Effetto crisi: senigalliesi in coda alla Caritas

aprile 21 12:41 2011 Stampa questo articolo

Intervista a Giovanni Bomprezzi, Caritas Senigallia


di Leonardo Barucca

 

Abbiamo incontrato e fatto alcune domande a Giovanni Bomprezzi  Direttore Generale della Caritas di Senigallia.

La Caritas, per l’attività che svolge, è un luogo di osservazione privilegiato per capire meglio l’evolversi delle povertà nell’attuale crisi economica.

 

Si usa distinguere, facendo riferimento ai modelli di stili di vita e all’autoesclusione sociale, tra povertà reale e “povertà percepita” (o povertà relativa). Tu che ne pensi,  basandoti sulla tua esperienza?  Per esempio un mio amico operaio mi raccontava di un suo collega di lavoro abituato a trascorrere la domenica pomeriggio  con la famiglia nei centri commerciali. Ora, in ristrettezze economiche, se ne sta a casa a guardare la tv, perché, dice: “se non ho soldi da spendere che usciamo a fare?”

Rispondo con una battuta. In tutte le nostre realtà, nei centri di ascolto soprattutto, purtroppo non c’è spazio per la “povertà percepita”. La povertà è reale, molto reale.

Quali sono le povertà presenti a Senigallia?

Rispondere a questa domanda non è semplice e, soprattutto, solo questa necessiterebbe di un esclusivo approfondimento. Ma per non entrare troppo nei tecnicismi, mi limiterei a dire che nel nostro territorio il fenomeno della povertà è aumentato notevolmente. E’ sempre più trasversale ed ha colpito intere famiglie che, fino a pochi mesi fa, vivevano in una situazione accettabile. Ovviamente, questa tendenza ha aggravato la situazione di tutte quelle persone che già avevano difficoltà. Molto spesso la nostra zona veniva definita come “la piccola provincia attiva”, per sottolinearne l’immunità alle cicliche crisi economiche. Questa volta l’onda ha travolto anche la nostra realtà. Ogni giorno registriamo la richiesta di un lavoro, di un reddito, per poter far fronte alle spese quotidiane.

Le povertà sono in crescita? Se sì quali?

C’è un fenomeno che mi fa dire che le povertà sono in crescita ed hanno assunto un “volto” nuovo e drammatico. In passato i nostri Centri di Ascolto ospitavano molti immigrati in cerca di sistemazione e lavoro. Spesso erano persone arrivate da poco nella nostra zona. Certo, capitava pure di registrare la richiesta di alcuni nostri concittadini per il pagamento di una bolletta, di una rata di affitto, ecc. Ora nelle nostre sale d’attesa sono molti gli “originari del posto” che chiedono, supplicano, un lavoro. La richiesta è cambiata notevolmente. Chiedono un lavoro, vogliono riacquistare la dignità di persona, di capofamiglia, vogliono far fronte alle loro spese senza intermediari caritatevoli.

Cosa riesce a fare la Caritas e di cos’altro ci sarebbe bisogno da istituzioni e cittadini in genere?

Riporto l’esperienza di un signore che, perso il lavoro, usciva regolarmente di casa al mattino alla stessa ora per rientrarvi alla sera come se fosse andato regolarmente a svolgere il proprio dovere. L’unica differenza? Che in tutte quelle ore restava “rinchiuso” e nascosto in un bar. Il tutto perché non aveva il coraggio di dire ai propri figli che era “un fallito”: questa frase mi colpì molto. Infatti non era fallito lui, ma la ditta dove lavorava. Eppure, quando hai 50 anni, l’esperienza della perdita del lavoro, di un reddito, di una legittima autonomia, ti fa sentire inutile, senza più personalità, senza dignità. Di fronte a questi grandi disagi, la Caritas si è attivata. Ha dovuto fare quello che fa da anni: mettersi in gioco di fronte alle nuove sfide e alle “nuove” povertà. Abbiamo aperto un settore atipico ma indispensabile per i problemi sopraesposti, quello degli “inserimenti lavorativi”. È una risposta marginale, piccola, che non riesce minimamente a soddisfare le molte richieste di lavoro. Ma, nel piccolo, verifichiamo quanto sia questa la strada giusta da percorrere: dare lavoro è dare dignità alle persone! Le poche persone inserite nel nostro progetto, hanno ritrovato comunque un senso da dare alle loro giornate. Pur nella precarietà e, diciamolo francamente, anche nel misero stipendio che con progetti simili si può ottenere, ritrovano comunque la speranza di un impiego, di un’autonomia che, seppur minima, va ben oltre la dipendenza dall’elemosina. Il Comune di Senigallia ha seguito lo stesso percorso con gli stessi risultati. Tutti insieme dobbiamo fare sempre più “rete”, per trovare sinergie nuove e risorse spendibili in questo tipo di progetti. Nessuno può e deve sentirsi escluso.

All’aumento dei problemi di povertà corrisponde un aumento dei volontari? Chi sono? E possibile una loro, seppur grossolana, classificazione.

La Fondazione Caritas ormai da anni collabora attivamente con l’Associazione di Volontariato “Il Seme”. Questa vanta ad oggi alcune centinaia di volontari, che da anni si adoperano attivamente in un’azione volta a garantire ai più deboli un aiuto concreto in termini non solo di servizi, ma soprattutto di vicinanza ed attenzione. L’attuale crisi economica ha sollecitato tanti cittadini, che di fronte alle difficoltà di molte persone ad essi prossime, hanno avvertito il desiderio di un impegno concreto nei riguardi ti tanti che in tempo di crisi economica hanno a che fare con problemi mai prima vissuti. I volontari che si sono affacciati all’associazione “Il Seme” sono persone che avvertono il desiderio di rendersi utili, pur non possedendo una professionalità specifica: tra essi abbiamo ingegneri, medici ed insegnanti, ma anche casalinghe, pensionati, colf o impiegati, accomunati tutti dal desiderio di essere solidali con chi sta attraversando un momento di difficoltà. Mi piace, in questa sede, evidenziare anche la bella presenza di alcuni volontari extracomunitari, il miglior modo per vivere l’integrazione.

Ecco, appunto. Si pensa che in periodi di crisi si acuisca il razzismo, la tendenza a vedere negli immigrati coloro che ci rubano il lavoro. Secondo te se fossimo più ricchi saremmo meno razzisti?

Noi viviamo in un contesto dove l’immigrato si è inserito bene e dei percorsi di integrazione sono stati ben avviati. Chi opera in questi settori sa benissimo che spesso il tema “immigrazione” viene più strumentalizzato per fini politici che per una reale percezione del problema. Detto questo, è indubbio che la crisi economica ha colpito pesantemente chi già era in situazioni precarie, l’immigrato in primis, essendo ovviamente sprovvisto di quel “capitale sociale” come, ad esempio, la rete parentale. La crisi ha evidenziato un aspetto importante che, se non gestito bene, potrebbe causare una “guerra tra poveri”. Contrariamente al passato, sempre più connazionali sono disposti ad accettare anche lavori più “umili”, pur di scongiurare la disoccupazione. Non abbiamo dati statistici puntuali al riguardo, il trend è comunque evidente. In questo periodo è cresciuta la percezione che “se hai un lavoro sei veramente fortunato”. Questa sensazione ha, anche inconsciamente, ridimensionato le aspettative di fronte alla qualità e tipologia di lavoro. Questo fenomeno potrebbe portare, anche nelle nostre realtà, a considerare l’immigrato un diretto “rivale” e “concorrente”.

Altra questione: è possibile che ci sia ancora una scarsa percezione della gravità della situazione perché chi è povero o in difficoltà, per senso di vergogna e di fallimento, tende a nascondersi il più possibile, a tapparsi in casa? Sembra di capire che, in una società tutta basata sul successo, sulla ricchezza, sulla bellezza, sulla giovinezza, sulla prestanza fisica, il povero, il vecchio, il “brutto”, l’handicappato abbiano vergogna, si sentano colpevoli,  e tendano ad auto-emarginarsi. Conosci esempi di questo genere?

La povertà crea sempre emarginazione. Questa è la sfida più grande di realtà umanitarie come la Caritas. Non è solo sufficiente aiutare, “dare” qualcosa, è fondamentale accompagnare, essere accanto, sensibilizzare la società per far sì che nessuno si senta veramente abbandonato. La solitudine è la condizione più brutta che un essere umano possa vivere. Il povero, l’ammalato solo, sono nella condizione più drammatica. Proprio in questo ogni singolo cittadino può fare molto. Nessuno può sentirsi dispensato da questo compito. Ognuno di noi potrebbe avere un vicino di casa che vive in questi minuti un grande senso di abbandono e di emarginazione sociale, magari stando rinchiuso in casa. Le istituzioni, pubbliche e private, possono e debbono fare molto. Ma la cultura della solidarietà sarà determinante per queste persone. Purtroppo ho molti esempi di chi vive queste condizioni di “isolamento”. La società sembra ignorare, sembra non sapere. Ci si meraviglia sempre quando veniamo a conoscenza di qualcosa su un nostro vicino. Quella meraviglia dovrebbe farci riflettere.

Mi piace, in questa sede, sottolineare l’altro aspetto della stessa medaglia. Molte persone vivono fingendo, mascherando completamente con tutti la loro condizione di difficoltà. Si vergognano e simulano inserendosi nella società “da ricchi”, magari indebitandosi paurosamente. Come fosse questo l’unico modo per vivere dignitosamente nella comunità sociale. Questo aspetto è altrettanto allarmante e, col tempo, crea sofferenze inaudite. Ma qui occorrerebbe aprire un discorso davvero lungo e complesso.

Mi rendo conto. In qualche modo si torna sempre alla questione dei modelli e dei valori che ci vengono proposti. Magari ne parliamo una prossima volta.

Magari, perché no.

 

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“La Città Futura” è una libera associazione culturale e politica, interessata a sviluppare e promuovere il confronto e il dibattito su temi che appartengono al patrimonio culturale della sinistra italiana ed europea quali giustizia e promozione sociale, contrasto alle diseguaglianze, accoglienza ed integrazione, salvaguardia dell’ambiente e tutela del paesaggio, ecologia e sviluppo sostenibile, diritti civili e laicità dello stato, democrazia, trasparenza e partecipazione.
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1 Commento

  1. enrico dignani
    aprile 13, 11:19 #1 enrico dignani

    L’unico, reale termometro del benessere è il grado medio ponderato di disponibilità a fare la rivoluzione. Sì sì, potrebbesi trattare di pace sociale indotta da agiatezza apparente, per carità, da propaganda mediatica, ma alla fine è la panza che comanda.

    Rispondi al commento

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