato resterebbe  solo che l’iniziativa economica privata è libera; il che però significa anche fine a se stessa a prescindere dalle compatibilità ambientali e dalle esigenze umane; quando non addirittura “in contrasto” con esse. Per stretta conseguenza poi, mancando dell’aggancio, verrebbe a cadere il prosieguo dell’articolo in questione, dove è pure scritto che la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali. Insomma: niente legge, niente programmi, niente controlli. Avanti si vada, come disse il conte Ricotti prima di cadere nel porto di Ancona.

Non solo il cavaliere anticipa la sua intenzione al Consiglio dei Ministri: estende la proposta come “patto per lo sviluppo” anche al segretario del PD, perché la condivida. Bersani risponde, bofonchiando come il suo solito, che la cosa gli pare “inopportuna”, poi subito correndo a rifugiarsi dietro al trito ritornello: “Berlusconi non è credibile. Si tolga di mezzo”. Allo stesso modo, mentre la Marcegaglia si dichiara disponibile con formula dubitativa (“se è per la crescita noi siamo qua”), Franceschini lo spalleggia dichiarando che “contro la crisi va bene tutto, ma non con lui”. Insomma: l’uomo è indegno, il resto può andare, anche le proposte dell’indegno.

Ecco perché sono poco credibili i furori iconoclasti di ciò che resta della sinistra parlamentare, i cosiddetti riformisti.  In questo modo però l’assenza di contenuti che sappiano contrastare il disegno autoritario dell’uomo di Arcore priva l’Italia di un principio fondamentale della democrazia: quello di poter disporre un’alternativa credibile. Lo dico meglio con le parole di Norberto Bobbio:  “Occorre che coloro che sono chiamati a decidere o a eleggere quelli che dovranno decidere siano posti di fronte ad alternative reali e siano messi in condizione di poter scegliere o l’una o l’altra”1.

Nel vuoto pneumatico che trova spazio in un tatticismo politico tutto volto alla conquista del centro, nessuno invece si premura di capire cosa conseguirebbe dalla modifica costituzionale che Berlusconi si propone di strappare al parlamento. Dal punto di vista pratico difficilmente deriverebbero benefici all’imprenditoria, segnatamente alla piccola e media impresa; e sembra aver ragione Marcegaglia a non scaldarsi troppo per questa “riforma senza costi”.  E’ noto infatti che la piccola e media imprenditoria italiana non ha tanto problemi di natalità delle imprese, quanto quello di una loro epidemica mortalità precoce. Un’industria manifatturiera che volesse lavorare senza essere guidata dall’utilità sociale non avrebbe luogo e senso.

Senza costi poi vuol dire senza voci di spesa da impegnare nell’anno finanziario, non che passare sopra tutto non costerà niente. Abbiamo imparato bene ormai che imporsi alla natura fa pagare penali  salate. Una volta realizzata un’opera che non prevede limiti di sostenibilità ambientale e sociale, non ci sarà nessuna mano invisibile a trasformare il danno arrecato in un bene comune.

Sotto questo aspetto, nessuno più di noi marchigiani è interessato a sapere che cosa deriverebbe dalla amputazione dell’articolo 41; e in particolare nessuno più di noi della provincia di Ancona ha bisogno di farsene un’idea: soprattutto in merito alla produzione di energia. Pende infatti sulla nostra provincia una serie di richieste molto aggressive da parte dei grandi produttori: tra queste l’ampliamento di centrali esistenti (l’Api di Falconara) e la realizzazione di due rigassificatori (su 7 complessivi che si farebbero in Italia) dirimpetto alle nostre coste. Tutto questo per una produzione strabiliante e assolutamente sproporzionata rispetto alle necessità locali.

E dire che la Regione Marche andava fiera di avere approvato per prima in Italia un Piano Energetico Ambientale Regionale (PEAR) concepito alla luce del decentramento, della sostenibilità e dell’utilità sociale. Quanto reggerà il nostro Piano all’offensiva dei grandi produttori, quando questi si ripresenteranno galvanizzati da una trasformazione tanto permissiva della carta costituzionale? E che senso potrà avere da allora in avanti redigere un piano locale ispirato a principi di autoregolazione? Già quello della Lombardia non è altro che l’elenco delle domande pervenute2

Per il momento fa testo l’indisponibilità dichiarata dalla Regione alla realizzazione di una megacentrale turbogas in comune di Corinaldo, la cui richiesta pendeva (a noi, sulla testa) da pare di Edison-Gaz de France. Un comitatone molto battagliero e un accrocco di sindaci (Mangialardi quoque) disperati per mancanza di soldi e competenze hanno fatto la loro parte. Ma è certo che chi potrà approfittare della resa delle condizioni all’anarchia produttiva che sarà sancita dalla nuova costituzione sono proprio loro: le grosse società sradicate, extraterritoriali, interessate solo a sfruttare l’ambiente in cui si posano e le persone che ci vivono senza lasciare niente né all’uno né alle altre. A loro può essere d’ostacolo quel legame con le ragioni sociali del lavoro che la nostra cultura regionale ha mantenuto viva per tantissimi anni fino a farne un tratto di identità locale.

 

1 Norberto Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi 1984, p. 6, dove il filosofo torinese indica la mancanza di altervativa come la prima di sei promesse mancate della democrazia.

2 Marco Bersani, Nucleare. Se lo conosci lo eviti, Edizioni Alegre, 2010.

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