La disoccupazione giovanile: intervista a Maurizio Andreolini CISL e Mohamed El Hasani CGIL

ottobre 08 10:04 2011 Stampa questo articolo

Di Alessia Girolimetti

Considerata la preoccupante situazione economica e la crescente disoccupazione giovanile abbiamo ritenuto interessante intervistare Maurizio Andreolini, Segretario della Cisl di Senigallia e Mohamed El Hasani, Segretario della Cgil di Senigallia.

Le interviste sono state fatte separatamente.

 

I problemi del precariato e della disoccupazione riguardano in misura diversa tutti. Perché i giovani laureati fanno così tanta fatica in Italia a trovare un’occupazione, anche non stabile, che si adegui alle loro aspirazioni? Siamo davvero in troppi a laurearci?

Maurizio Andreolini– Non c’è una sola causa responsabile di questo fenomeno. C’è da un lato un numero di studenti più alto e un’offerta maggiore di laureati e dall’altro le imprese stanno vivendo un periodo di crisi fortissima e quindi cercano di abbassare il costo del lavoro. Le imprese cercano di avere delle prestazioni lavorative ad un prezzo più basso possibile, quindi chi ha una formazione professionale di un certo livello fa più fatica ad entrare nel mondo del lavoro.

Mohamed El Hasani– Dipende da due fattori principali. Il primo risale a quando l’Italia ha deciso di investire meno sulla ricerca, l’innovazione dei prodotti, l’università e tutto quello che è formazione. Questo ha creato meno occasioni di lavoro per chi possiede un alto titolo di studio. L’altra causa principale è stata l’intervento sulle regole del mercato del lavoro attraverso l’introduzione di un principio sacrosanto dal punto di vista sindacale che è la flessibilità; in Italia però la flessibilità è stata resa sinonimo di precarietà. È giusto che ci sia una certa flessibilità nel mondo del lavoro perché oggi siamo in un’epoca in cui non c’è più la catena di montaggio. il problema in Italia è l’abuso diffuso da parte dei datori di lavoro che ne hanno distorto il significato. Secondo me un’ora di lavoro flessibile dovrebbe costare almeno il 40% in più rispetto a un’ora di lavoro non flessibile. Questo aumento di prezzo non risolverebbe il problema ma ne limiterebbe l’abuso.

In Italia i laureati sono molti meno che nel resto d’Europa e non superano il fabbisogno. Se i dati dicono che c’è carenza di medici, di ingegneri, di infermieri, ecc.. vuol dire che ci sono meno laureati rispetto a quelli che potenzialmente richiederebbe il mercato del lavoro, e che nemmeno quelli trovano lavoro perché sono stati tagliati i budget per le assunzioni.

Secondo un’indagine Istat a dicembre 2010 il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è salito al 29%. Quali sono secondo lei le politiche che un buon governo dovrebbe mettere in atto per far fronte ad un tasso tanto alto di disoccupazione giovanile?

Andreolini- Le nuove norme sull’apprendistato sono importanti e favoriscono l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Da un lato servono quindi politiche dello Stato che favoriscano l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro (una di queste è l’apprendistato professionalizzante, dove c’è un abbattimento dei costi del lavoro), dall’altro serve una politica delle imprese vera, che punti sui giovani e non continui a chiedere a chi va in pensione se può aspettare ancora qualche anno.

Più  tardi si esce dal mondo del lavoro e più tardi si da la possibilità ai giovani di entrarci; è un po’ un cane che si morde la coda. È chiaro che le politiche che puntano ad aumentare l’età lavorativa non favoriscono l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro.

El Hasani– Bisognerebbe lasciare agli enti locali la possibilità di innescare piccoli appalti che favoriscano una ripresa locale; questo consentirebbe di sbloccare tanti soldi che alcuni Comuni virtuosi come Senigallia non riescono a spendere perché così è stato deciso da Tremonti. Lo Stato poi deve fare un piano energetico nazionale che favorisca le fonti rinnovabili di energia, creando moltissime opportunità di lavoro. Il terzo filone è quello di cui parlavo prima: investimenti in università, ricerca, innovazione e qualità dei prodotti. Queste sono le tre cose che un buon governo dovrebbe fare per favorire l’occupazione in generale e quella dei giovani in particolare.

Vorrei chiedere ora quali sono le misure che il vostro sindacato ha attuato e attuerà. Quali accordi avete raggiunto e quali sono in cantiere a livello locale?

Andreolini– A livello locale si cerca di fare accordi applicativi delle leggi nazionali sull’apprendistato, che favoriscono l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro e danno la possibilità alle imprese di abbassare il costo del lavoro. È per questo che cerchiamo di coinvolgere le associazioni datoriali tra cui Confindustria, Confartigianato, Cna, affinché ci siano degli organi datoriali che recepiscano gli accordi nazionali. Uno degli accordi principali, che poi è stato recepito dalla normativa, è quello sull’apprendistato. Noi pensiamo che sia fondamentale il momento dell’inserimento nel mondo del lavoro, per cui tutte le politiche che possano agevolarne l’ingresso sono benvenute. Bisogna avere politiche che sostengono le imprese, senza penalizzare i giovani. La nuova normativa prevede che al termine dell’apprendistato ci sia la conferma dell’apprendista tramite un contratto determinato, e che una percentuale di  apprendisti siano riconfermati come lavoratori subordinati. Noi abbiamo purtroppo preso atto che ci sono imprese in cui gli apprendisti sono una percentuale fissa e costantemente presente, per cui succede che l’apprendista fa tutto il corso dell’apprendistato, poi non viene confermato e subentra un nuovo apprendista.

Le leggi comunque non potranno mai coprire tutto; deve scattare un senso di responsabilità, una mentalità, una nuova cultura che non preveda solo di sfruttare i giovani, ma di crescerli e premiarli con contratti a tempo determinato non appena finito l’apprendistato. La filosofia con la quale nascono certi contratti è positiva. Ecco perché chiediamo alle istituzioni attraverso gli ispettori del lavoro un controllo più stretto di questi strumenti, perché una mentalità la si cresce sia con il dialogo continuo che tramite un controllo severo, che sorvegli che ne venga fatto un uso conforme alla normativa.

El Hasani– A livello nazionale abbiamo fatto cinque scioperi generali negli ultimi due anni, come è consentito ai sindacati in un paese democratico. A livello locale non ci sono tavoli aperti di confronto e il Comune non ha materia di contrattazione sul lavoro. Però posso dire che in occasione del fondo di solidarietà è nata una diatriba e la Cgil non ha sottoscritto quell’accordo che tutti gli altri (Cisl, Uil, Confartigianato, Cga, Cna) hanno sottoscritto per consentire l’utilizzo del voucher. Abbiamo così ottenuto dal Sindaco che l’utilizzo del voucher fosse limitato solo all’esaurimento di quel fondo; non è dunque più consentito al Comune di assumere con voucher, perché questo era il rischio. Siamo contenti che il Sindaco abbia recepito la nostra tesi. Il voucher per legge non legato a ore, ma a una prestazione giornaliera; gli altri hanno ottenuto che valesse un’ora e mezzo di lavoro. Il punto non è la tariffa, ma se si possa consentire o meno a un Comune o a un ente locale di assumere con i voucher. La normativa oggi lo consente. A questo proposito la posizione di Cisl e Uil di Senigallia è in contrasto con quella degli stessi sindacati a livello provinciale. C’è stato un accordo a livello provinciale tra Uil, Cisl e Cgil che stabilisce che il voucher non può essere utilizzato dagli enti locali.

Perché in una situazione tanto lacerata i sindacati spesso non sono uniti e sembrano sempre più appoggiare le idee di precisi partiti politici?

Andreolini– L’unità è il problema attuale del mondo sindacale. Nell’immaginario collettivo si è formato un duopolio sindacale in cui ci sono due sindacati che appoggiano due parti politiche. Non è così. Noi abbiamo sempre ribadito la nostra autonomia politica e la necessità che il ruolo sindacale sia svincolato da quello politico. Al momento la difficoltà è quella di trovare dei momenti di unità assieme alle altre confederazioni. Il 28 giugno, con un accordo nazionale firmato da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria, sembrava che si prospettasse un punto di partenza per una nuova unità sindacale. Purtroppo questa manovra di agosto ha riportato la Cgil ad un arroccamento verso politiche conflittuali, senza coinvolgimento delle altre confederazioni. La Cisl aveva proposto, invece di uno sciopero generale il 6 settembre, una grande manifestazione nazionale il sabato mattina, che avrebbe avuto dal punto di vista dell’impatto sul governo sicuramente lo stesso effetto ma non avrebbe provocato una decurtazione delle retribuzioni del mese di settembre dei lavoratori che avessero partecipato allo sciopero. La Cgil non ha recepito questa proposta e ha voluto indire lo sciopero generale senza un nostro coinvolgimento. Speriamo che questo sia stato l’ultimo sciopero generale fatto in solitaria, speriamo in momenti di confederalità più alti.

Se a livello nazionale ci sono delle divisioni, garantisco che a livello locale c’è un’unità di intenti completa e una totale condivisione degli obiettivi.

El Hasani– Io penso che l’unità sia un valore in sé, ma l’unità si misura sui contenuti. Sono consapevole che essendo tre entità diverse non ci può essere un’unità di veduta completa, altrimenti saremmo stati un sindacato unico. Secondo noi Cisl e Uil sono andati molto oltre i limiti che un lavoratore dipendente possa sopportare. Parlo delle novità del collegato al lavoro per esempio: al  lavoratore che subisce un torto di fatto gli è stato tolto il diritto di rivolgersi alla magistratura o al pretore del lavoro. Come si fa a costruire un’unità sindacale anche su questi punti?

Come si dovrebbe comportare un giovane alla ricerca di occupazione di fronte ad offerte di lavoro in nero, contratti a progetto ripetuti, contratti a chiamata, voucher ….?

Andreolini– Non deve arrendersi e la fiducia non deve venire meno nonostante i momenti bassi. Deve cercare di evitare in maniera collettiva che ci sia l’accettazione di questi contratti. Si deve rivendicare il lavoro subordinato e non contratti diversi da questo. Poi magari in certe occasioni può essere utile un contratto a progetto perché veramente si fa un lavoro a progetto. Deve cercare di rimanere nella legalità e rifiutare i compromessi. È difficile perché deve essere un’azione collettiva e deve scattare anche da parte dei lavoratori una cultura della legalità. Ci si deve muovere, spostare in altre parti d’Italia o anche fuori se necessario, svincolandosi dalla vecchia mentalità. Qui a Senigallia poi non c’è un grande dinamismo del lavoro perché è una città turistica e il turismo è di per sé precario.

El Hasani– I giovani devono prendersi cura dei loro interessi e bisogna che si informino, pressino la politica, il sindacato, prendano posizione, partecipino al dibattito che in Italia è aperto come in tanti altri paesi e non devono delegare agli altri ciò che loro dovrebbero fare di persona. Devono prendere coscienza, consapevolezza, e fare. Non è possibile ancora delegare a qualcuno e aspettare che il governo possa dare un lavoro stabile. Penso che l’Italia sia arrivata a questo punto anche perché le generazioni, forse a partire dalla mia, hanno delegato molto, protestando senza essere coinvolti nel processo di costruzione. Basta vedere quanti giovani ci sono in parlamento: questo è un indice di rinnovamento.

Cosa pensa dei voucher in particolare?

Andreolini– I voucher sono uno strumento nuovo che nell’ultimo periodo è stato usato in modo anche non conforme. Può essere un’opportunità in alcune realtà, per studenti lavoratori per esempio e in generale in alcune realtà dove si richiede una prestazione lavorativa molto limitata. Non può essere una forma di pagamento strutturale di una prestazione lavorativa ordinaria.

Ha diversi difetti. Il voucher che costa 10 euro non è legato a una prestazione lavorativa temporale, dal punto di vista contributivo poi, viene erogato un contributo all’Inps onnicomprensivo troppo limitato, di 2,50 euro. Ecco perché deve essere funzionale solo a lavori sporadici e occasionali.

Deprechiamo l’abuso. Sappiamo che ci sono aziende che hanno individuato nel voucher una soluzione ai loro problemi.

Abbiamo poi voluto limitare l’utilizzo dei voucher all’interno di uno strumento come il fondo di solidarietà che serviva come boccata di ossigeno per chi aveva perso il lavoro e non aveva ammortizzatori sociali. Noi con un accordo abbiamo studiato uno strumento che condividesse l’utilizzo dei voucher con dei paletti, in termini di valore orario (un’ora e mezzo) e di termine massimo temporale (6 mesi).

El Hasani– Il voucher è la legalizzazione del lavoro in nero. La prima cosa che mi hanno insegnato nel mondo del lavoro venendo in Italia è la differenza tra lavoro in nero e lavoro in bianco. Il lavoro in bianco significa che si ha uno stipendio contrattuale, si hanno le ferie, quando si è in malattia l’Inps la paga, si hanno i contributi pagati per un’eventuale pensione di domani, se si subisce un infortunio c’è l’Inail, si hanno la maternità, gli assegni familiari, le detrazioni fiscali, c’è un orario di lavoro giornaliero, settimanale, mensile. Se tutto questo non c’è allora si parla di lavoro in nero. Con il voucher tutto ciò non c’è e io lo chiamo lavoro in nero, legalizzato perché lo Stato dice che si può utilizzare.

La condizione di precario e ancora di più quella di disoccupato rende depressa la persona che la vive. Un’indagine Eures del 2009 attesta che quasi un disoccupato al giorno si suicida in Italia. La componente emotiva del problema è spesso sottovalutata. Il lavoro riveste quindi, inutile dirlo, un ruolo essenziale per sentirsi parte di una società. Possiamo ricordare quale dovrebbe essere il ruolo di un sindacato?

Andreolini– Il ruolo del sindacato è ovviamente quello di difendere il lavoro. Se la nostra Repubblica è fondata sul lavoro il sindacato deve difenderlo, sia in termini di quantità, sia di dignità. Non deve essere una sorta di schiavismo, in cui ci sono equilibri sbilanciati a favore del lavoro, ma ci deve essere una quantità di lavoro effettivamente necessario per tutti i lavoratori. È questo il problema italiano. Senza crescita non c’è possibilità di dare lavoro a tutti e non c’è possibilità di dare una vita dignitosa, perché la realizzazione della persona passa attraverso il lavoro.

Se non c’è lavoro si rischia di perdere dignità e senso di appartenenza alla comunità. La nostra missione è di dare via libera a tutte le politiche che possono accrescere la quantità di lavoro offrendo una copertura normativa che dia dignità al lavoro stesso.

El Hasani– Il lavoro è dignità, non è solo un aspetto sociale e uno scambio tra lavoro fisico o intellettuale e un salario; è dare una dignità e un senso alla vita della persona che lo presta.

Se non si lavora si è umiliati perché non si riescono ad affrontare le problematiche della vita e dall’altra parte si è soggetti deboli perché si deve chiedere aiuto ad altre persone per far fronte ad esigenze primarie. Il ruolo del sindacato è quello di dare dignità al lavoro, non alla prestazione lavorativa. Dentro la parola lavoro è insita la dignità della persona umana. Lavoro significa prestazione lavorativa adeguata, salario adeguato, diritti e doveri. Il sindacato ha il compito di valorizzare tutto ciò rendendo i contratti nazionali aderenti ad una determinata categoria e settore produttivo, garantendo uguaglianza a parità di lavoro, parità di salario in tutta la penisola, assicurando che a parità di crescita di formazione consegue una crescita professionale. Le pari opportunità dovrebbero essere di tutti, non di pochi; questo è il ruolo del contratto nazionale. A livello decentrato ci vuole una redistribuzione della produttività che si genera all’interno di un’azienda per tutti quelli che hanno partecipato ad avere questo aumento di produttività. La differenza tra noi e la Cisl è che noi rivendichiamo la centralità del contratto nazionale del lavoro, loro dicono che il contratto aziendale (questo sta nell’ultima finanziaria, nell’art. 8) può andare in deroga alle leggi e ai contratti nazionali. L’abbiamo visto e vissuto in Italia col contratto agricolo. Nel ‘95 si è sperimentata una forma che desse ai contratti decentrati agricoli una forza molto maggiore dei contratti nazionali, che diventavano così solo una cornice. Io questo contratto l’ho gestito per 9 anni, perché prima di venire qui ero Segretario regionale dell’agroalimentare. La contrattazione ha visto dal ‘95 in avanti un divario salariale tra i lavoratori agricoli di ogni Provincia, a parità di mansione e a parità di contenuto professionale, che è arrivato a toccare anche il 12%. Si sono allora introdotte le gabbie salariali e quelle che io chiamo “gabbie dei diritti”. Se si è un lavoratore agricolo nella Provincia di Ancona si hanno diritti diversi rispetto al lavoratore agricolo che sta magari nella Provincia di Ascoli Piceno (se si è giovani là si possono avere più diritti, se si è precari là si potrebbe non esserlo qua). I diritti sono diversi a seconda del luogo di residenza dell’azienda. È questo il modello che adesso nell’art. 8 della finanziaria si vorrebbe addirittura accentuare, perché mentre il contratto agricolo dice che la contrattazione di secondo livello è provinciale (quindi almeno all’interno della stessa provincia ci sono gli stessi diritti), lì diventa aziendale. Io sono convinto che se viene introdotto questo elemento il lavoratore si perde, perché possono nascere sindacati di comodo che firmano qualsiasi cosa.

A suo giudizio la manovra economica in corso di approvazione contiene misure orientate a promuovere lo sviluppo e con esso la crescita dei livelli occupazionali? Se così non è, quali misure avrebbero potuto essere adottate per promuovere l’occupazione?

Andreolini Purtroppo no, tant’è che sia dal fronte sindacale che da quello imprenditoriale sono pervenute richieste di ulteriori interventi. Napolitano ha invitato il governo ad affrontare le tematiche dello sviluppo e proprio ieri Tremonti ha annunciato un “tagliando” alla manovra stessa.

A nostro parere servirebbe una vera nuova politica industriale, con incentivi alle imprese sostenibili e green che investono e creano occupazione. Bisognerebbe investire inoltre sulla ricerca e sulla cultura, vero e proprio nostro oro nero. Serve una riforma del diritto societario e una riforma della giustizia che dia la certezza del diritto. Servono certamente risorse che possono essere recuperate da una seria lotta all’evasione e dall’istituzione di una patrimoniale da applicare ai medi e grandi capitali.

Bisogna ritornare ad un equilibrio tra Finanza, Capitale e Lavoro, possibile solo con una fiscalità equilibrata.

El Hasani– In questa fase così complicata e difficile della vita del paese il volàno della crescita, che questa finanziaria non contiene minimamente, consiste anzitutto nello sblocco del patto di stabilità per i Comuni virtuosi. Il secondo elemento che darebbe il via ad una crescita occupazionale è l’avvio di opere pubbliche compatibili con l’ambiente e quindi l’investimento sulle fonti di energia rinnovabili; il terzo è destinare delle risorse alla formazione, alla ricerca, all’innovazione e creare opportunità di lavoro all’interno del mondo della ricerca scientifica. Tutto questo sarebbe necessario nell’immediato per avere una boccata d’ossigeno.

Poi a lungo termine – e anche questo nella finanziaria non c’è – è indispensabile iniziare ad attuare politiche attive industriali. In questi ultimi anni il governo è stato del tutto assente nell’introduzione di elementi di politica industriale; basti pensare che siamo stati 5 o 6 mesi senza Ministro delle Politiche Industriali quando non c’era Scajola. Bisogna avere la capacità di ridisegnare le strategie delle politiche industriali a lungo termine.

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Alessia Girolimetti
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