Dove si narra di Ostrogoti Bizantini e Franchi, di Oriente e di Occidente, di Papi e Imperatori, di Guelfi e Ghibellini

luglio 11 11:56 2011 Stampa questo articolo

Rappresentazione bizantina del fuoco greco.

Storia senigalliese

seconda puntata

dal V al XII secolo

 

di Maurizio Pasquini

 

Ci eravamo lasciati con Alarico, re dei Visigoti.

Nel 493, dopo che Teodorico sconfigge Odoacre, Senigallia viene annessa al Regno Ostrogoto con capitale Ravenna.

Nel 503 si hanno le prime notizie certe di una diocesi Senigalliese con vescovo Venanzio, certa è la sua partecipazione ai sinodi Romani di Papa Simmaco (siamo nel periodo dello scisma d’oriente in cui i Bizantini sostenevano l’antipapa Lorenzo).  Non tutti gli storici però sono concordi nel considerare Venanzio il protovescovo senigalliese. Alcuni sostengono essere stato già prima un San Sabiniano, mandato nelle nostre terre da San Pietro; per altri è San Paolino da Nola, che arrivato nella nostra città vi fondò la diocesi; altri infine parlano di un San Paolino locale, forse il titolare dell’antica cattedrale. Il primo vescovo certo è comunque Venanzio, ma la serie comincia ad essere regolare solo a partire da Bonifacio negli anni 568-590.

Nel 536 ha inizio la guerra greco–gotica, al termine della quale i Bizantini, cioè i Romani d’Oriente, riescono a riconquistare l’Italia. Il Piceno viene ripetutamente percorso dagli opposti eserciti, che causano carestie epidemie e un forte calo di popolazione; proprio in questo periodo avviene il definitivo abbandono delle città di Ostra e Suasa. Nel 551 al largo di Senigallia una flotta bizantina comandata dai luogotenenti Giovanni e Valeriano assale e distrugge la flotta gotica e approda fra la città e Marotta. Finita la guerra i Bizantini costituiscono le due provincie dell’Esarcato e della Pentapoli con capitale Ravenna e con a capo l’Esarca Longino. Senigallia entra a far parte della Pentapoli con Rimini, Fano, Pesaro, Ancona e Numana.

Nel 568 Alboino con i suoi Longobardi entra in Italia e, quasi senza trovare ostacoli, occupa gran parte della penisola spingendosi sino al sud devastando e saccheggiando. Un gruppo di Longobardi, forse mercenari al servizio dei Bizantini, si insedia in Umbria e, ingrossato da altri contingenti provenienti dal nord, da vita al Ducato autonomo di Spoleto che comprende anche il Piceno meridionale con Fermo, Ascoli e Camerino. Le città della Pentapoli però, da Osimo a Ravenna, restano in mano ai Bizantini, che conservano anche Gubbio e Perugia e con esse un corridoio di collegamento con Roma.Questo periodo sarà caratterizzato da una grande instabilità nei rapporti con la Chiesa, con  continue lotte interne fra i Ducati di Spoleto e Benevento, il Regno d’Italia ed il papa ed anche tra gli stessi duchi che di volta in volta si schierano con il papa o con il re a seconda dei propri specifici interessi.

Una tradizione storiografica locale di origine rinascimentale, riportata dal cronachista Ferrari, vorrebbe che anche Senigallia nel corso del  VII sec. sia stata occupata dai Longobardi, che vi avrebbero istituito un ducato cittadino. Si tratta però di una tradizione priva di fondamento storico, perché solo a partire dal tempo del re  Liutprando, nel 728, inizierà l’occupazione saltuaria della Pentapoli da parte dei Longobardi, con l’insediamento di funzionari più o meno duraturi di rango ducale. Il primo duca longobardo della città è Sosipatre che , secondo le cronache, è protagonista della distruzione di  Camerino  cosa che  avrebbe fatto anche con Senigallia se non ci fosse stata  l’intercessione del vescovo Bonifacio.

Intanto le lotte per il trono all’interno del regno Longobardo, i conflitti con i duchi e il papa, le ripetute invasioni della Pentapoli e del Ducato Romano nel tentativo di occupare la stessa Roma creano un periodo di instabilità con continue devastazioni nei territori ex bizantini, fra cui il saccheggio di Senigallia nel 764. Queste vicende portano alla ribalta un nuovo protagonista, il Regno dei Franchi, chiamato in causa dal papa nel tentativo di respingere la minaccia longobarda. Dopo un primo intervento di re Pipino nel 754, cui segue una nuova invasione della Pentapoli da parte del re longobardo Desiderio, nel 773 Carlo Magno sconfigge definitivamente i Longobardi e assoggetta l’Italia al proprio dominio.

Dopo la caduta del regno longobardo e l’avvento dei Franchi la nostra regione continua ad essere divisa fra la Pentapoli a nord, comprendente il territorio fra Rimini e Osimo, e il Ducato di Spoleto a sud oltre il Musone e nell’entroterra oltre le prime propaggini dell’Appennino. Ma mentre il Ducato continua ad essere retto da un’autorità centrale riconosciuta e investita del potere dai sovrani franchi, le città della  Pentapoli mancano di un governo unitario e oscillano fra Papato e Impero.

Senigallia dopo la fine del regno Longobardo sembra essere governata per un certo periodo dal duca Sergio, sul cui ruolo politico-istituzionale non si sa però nulla: è probabile che la titolatura di duca gli derivi da una funzione o carica ricoperta durante il precedente dominio longobardo o bizantino e che nel vuoto di potere si sia insediato nel ruolo di rappresentante del potere cittadino.

Con la riforma carolingia il territorio del regno d’Italia viene diviso in comitatus (contee) sulla base delle città vescovili, ognuna affidata al governo di un conte. Questo però in teoria, perché è probabile che in molte città e per lunghi periodi abbia prevalso una qualche forma di autogoverno all’ombra del potere vescovile che si accresce nel tempo con il crescere del suo potere economico. Alcuni cronachisti affermano che intorno all’anno 859 un’assemblea di settanta cittadini elegge una specie di direttivo composto da quattro fra i più nobili e tra questi un “Capitano di Giustizia”. Sono i primi timidi esempi di auto amministrazione, esempi di quella che sarà l’epoca dei Comuni.

È in questi anni che in città è vescovo Paolino. È il vescovo che ormai è riconosciuto come il San Paolino patrono di Senigallia che si festeggia il 4 di maggio.

Le uniche notizie di rilievo in questo periodo riguardano le calamità: nell’848 Senigallia è semidistrutta da un violento terremoto che interessa gran parte del centro Italia, Roma compresa, mentre iniziano le incursioni saracene, fra cui nello stesso anno quella del re moro Sabba, che secondo la tradizione, avrebbe messo   a ferro e fuoco la città come pure la  vicina Ancona.

Intanto il baricentro politico del Ducato di Spoleto tende a spostarsi verso la costa picena, dove a partire dal sec. IX, prima Fermo poi Camerino assumono via via una propria identità territoriale autonoma con il nome di Marca, pur continuando a far parte del Ducato. Da questo momento l’autorità spoletina assume sempre più spesso il titolo di Dux et Marchio, cioè duca e marchese.

A partire dalla seconda metà del sec. X con gli imperatori Ottoni inizia un processo di progressiva integrazione politica dei versanti adriatici meridionale e settentrionale fino ad assumere un secolo dopo la denominazione unitaria di Marchia Anconitana, allorché il suo governo sarà affidato dall’imperatore Enrico IV, alla famiglia tedesca dei Guarneri che si sostituiranno agli antichi duchi di Spoleto con il titolo di Dux et Marchio. ( un breve accenno al nome Marca: da Mark: confine, introdotto dai franchi ad indicare circoscrizioni comitali di confine: Marchia; dalla quale poi derivano Marchio, Marchiones: marchese)

Contemporaneamente aumenta il ruolo strategico della Marca d’Ancona per la sua posizione di cerniera fra il nord e il sud e aumenta anche l’interesse e il controllo esercitati su di essa dagli imperatori, soprattutto con l’avvento della casa sveva (Federico I Barbarossa) dopo la metà del sec. XII nella prospettiva dell’unificazione del regno d’Italia con il Regno di Sicilia. Non a caso proprio in questo periodo si hanno le prime notizie della presenza in città di conti imperiali: Anselmo nel 1139, Gottiboldo dopo il 1180, insediati anche per fare da contrappeso alle prime forme di autonomia comunale, di cui si comincia ad avere notizia attorno il 1140.  In un documento del 1155 si menziona per la prima volta Guido Console di Senigallia, a significare la presenza di un console cittadino in partecipazione al governo del Conte. Al consolato seguirà poi alla fine del secolo un Podestà. Il primo podestà noto nella nostra città è Uguccione.

La convivenza fra autorità imperiale e comune non è sempre pacifica, soprattutto quando ci sono di mezzo gli interessi economici, come nel 1154 allorché alcuni cittadini intendono impossessarsi dei beni dell’abbazia di S. Maria in Sesto nel Friuli, quei beni che più di tre secoli prima erano stati donati dal duca Sergio. L’abate ricorre all’imperatore Barbarossa, il quale proprio in quell’anno, in una delle sue discese in Italia, si accampa col suo esercito nei dintorni di Senigallia minacciando di punire la città che non aveva restituito i beni usurpati così come aveva imposto Guarniero II marchese di Ancona.  Per fortuna si trova un accordo e la temuta distruzione non avviene.

Nel 1194 l’imperatore Enrico VI affida il ducato di Ravenna e la Marca di Ancona a Markwaldo di Annweiler, il quale a sua volta riconosce  i comitati di Senigallia e Cagli al conte Gottiboldo, un feudatario tedesco venuto al suo seguito e forse imparentato con i Guarnieri.  La morte prematura di Enrico VI, nel 1197, crea un vuoto di potere nella regione, di cui profittano i comuni per scrollarsi definitivamente di dosso il potere imperiale.

Mentre parliamo di questi accadimenti non possiamo non ricordare il contesto in cui ci troviamo. Siamo entrati nell’epoca in cui tutto il territorio italiano è percorso dalle lotte tra Guelfi (fedeli al papa) e Ghibellini (fedeli all’imperatore): un periodo di lotte continue tra fazioni papaline o imperiali non solo tra le varie città ma anche all’interno delle stesse in cui potevano prevalere l’una o l’altra fazione anche per brevi periodi. Ed anche la nostra città ne subirà le infauste conseguenze.

Continua

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