La guerra in Libia e l’importanza di essere l’Italia

ottobre 04 08:50 2011 Stampa questo articolo

di Leonardo Badioli

Ilpuntodisvolta.blogspot.com

Non solo unità nazionale, ma anche guerre coloniali nei centenari di quest’anno. Un’occasione per considerare uno scacco politico e definire un ruolo internazionale dell’Italia a partire dalla nostra singolarità culturale.

Cade quest’anno un altro anniversario oltre al 150° dell’unità italiana: il 28 settembre 1911 il nostro esercito partiva per la conquista della Libia. Non abbiamo fatto molto per ricordare questo centenario; del resto è politicamente poco corretto celebrare un’impresa coloniale. O meglio, sì, qualcosa abbiamo fatto: abbiamo fatto un’altra guerra in Libia, seppure alla coda di una coalizione chiamata NATO e capeggiata dai francesi.

Ecco: questo dei francesi che ci passano avanti sembra essere un tratto comune alle due guerre, malgrado le separino cent’anni. L’avevano fatto nel 1881 insediandosi militarmente in Tunisia (“schiaffo di Tunisi”), che noi italiani consideravamo quasi un prolungamento del nostro paese: rispetto al controllo del Mediterraneo, la Tunisia era strategica; l’occupazione della Libia fu per noi un ripiego. Questo non impedì al socialista Giovanni Pascoli di inneggiare al risveglio della Grande Proletaria. Una canzone di allora con enfasi vitalistica intonava: Tripoli, bel suol d’amore / sarà italiana al rombo del cannon, che lo scettico senigalliese parafrasava in: Trippoli, la pastasciutta / la magna tutta la fiola d’ Magnon. La conquista fu resa possibile a patto di lasciare mano libera alla Francia per occupare il Marocco.

Cent’anni dopo, alla tradizionale inconsistenza della nostra politica estera, il capo del governo italiano ha voluto aggiungere il contributo della sua personale furbissima stupidità: basti pensare che la politica di Berlusconi verso il nordafrica faceva perno su Gheddafi e Mubarak. Questa strabiliante lungimiranza ha offerto ai francesi la copertura della quale nessun paese belligerante oggi può fare a meno: quella della guerra umanitaria, democratica e politicamente corretta. Non importa se poi ha fatto più vittime di quelle che probabilmente avrebbe fatto Gheddafi.

Il colonnello libico, per noi fornitore di petrolio a prezzo agevolato e socio in molti affari, all’improvviso diventava per i francesi un tiranno da abbattere a favore di una immaginaria primavera libica. Non che il marito di Carla Bruni si preoccupasse molto di esportare la democrazia nel golfo della Sirte quando, solo tre anni fa, tentava di accordarsi con Gheddafi sulla realizzazione in territorio libico di centrali nucleari francesi: quella volta tagliando la strada ai tedeschi che avevano già avviate trattative per centrali solari nel deserto, e facendoli non poco arrabbiare. Anche Wikileaks, del resto, informò che il piano francese di attacco alla Libia era già pronto nel 2008, quando ancora non si aveva alcun sentore di una possibile nascita della libertà araba.

Gli interessi che i belligeranti trasportano sui loro bombardieri sono ben riassunti da Samir Amin, economista franco-egiziano di grande autorevolezza e competenza: gli USA hanno intenzione di trasferire in Libia l’AFRICOM, il comando militare per il controllo dell’Africa, che attualmente ha sede a Stoccarda; i francesi di mettere le mani sul petrolio e “più importanti ancora del petrolio, sulle enormi risorse d’acqua sotterranee della Libia”. Quelle acque in precedenza erano previste come fonte di approvvigionamento solidale di numerosi paesi del Sahel; “ora le ben note multinazionali francesi avranno con ogni probabilità l’accesso a quelle risorse e le useranno in modo molto più redditizio, forse per produrre agro-combustibili” (Samir Amin, Le fonti della guerra, Il Manifesto, 31 agosto 2011).

Se le cose stanno in questo modo, abbiamo poco da fantasticare che la prossima guerra sarà combattuta per l’acqua, perché questa “prossima” guerra sta per concludersi. E cosa ne dovremmo pensare noi italiani? come gabbati innanzitutto, dal momento che molti osservatori hanno parlato di guerra francese all’Italia per interposta Libia; ma anche e soprattutto come popolo referendario: avevamo votato già vent’anni fa contro il nucleare e ci siamo ripetuti quest’anno aggiungendo l’acqua pubblica, gestita con criteri di interesse pubblico e non sottoposti al mercato. Come non era opportuno appoggiarsi troppo al colonnello libico, così non dovevamo seguire senza condizioni l’impresa neocoloniale franco-britannica.

Nel dubbio, come sempre, siamo rimasti in mezzo al guado. La costante incertezza della nostra politica estera, che ci fa cambiare alleanza prima di un conflitto (’15-’18) o durante (’40-’45) non è figlia d’altro che dell’incapacità dei nostri governi di adottare una politica eticamente ed economicamente autonoma rispetto a quella di potenze più grandi. Eppure dal popolo italiano arrivano continuamente flussi di indicazioni, referendarie e non, che li porrebbero nella condizione di dispiegare una politica che ci rappresenti per quello che noi veramente siamo.

Se i nostri governi avessero creduto vent’anni fa al voto antinucleare, e se di quel voto avessero fatto la guida della nostra politica economica interna ed estera, a quest’ora non saremmo l’ultima delle nazioni che rovinano il mondo, ma la prima tra quelle che lo possono rigenerare. Saremmo noi i primi al posto dei tedeschi nelle rinnovabili, e ci porremmo mediatori credibili della non proliferazione nucleare sulla scena mondiale. Ora noi italiani abbiamo più che confermato la nostra originalità, la nostra biodiversità culturale, alla quale contribuisce anche l’altro impegno onorevole nel quale siamo il primo traino nel mondo: quello contro la pena di morte. Noi stessi ci dobbiamo rendere conto di quanto sia importante affermare una via italiana per una migliore convivenza dei popoli, come l’hanno indicata nel tempo Cesare Beccaria, Aurelio Peccei,  Altiero Spinelli, Alexander Langer e tanti altri.

Se oggi i nostri governi riusciranno a comprendere quanto sia economicamente e politicamente strategica la vittoria del sì alla ripubblicizzazione dell’acqua e alla dichiarazione di un suo statuto come  diritto dei popoli, avranno una guida formidabile al proprio calendario politico: su quel principio occorre fondare la nostra economia intera e la nostra iniziativa internazionale. Occorre internazionalizzare i contenuti che i referendum hanno consegnato all’Italia come linea guida della sua politica.

Quando sentiamo del successo degli ecologisti francesi, quasi totale in campo amministrativo locale, ci rallegriamo; ma nel contempo ci chiediamo quale sia il loro impegno attuale contro la monocultura nucleare che vige in Francia, e se faranno qualcosa di importante per rendere pubblica la loro acqua dopo quella di Parigi. Avendo chiaro questo obiettivo, troverebbero forse parole migliori di quelle dei loro alleati socialisti, che pure hanno appoggiato la guerra di Sarko: un loro forte no alla prima guerra imperialistica dell’acqua farebbe bene a tutti. Anche ai francesi.

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