Fai la spesa giusta

luglio 12 19:06 2011 Stampa questo articolo

Intervista a Lucio Cimarelli pioniere della cooperazione sociale


di Roberto Primavera

G.A.S. è un acronimo che sta per Gruppi di Acquisto Solidale e rappresentano una delle ultime frontiere del consumo critico. A Senigallia (e dintorni) ne esistono cinque e altri sono in gestazione. Come funzionano, che obiettivi si propongono, quali i possibili scenari del futuro?

Ne discutiamo con Lucio Cimarelli, “gasista” e promotore di iniziative non-profit orientate alla sostenibilità ambientale e sociale.

Partiamo da una domanda facile: cosa significa l’acronimo G.A.S.?

G.A.S. sta per Gruppo di Acquisto Solidale. Il Parlamento italiano, con la Legge Finanziaria 2008 (Legge n. 244 del 24 dicembre 2007) ha preso atto dell’esistenza dei Gruppi di Acquisto Solidali, riconoscendoli come «soggetti associativi senza scopo di lucro costituiti al fine di svolgere attività di acquisto collettivo di beni e distribuzione dei medesimi, senza applicazione di alcun ricarico, esclusivamente agli aderenti, con finalità etiche, di solidarietà sociale e di sostenibilità ambientale, in diretta attuazione degli scopi istituzionali e con esclusione di attività di somministrazione e di vendita». In sostanza si tratta di gruppi di persone e famiglie che si incontrano periodicamente per fare la spesa in modo alternativo, per acquistare prodotti genuini, a buon prezzo, ma senza instaurare con il venditore un rapporto competitivo basato su interessi contrapposti, come avviene nell’economia for-profit.

Puoi spiegare meglio questo concetto? I “gasisti” non cercano di ottenere dei prezzi convenienti?

Certo che sì, ma l’obiettivo del risparmio viene conseguito attraverso la strategia della filiera corta, andando ad acquistare direttamente dai produttori, senza dimenticare la giusta remunerazione delle persone che lavorano alla realizzazione dei prodotti/servizi. Acquistare a chilometro zero significa sostenere l’economia e i produttori locali, contribuendo a far lavorare i residenti e a creare redditi che rimangono là dove vengono prodotti, evitando di disperdere risorse a favore degli intermediari di filiera.

Questo approccio non rischia di produrre nei G.A.S. una mentalità chiusa?

Assolutamente no! Uno slogan diffuso tra i “gasisti” è: pensare globalmente e agire localmente. È una richiesta di sostenibilità e sobrietà negli stili di vita: attraverso il consumo si pratica una critica al consumismo. Mancando di argomentazioni di replica, quello consumista rappresenta un modello superato, seppur ancora maggioritario. Lo shopping è il nuovo oppio dei popoli: l’idea socialmente condivisa è che chi consuma è in, chi non consuma è out. Chi non consuma o è un “tirchio”, o non sa godersi la vita. Gli acquisti individuali non rispondono più alla soddisfazione di bisogni concreti, ma di status: nella società dell’apparire, il modello di  consumo praticato è portatore di identità: la quantità e qualità degli acquisti (abbigliamento, arredo, auto, moto, barche, case, viaggi…) diventa il biglietto da visita, il criterio di inclusione/esclusione ad una posizione sociale altrimenti preclusa. Al modello consumista, il “gasista” oppone l’etica della sobrietà, ovvero la necessità di ridurre i consumi superflui, imparando a soddisfare in modo sostenibile i bisogni essenziali, sia a livello individuale, sia a livello collettivo. Non si tratta di una opzione ideologica o pauperista, ma di una scelta realista, almeno per due ordini di motivi:

• non si può immaginare una crescita illimitata in un Pianeta in cui le risorse sono limitate;

• non si può ragionevolmente pensare che possa durare a lungo lo squilibrio planetario dove il 16% della popolazione mondiale (composta prevalentemente da vecchi) consuma l’84% delle risorse, lasciando al restante 84% di popolazione (giovane) le proprie briciole.

E non ci vuol molto ad intuire come, nel medio periodo, finirà la partita tra i tanti, giovani e arrabbiati contro i pochi, vecchi e opulenti! Come vedi non c’è traccia di orizzonti asfittici, al contrario ogni azione individuale, anche la più comune come fare la spesa, assume un respiro universale.

Caliamoci nel pratico: come funziona un G.A.S., quali obiettivi ha e di quali prodotti si occupa?

I  G.A.S. sono strutture autonome, libere di scegliersi la propria organizzazione. Non esiste un modello, un’ortodossia, che sia in grado di definire in modo univoco il funzionamento dei GAS. Nel mio gruppo, ad esempio, ci si vede mensilmente e nella prima parte dell’incontro si da spazio alla distribuzione dei prodotti precedentemente ordinati, mentre nella seconda si riflette sulle tematiche del consumo critico.

Chiunque può aderire ad un G.A.S., le persone che lo compongono sono molto eterogenee tra loro per età (solitamente si va dai 25-30 anni in su) ed estrazione sociale, accomunate dalla voglia di ristabilire un rapporto significativo fra produttori ed acquirenti, ma anche di recuperare una cultura, dei saperi e dei sapori tradizionali che rischiano di andar perduti schiacciati dalla cultura del hot-dog. Rispetto ai prodotti vengono trattati principalmente alimentari, ma non solo, anche saponi, detersivi, prodotti per il corpo, abbigliamento, scarpe, energia… non esiste un limite: il denominatore comune è la sostenibilità. Vengono preferiti i prodotti biologici, di stagione, a chilometro zero, per ridurre l’inquinamento prodotto dall’uso dei pesticidi, dal trasporto e dagli imballaggi: un chilo di pomodori mangiati in inverno, proveniente dall’Argentina, si porta dietro circa 25 chilogrammi di CO2. Oppure pensiamo a quanti rifiuti immettiamo nell’ambiente comprando frutta e verdura confezionati: polistirolo, vaschette, plastica… Il sogno di ogni “gasista” è non mettere più piede nel supermercato, perché la grande distribuzione rappresenta un modello intrinsecamente poco sostenibile. Per averne un’idea è sufficiente pensare ai rifiuti di Napoli: tutti si sono posti il problema di come smaltirli (discariche, termovalorizzatori, nei casi più illuminati raccolta differenziata), ma nessuno che abbia posto il problema di produrre meno rifiuti, magari adottando un modello distributivo che ne produca meno: gli imballaggi costituiscono circa il 50% del volume dei rifiuti prodotti e rappresentano un costo economico e ambientale che la grande distribuzione scarica sulla collettività. I G.A.S., comprando sfuso, locale, alla spina, contribuiscono a risolvere il problema.

Quello dei G.A.S. viene spesso definito come un fenomeno sociale che nasce dal basso. Cosa significa concretamente?

Significa che non è stato progettato a tavolino o istituito per Legge (che come abbiamo visto ha preso atto dell’esistenza del fenomeno), ma è nato spontaneamente dalla società civile. Dal punto di vista sociologico il fenomeno dei G.A.S. rappresenta il sintomo di una riorganizzazione complessiva della società civile, che manifesta segni di una sensibilità postmoderna che ha sostituito le grandi ideologie otto-novecentesche con nuove forme di cambiamento provenienti dalla società civile. Il discorso sarebbe lungo e complesso, ma provo a sintetizzarlo in poche battute: nel ‘Novecento si riteneva che la liberazione dell’uomo dipendesse esclusivamente dal cambiamento politico delle strutture collettive e che la militanza politica fosse l’unica forma di partecipazione capace di produrre cambiamento secondo una dinamica top-down, mentre negli ultimi decenni il nuovo soggetto di cambiamento sta diventando sempre più la società civile, come dimostrano peraltro anche i referendum del 12 e 13 giugno scorsi: un movimento senza leader, senza portavoce, spesso trasversale agli orientamenti politici, che ha saputo scrivere una pagina importante per l’Italia. La società civile, dunque, come soggetto di cambiamento dal basso, secondo dinamiche bottom-up, come dicono gli anglosassoni.

Fare la spesa diventa un atto politico, una scelta che non dice solo quale visione del mondo abbiamo, ma attraverso l’atto stesso inizia a costruirlo. Becchetti, ad esempio, ha teorizzato il “voto con il portafoglio” sostenendo che oggi l’economia ha un potere di cambiamento superiore rispetto alla politica:

• se il 20% dei cittadini vota una coalizione, vince comunque la coalizione opposta;

• se il 20% dei cittadini votando con il portafoglio, sostengono l’economia solidale, sono in grado di condizionare i mercati ad una produzione rispettosa dell’ambiente, dei cittadini, dei lavoratori, dell’etica.

Insomma, modificando i nostri modelli di consumo anche i modelli produttivi cambiano e il mondo si trasforma!

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