Elaborazioni urbane e restituzioni mancate

Elaborazioni urbane  e restituzioni mancate
ottobre 04 22:35 2011 Stampa questo articolo

Memoria e amarcord


di Americo Alessandrini

 

Parto da un’osservazione banale: la città è lo spazio dei cittadini quindi della politica. Il sistema dei luoghi della socialità, dell’economia e del lavoro, il tutto irrimediabilmente mescolato in un difficile compromesso tra diverse opportunità e necessità. Questi aspetti complessi mettono alla prova la capacità progettuale e politica degli amministratori: conoscere l’esistente, tutelarlo, valorizzarlo, connetterlo al nuovo, limitare i disagi, appianare gli ostacoli, per favorire attività e sviluppo. In questo senso l’azione di governo non può far altro che trattare la città come un sistema di spazi. Le conseguenze di queste decisioni e degli atti amministrativi conseguenti finiscono sotto gli occhi, e i piedi, di tutti.


Un insieme di provvedimenti tecnici che occupano quasi interamente l’attività amministrativa e che rischiano di far perdere il senso vero delle cose: lo spazio fisico della città è segnato dalla storia di tutti quelli che ci hanno preceduto, e dalle speranze e le aspirazioni nostre e di quelli che ci seguiranno. In questo senso la città è anche storia, cultura e soprattutto vita quotidiana. Banale diranno i miei dieci o nove lettori: la città non è fatta solo di asfalto e mattoni ma anche di vite vissute.
Nelle delibere delle autorità dovrebbero comparire livelli più alti di progettualità, dove la politica possa compiere lo sforzo di conoscere il presente e immaginare, progettare, realizzare il futuro; dove la politica provi a entrare nel sogno di inventare la vita associata con tutte le difficoltà e le differenze che questo può comportare, almeno secondo un modello di azione politica democratica e non solo dirigistica. Ecco allora le delibere consiliari o i piani “Cervellati” che in questo caso può sembrare un appropriato aggettivo, sinonimo di qualcosa di molto meditato, ma anche qualcosa di astratto, fino al punto da rischiare di non avere contatto con le realtà dei cittadini e dei fatti. Per evitare questo chi amministra, oggi molto più di ieri, dovrebbe prendersi la briga di collegare la città di asfalto e appalto con la città della vita quotidiana, fatta di sogni e di ricordi, promuovendo a monte progetti politici ed etici che servano da base per la costruzione dei progetti tecnici. Un lavoro complesso che, come direbbe un politico disposto a sognare, metta insieme l’opportunità di condizionare le scelte con la disponibilità a farsi condizionare dalle esigenze della pluralità dei cittadini.

Queste considerazioni mi sono venute in mente dopo aver visitato quest’estate, alla Rocca Intruders – Urban Explorers, un’interessante mostra fotografica, e ben si adattano ad uno spazio urbano di Senigallia che la stampa non ha esitato a definire come uno “spazio riconsegnato alla città”: i giardini Catalani.

Dato per acquisito l’intento di riqualificare l’area e “restituirla” ai cittadini il risultato mi lascia a dir poco perplesso: “restituire” significa dare di nuovo qualcosa che in qualche modo era stato sottratto e francamente non mi ero accorto che i giardini fossero stati portati via, checché ne dicessero i maestri di pensiero della destra cittadina, sempre pronti a polemizzare  su certe categorie di cittadini piuttosto che su altre. Secondo alcuni di loro, infatti, i giardini, un tempo frequentati da gruppi di giovani senigalliesi, che loro sbrigativamente qualificano come “drogati”, oggi erano per lo più utilizzati (occupati avranno detto) da badanti e immigrati, e da una giostra, perciò sembrava loro come se i giardini fossero stati scippati ai cittadini, quelli “veri”, che aspettiamo ora di vedere passeggiare nella spianata d’erba che i giardini sono diventati.

Già, perché di questo si tratta: la riqualificazione di quei 4300 metri quadri, volta a evidenziare le mura storiche, costituita da una pista ciclo-pedonale fatta di basoli di arenaria che circonda l’area, corredata da due fontane di ghisa, è consistita nella riqualificazione, peraltro necessaria, del verde e in particolare dei vetusti pini marittimi. Questo intervento ha comportato sostanzialmente l’eliminazione completa delle strutture all’interno dei giardini, e quindi l’impossibilità che le persone possano avere un motivo o una qualche utilità ad andarvi. Sono stati eliminati la vecchia e, in verità, brutta fontana al centro del giardino, i cordoli di cemento delle aiuole ma soprattutto anche le numerose panchine, i pali dell’illuminazione e la fontanella.

Un luogo come un giardino urbano è un luogo verde dove le persone si possono riunire e conversare trovando una sorta di rifugio, all’ombra degli alberi, col conforto dell’acqua potabile, allo scopo di ottenere un lieve isolamento rispetto al traffico urbano, isolamento che consentirebbe di chiacchierare, riposarsi, leggere, svagarsi.  Ora i nuovi giardini Catalani sono una spianata di prato sotto agli alberi, totalmente inutilizzabile, se non per attraversarla passeggiando o per stendersi a terra per battezzare i pantaloni puliti. Panchine in verità ve ne sono alcune, ma tutte ai margini dell’area verde e rivolte verso la trafficatissima via Leopardi, e stimo che in confronto al numero di persone che in precedenza si riunivano quotidianamente sulle panchine dei giardini, siano ampiamente sottostimate e di certo posizionate male così in faccia alla strada sul bordo interno del marciapiede.

La mia impressione è quindi che invece di essere stato “restituito” alla città lo spazio dei giardini, una volta spianato e privato della possibilità della presenza umana, sia stato definitivamente consegnato ai soli lavori di manutenzione, che non tarderanno a diventare necessari, almeno per quel che riguarda il tanto curato prato verde che, sotto la pioggia di aghi e resina di pino, non tarderà a diradarsi qua e là spelacchiandosi inesorabilmente. Non sono giardiniere ma mi pare che il prato non cresca bene sotto ai pini ma forse per riuscirci avranno selezionato una varietà adatta di erba? Non è una cosa grave ma credo che stavolta i giardinieri esperti del Comune abbiano dovuto accontentare qualche capriccio estetico di troppo. Con buona pace dei gruppi di cittadini stranieri che avevano eletto le panchine all’ombra come luogo di socializzazione e di contatto umano e che ora si sono trasferiti sparpagliandosi altrove. Saranno soddisfatti i “democratici” alla Gentilini (ex amministratore leghista di Treviso) che piuttosto che lasciare una panchina sotto il sedere di una persona diversa e povera se la toglierebbero di casa propria. Per non parlare nemmeno del fatto che tutti, e stavolta non mi sbaglio, ma proprio tutti i cittadini senigalliesi che conoscevano i precedenti giardini per avervi passato giornate intere, sicuramente non potranno più nemmeno pensare di recuperare alcuna traccia della loro e altrui presenza, in un luogo che è stato praticamente cancellato per quel che riguarda la memoria della vita vissuta. Che questo per alcuni sia un bene è pure possibile, ma anche i ricordi spiacevoli hanno un senso nella memoria collettiva o individuale e quindi, a mio modesto parere, abbiamo guadagnato una distesa di basoli di arenaria nuovi ma abbiamo perduto per sempre un luogo a tutti noto nel pieno centro della città e con esso qualsiasi ricordo umano vi fosse rimasto impigliato.

INTRUDERS

Dal 17 giugno al 4 settembre si è svolta alla Rocca Roveresca la mostra fotografica di Luca Forlani a cura di Monica Caputo e Allegra Corbo, che hanno organizzato la mostra per MAC, Manifestazioni Artistiche Contemporanee.
Intruders aveva lo scopo dichiarato di sensibilizzare e indurre lo spettatore a guardare con “occhi nuovi” i “vecchi relitti”: ospedali e sanatori, siti industriali, cementifici, parchi acquatici, cartiere, orfanotrofi, ville, cinema, colonie, campi di concentramento.
Circa duecento sono i siti abbandonati nella regione Marche esplorati e fotografati da Luca Forlani in questi ultimi dieci anni. Questi edifici, accomunati dall’abbandono, sono già stati depredati, danneggiati e talvolta abbattuti. In essi la natura riconquista spazio sotto forma di erbacce e arbusti mentre i ricordi, stimolati dai segni del tempo e dal disfarsi della materia, acquistano emozioni per cui l’edificio cadente acquista un suo significato personale o sociale.
Spiegano Matteo Giacchella e Gastone Clementi, registi del video visibile all’interno della mostra stessa  “Il  piacere di visitare luoghi abbandonati e fatiscenti nei quali a volte il tempo sembra fermarsi e gli oggetti e le mura che li compongono sembrano acquisire una propria anima e memoria. Il lavoro si sviluppa con il desiderio di condividere questi beni collettivi, spesso sconosciuti al grande pubblico, nel tentativo di riportare le sensazioni e le suggestioni che si provano nel violare degli spazi senza tempo, dai quali emergono echi del passato e bellezze dimenticate sotto una coltre di polvere”…” e c’è una valenza etica per l’importanza del discorso della riqualificazione degli spazi urbani abbandonati.”
Pippo Ciorra, architetto, consulente del MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo, ritiene che il lavoro di Luca Forlani possa rappresentare una denuncia urbanistico-architettonica e uno spunto per iniziare una riflessione più ampia sul territorio di tutta l’Italia. “Se consideriamo il patrimonio di strutture edilizie dismesse, inutilizzate, abbandonate e incompiute, la lista è interminabile, per cui se ciò rappresenta un problema enorme è anche vero che può essere un’opportunità straordinaria per rivalutare il territorio”.

La proposta che viene dalla mostra Intruders è quindi quella che un luogo abbandonato o semidistrutto, oppure un luogo vecchio o meglio un luogo vecchio e rinnovato, “riqualificato” sia in realtà un potente patrimonio di esistenza e di esperienza storica e soprattutto umana. Piuttosto che la sua definitiva cancellazione diventa interessante  un recupero conservativo di questi veri e propri luoghi della memoria, veri e propri “cadaveri eccellenti”. La mostra allude quindi a una modulazione di recupero urbanistico volta a non cancellare, ma anzi riproporre il contenuto storico, sociale, umano, civile e soprattutto esistenziale e emotivo dei luoghi. Un’affascinante idea di recupero culturale e civile di luoghi decadenti che unisce la conservazione di un tessuto di memorie cittadine con la riacquisizione di spazi di tipo differente. Senza parlare dell’opportunità di utilizzare materiali e soluzioni tecniche che, mettendosi in relazione con ciò che già esiste, da possibilità di operare scelte, trovare soluzioni rispettose del contesto naturale o urbano in cui i vecchi edifici si trovano. Non sentiamo il bisogno di sventrare le nostre antiche città per sostituire il vecchio con ciò che invece è fuori dal tempo, perché è un non luogo dedicato solo alle logiche del mercati, che divorano la componente umana e la defecano immediatamente come scarto e rifiuto, in quanto scelte legate solo a obbiettivi economici e non a dati culturali o umani. Preferiremmo conservare assieme alle tracce dei vecchi edifici le storie umane e civili che tra quelle vecchie mura hanno solcato il tempo di segni indelebili che ora possono essere messi in risalto dinanzi al nuovo che avanza. Per far questo non serve distruggere, spianare e ricostruire diversamente, basterebbe recuperare la sostanza e la forma del vecchio restituendo la dignità del recupero del ricordo piuttosto che il business della cancellazione sotto l’impero del nuovo.

 

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