L’Api dopo l’Api

luglio 11 12:12 2011 Stampa questo articolo

Intervista a Marcello Mariani ambientalista e assessore provinciale

di Leonardo Badioli

A colloquio con Marcello Mariani qualche giorno prima dell’accordo maturato tra Regione e Azienda, emergono molti aspetti che non vi sono compresi e che sarebbe invece molto importante che vi rientrassero.

 

Qui Mariani parla più come conoscitore diretto che non come amministratore, anche sulla scorta di un passato che lo ha visto lavorare sulle navi, incluse le petroliere che andavano a scaricare all’isola dell’API a 16 chilometri dove dovrebbe operare la nave rigassificatrice. Non trascura però di delineare il procedere del confronto fino al punto in cui esso si materializza in un accordo tra le parti pubblica e privata. Le retoriche, la corruzione delle parole, l’obliterazione di alcuni argomenti e l’enfasi su altri, l’assenza di conoscenze specifiche da parte dei contraenti sugli impatti dell’API rigenerata con la partecipazione pubblica condizionano pesantemente il futuro economico e ambientale e gli stessi modi di vita della costa adriatica per un ampio tratto. 

 

Per esempio, fino a qualche settimana fa si sentiva pronunciare da più parti la parola “riconversione”. Che voleva dire? Che l’API non avrebbe più lavorato petroli? E che fine ha fatto la prospettiva di una riconversione dell’API ad altra attività?

Non era solo un parlare: c’era stato nel 2003 un accordo tra API e Regione che prevedeva una riconversione industriale di quel sito, e una trasformazione della mission industriale dell’API, cosa che poi non è avvenuta. Quanto l’API credesse a una sua riconversione lo si ricavava dalle parole dell’amministratore delegato Cogliati, il quale, intervistato, non prendeva neanche in considerazione la possibilità di dismissione della raffinazione: “Noi vogliamo fare la produzione di energia elettrica e anche la raffinazione”.  Dunque centrali elettriche alimentate dal rigassificatore e ancora lavorazione del greggio. Un incremento di attività, non una riconversione.

Però l’API dichiarava perdite. Era in difficoltà.

Così almeno dicevano: di perdere 4 euro al barile sulla raffinazione da tre anni a questa parte, il che significherebbe qualcosa come 20 milioni circa di euro all’anno. Ora io non ho mai visto i bilanci dell’API, quindi non posso parlare con diretta cognizione di causa; non credo però che nessuno impieghi manodopera per pura filantropia: se avessero avuto oggettivamente queste perdite, sicuramente avrebbe preso altre decisioni. Può darsi tuttavia che intendevano dire:  “se invece di fare la raffinazione in Italia noi avessimo importato prodotti già raffinati avremmo guadagnato 4 euro in più al barile”.  Detto in questo modo si capisce meglio. Anche perché i costi della raffinazione in Italia sono sicuramente più alti di quelli del sud del mondo; ma si riversano sui consumatori nel prezzo alla pompa. Difficile quindi parlare di “perdite”. Su tutto questo, dal punto di vista del profitto nulla da dire; ma c’è un elemento che si chiama “rischio d’impresa” che comunque sia è a carico di chi fa impresa e non è possibile che l’impresa privatizzi i guadagni e socializzi le perdite.  Se il ragionamento fosse questo – e io temo che sia qualcosa di molto simile – risulterebbe del tutto inaccettabile. Ci possono essere filiere industriali che producono maggiori guadagni, certo, specie per una piccola raffineria come quella di Falconara.  Non vorremmo però che, alla fine, il principio comunitario del “chi inquina paga” dovesse trovare qui la declinazione particolare del ”chi paga può inquinare”: sarebbe la sconfitta della governance di una intera regione.

Il volume dei traffici può confermarlo?

Può confermarlo, sì. Falconara nel 2010 ha toccato 4 milioni e mezzo di metri cubi di prodotti arrivati via mare, raffinati o da raffinare: qualcosa in meno del 2009 e del 2008 ma praticamente in linea col 2007. Non vediamo quindi grossi trend di cambiamento, né di decremento a lungo termine. Del resto, se guardiamo al periodo della massima crisi del sistema paese vediamo decrementi, ma li vedremmo anche nel consumo di energia elettrica e in tutto ciò che è legato all’industria e alla produzione di energia; quindi assolutamente nel trend nazionale. Viene sempre portato l’argomento della chiusura della raffineria di Cremona, ma quella è una situazione oggettivamente diversa. In ogni caso gli analisti ritengono che le raffinerie in Italia lavorano con margini assai minori degli anni passati  e che comunque ci dovrà essere una ristrutturazione del sistema delle raffinerie.

E si poteva fare questo nel quadro delle scelte strategiche del PEAR, il Piano Energetico Ambientale approvato per prima in Italia dalla Regione Marche?

La Regione consentiva a una possibilità: di trasformare il polo della raffinazione in polo di produzione di energia all’interno dei paletti del PEAR. Il PEAR prevede centrali di 100-120 megawatt, non sicuramente i 520 + 60 proposti da API, che sono fuori dal PEAR e anche dalle necessità regionali e sarebbero un’eccedenza. Se l’API fosse stata disponibile a trasformare il proprio core-business passando dalla raffinazione alla produzione di energia (ossia a una riconversione)  all’interno dei paletti del PEAR e delle necessità regionali, previste per un decremento di emissioni globali rispetto quelle odierne, il ragionamento  poteva stare anche in piedi. Ma mi pare che API l’abbia stroncato sul nascere e che la Regione le sia andata dietro.

Questa liberalizzazione senza regole, estrema, che viene perseguita dal governo centrale potrebbe rendere vano ogni possibile dibattito?

Speravamo che fosse solo quello: ci saremmo battuti contro il governo centrale a difesa delle scelte regionali e del diritto dei territori di partecipare al loro futuro. Perché in effetti l’elemento negativo maggiore è la mancanza di un piano energetico nazionale che dia indirizzi generali di politica energetica e indichi che tipo di energia, in che quantità, ottenuta dove e in quale modo. Per esempio sulla rigassificazione non è dato sapere quanti rigassificatori sono previsti in Italia, quanti ne verranno installati in Adriatico e a servizio di cosa. Tenendo bene a mente che l’Autorità per l’Energia ha già detto che l’Italia è troppo dipendente dal gas, credo che non sia strategico puntare sui rigassificatori; dopodiché effettivamente c’è stata una valutazione tecnica molto differenziata da parte della Regione tra i due rigassificatori  proposti. Una valutazione non poco arrischiata sotto certi aspetti, perché poi tutti gli elementi, anche di tipo concorrenziale, devono essere tenuti presenti rispetto ai soggetti proponenti.

Quindi, se intendo bene, vuoi dire che un intervento diretto della Regione a favore dell’uno o dell’altro potrebbe configurarsi come non rispettoso delle norme sulla concorrenza?

Pare di capire che le “perdite” della raffinazione verrebbero compensate dai guadagni provenienti dall’attività del rigassificatore: un intervento diretto della parte pubblica nel favorirlo assume facilmente il senso di un aiuto pubblico che non troverebbe spazio nel quadro delle regole comunitarie che riguardano gli aiuti alle aziende in crisi.

L’occupazione è un buon argomento?

Diciamo che dal punto di vista occupazionale quello che la raffineria fa oggi come occupati e come indotto è qualcosa di non assolutamente recuperabile in termini di impianti per la produzione di energia, siano essi centrali che rigassificatori, che abbisognano di pochissime unità di operatori…

E in termini più generali?

Io dico una cosa molto semplice: che vanno compiute scelte sulla produzione di energia guardando all’occupazione, cioè a dire: se si sceglie il tutto-gas per l’energia vuol dire che non si scelgono la green economy e le rinnovabili. L’occupazione però è dentro la green economy, non dentro il tutto-gas.  Energy Resources, tanto per citare una realtà locale che si occupa di rinnovabili, ha fatto 300 nuovi occupati in due anni, numericamente equivalenti a quelli che “garantirebbe” l’API, ma solo per dieci anni, con un lento strangolamento dei numeri occupazionali, e poi arrivederci; ed è un esempio, perché come quella ce ne sono tante, sia pure su diverse scale.

Anche la green economy avrebbe un suo indotto, forse anche maggiore rispetto a quello dell’API

Assolutamente sì,  tenendo conto che a livello regionale si stanno muovendo diverse iniziative industriali relative a quel settore. Io invito tutti ad andare a vedere la Brandoni Fotovoltaici, altra realtà locale, con operatori dell’età media inferiore a trent’anni, si parla solo inglese perché sono giovani laureati che vengono fuori da tutta Europa: lì si fa occupazione guardando avanti e non indietro. Però le scelte vanno fatte: non si può tenere il piede su entrambe le staffe, quella della produzione da fonte fossile e quella da fonte rinnovabile, perché la necessità energetica non è illimitata: una volta soddisfatta con l’una o con l’altra, o con una scelta che preveda un mix dell’una e dell’altra, il cerchio è chiuso. Noi andiamo verso scelte che abbisognano di minore quantità di energia, non di maggiore. Quindi le produzioni energetiche vanno scelte.

L’energia da rinnovabili viene considerata nella nostra regione piuttosto come un supporto integrativo che non una fonte primaria.

Questo è un altro dei postulati che vanno in qualche modo cassati. L’API dice: se noi produciamo molta energia qui sul posto all’imprenditoria quell’energia costerà meno. Questo non è assolutamente vero: l’imprenditoria paga l’energia a un prezzo commerciale che viene trattato tra le reti di distribuzione, più che di produzione di energia, e non sono a conoscenza di vantaggi che abbia dato al sistema produttivo locale l’attuale centrale IGCC che funziona ormai da più di dieci anni.  Cosa diversa invece è per le smart greed, le piccole reti di produzione di energia da fonti rinnovabili. Faccio un esempio: se si fa una centrale a biomasse e l’energia viene venduta a filiera corta, alle imprese che stanno d’intorno certo costa meno. L’altra questione che l’API avanza – e purtroppo ho visto che anche l’assessore Donati l’ha ripresa – è quella della possibilità del teleriscaldamento: altra bufala, perché da undici anni API sta disperdendo energia in mare, tra IGCC e raffineria, oltre 500 milioni di metri cubi di acqua calda all’anno (con dentro più di 50 tonnellate di biocidi) e se il teleriscaldamento si voleva fare, sarebbe stato fatto già da molto tempo. Nota bene: tradotti in tonnellate equivalenti di petrolio (TEP), danno 1.320.000 barili di petrolio “energeticamente” buttati a mare ogni anno, 100 milioni di euro all’anno per 11 anni, calcolati per difetto.

E rispetto all’ambiente?

Il progetto complessivo è costoso per il trasporto e anche per la localizzazione dell’API, incastrata in un coacervo di infrastrutture che se non hanno permesso in dieci anni di fare il teleriscaldamento non lo permetteranno neanche in futuro. Anzi, da questo versante, se l’API farà le due nuove centrali da 580 megawatt i 500 milioni passerebbero ad un miliardo di metricubi di acqua calda sversata a mare – che non è semplice acqua calda, ma è acqua trattata con biocìdi. Se poi parliamo di rigassificatore, oltre all’accumulo di biocidi  avremo anche uno shock termico, trovandoci l’API a sversare acqua calda da raffreddamento accanto ad acqua fredda da riscaldamento. L’ISPRA per il rigassificatore di Trieste mette in guardia in maniera molto preoccupata sia sui biocidi che sugli shock termici. Credo che lo stesso sia assolutamente improponibile a Falconara: nessuno studio e nessuna valutazione sono venuti da parte del soggetto proponente né sul cumulo dei biocidi (non viene preso in considerazione) né sugli shock termici.

C’è poi la questione dei rischi a mare, ma di questa ho già detto, e mi pare che non ci sia peggior sordo di chi non vuol sentire.

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