Dal conte Gottiboldo ai Malatesti

ottobre 06 08:03 2011 Stampa questo articolo

Pianta di Senigallia nel 1200 da un testo del 1700

Storia senigalliese

terza puntata:

secoli XIII e XIV

 

di Maurizio Pasquini

 

Ci eravamo lasciati alla fine del XII secolo, quando i Comuni marchigiani stavano profittando del vuoto di potere creatosi con la morte dell’imperatore Enrico VI per scrollarsi di dosso il potere imperiale. A Senigallia il rappresentante dell’imperatore è il potente conte Gottiboldo; il Comune entra a far parte della Lega contro l’imperatore promossa da Papa Innocenzo III e costituita da Ancona, Osimo, Fermo, Fano, Rimini, Ravenna e Numana. Nel 1200 grazie all’aiuto degli anconetani e degli osimani riesce a cacciare il funzionario imperiale.

La cacciata di Gottiboldo, sancita nella pace di Polverigi, il 18 gennaio 1202, porta la nostra città di nuovo sotto il dominio del Papa che da questo momento in poi governa la regione con i suoi Legati. Una tradizione pone proprio all’inizio del 1200 la nascita della fiera della Maddalena. Una fiera nata come conseguenza dell’afflusso di pellegrini che venivano a venerare le reliquie della santa, portate in città dalla Francia dalla moglie di un nobile senigalliese e racchiuse nella chiesa di San Gregorio. Questo afflusso era particolarmente intenso il 22 di luglio, festa appunto della Maddalena.  In realtà si tratta di una tradizione non avvalorata dai documenti, perché le prime notizie storicamente accertate della fiera risalgono solo agli inizi del ‘400.

Intanto l’Imperatore Filippo di Svevia viene assassinato e gli succede Ottone IV, che in contrasto con Papa Innocenzo III concede in feudo ad Azzo VI d’Este la Marca d’Ancona. Ma il Papa riesce a portare dalla sua parte il feudatario e due anni dopo gli riconcede la stessa potestà sulla regione. Ottone ricuce l’alleanza con le casate filo-imperiali marchigiane, fra cui quella di Gottiboldo, al cui figlio Corrado riconosce, almeno formalmente, il titolo di conte di Cagli e Senigallia. Corrado pone le basi del suo potere nell’entroterra fra Misa e Cesano, ma non rinuncia mai a rivendicare il potere imperiale e forse anche la signoria senigalliese, capeggiando la fazione ghibellina e partecipando costantemente fino al 1230 alle varie iniziative dei rappresentanti dell’Impero. Nel 1225 è anche protagonista di uno scontro campale presso Palazzo di Arcevia, contro un’alleanza di Comuni capeggiata da Jesi, il cui esito non è certo.

La città in questa prima metà del ‘200 ha un’estensione di circa 18 ettari, annovera al suo interno 12 chiese e un ospedale voluto dal vescovo Benno: l’ospedale di Santo Spirito e San Vito. Consolida le istituzioni comunali e cerca di barcamenarsi fra le città vicine, partecipando alle varie alleanze a tutela dei propri interessi commerciali e territoriali. I rapporti più tormentati sono con Jesi, continuamente oscillanti fra alleanze e contrapposizioni con episodi di annessioni o sottrazioni di territori; ma alla lunga sarà Senigallia a dover cedere. E’ un periodo in cui i comuni si contendono il dominio del territorio in piena autonomia senza chiedere permesso né al Papa né all’Imperatore e i patti e gli accordi vengono stretti e disattesi con la stessa frequenza. Questi conflitti condizionano anche la politica senigalliese di alleanze con le altre città costiere: vedi l’alleanza con Venezia contro Ancona. Altre minacce vengono dall’entroterra, non tanto dai Gottiboldi (Corrado di Gottiboldo poi il figlio Corraduccio da Sterleto), quanto dai Comuni dell’entroterra e da Jesi.  In sostanza Senigallia sembra una città assediata e a partire da questi anni comincia a richiudersi su se stessa. Sul mare perde spazi commerciali stretta fra le più forti Fano e Ancona. Nell’interno vede sorgere autonomie comunali (Montalboddo/Ostra, Rocca Contrada/Arcevia, Corinaldo, Serra de’ Conti, Montenovo/Ostra Vetere, Barbara) che le sottraggono il controllo di gran parte del suo antico territorio (comitatus). Ma soprattutto è costretta via via a cedere castelli e territori al sempre più potente comune jesino, che nel 1213 si annette Monte S. Vito, Morro d’Alba, Belvedere.

La decadenza della città ha la sua prima e inequivocabile testimonianza nei patti che stringe nel 1256 e nel 1258 con Jesi, grazie ai quali gli Jesini ormai in piena fase espansiva e ben spalleggiati dalla coalizione filo-sveva stabiliscono un protettorato di fatto sulla nostra città, ottenendo anche il controllo del porto e dei suoi traffici.  Il patto di alleanza, che tale poi non è, prevede addirittura una specie di fusione con l’elezione di un unico Podestà residente alternativamente nelle due città. Questo non basta però a salvare Senigallia, nel 1262, dal saccheggio delle truppe di Manfredi, Re di Sicilia e figlio naturale di Federico II, e dal successivo saccheggio di Guido di Montefeltro, nel 1280. La nostra città paga così duramente la sua costante fedeltà alla Chiesa, cui è costretta ad appoggiarsi per non cadere preda dei due partiti che si contendono ormai il dominio nei Comuni marchigiani: imperiali e ghibellini da una parte, capeggiati dal Conte Guido da Montefeltro, Signore di Urbino e guelfi dall’altra, guidati da Malatesta da Verrucchio, Signore di Rimini. La stessa Senigallia è dilaniata dalle fazioni interne, capeggiata l’una (la guelfa) dalla famiglia dei Raimondini (decimata però nell’eccidio del 1280) e l’altra dai Paganelli di Montalboddo. Tali sono la debolezza politica e lo spopolamento che la città non è ormai in grado di difendere la sua ampia cinta di mura romano-medievali, così nel 1299 il Rettore dalla Marca d’Ancona ordina di abbatterne una parte perché potevano servire da riparo e difesa ai ribelli della Chiesa.

Per effetto di tutte queste vicende il porto perde importanza, alcune parti della città sono disabitate e coperte dai rovi, le saline vengono abbandonate diventando una palude maleodorante e malsana. Come se non bastasse Senigallia nel 1303 subisce insieme a Fano un disastroso terremoto. Il Boccaccio scrive nel suo Decamerone che un tale dall’aspetto malaticcio appariva “… con un color verde e giallo che pareva non Fiesole ma Sinigaglia avesse fatta la state…”  ed anche Dante nel Paradiso scriveva a proposito della decadenza delle famiglie “Se tu guardi Luni e Urbisaglia  – come son ite, e come se ne vanno – di retro ad esse Chiusi e Senogallia – udir come le schiatte si disfanno – non ti parrà nuova cosa né forte – poscia che le città termine hanno-” Addirittura il Vescovo Giovanni d’Ancona nel 1330 chiede di poter spostare la sua residenza a Corinaldo a causa dell’insicurezza e dell’aria malsana della città.

Proviamo per un attimo ad immaginarci la Senigallia della prima metà del ‘300.  Le mura parzialmente diroccate e riconquistate dalle erbacce, diversi palazzi al suo interno semidistrutti e disabitati; fuori delle mura, verso monte, la città era circondata da una fitta boscaglia in cui era facile fare anche incontri di briganti, rischiando la vita. Le vie di comunicazione litoranee erano disastrate e spesso invase dal mare, a sud una palude maleodorante incombeva sulla città. Il solo andare ad Ancona o a Montalboddo  poteva essere un’avventura: la vita era regolata dalla luce del sole, non esisteva illuminazione pubblica ed il buio spesso poteva riservare spiacevoli sorprese. Senza parlare poi delle mai sopite lotte tra Signori e Comuni della provincia che continuano a seminare distruzioni con continue scorribande di piccoli eserciti o gruppi di soldati al seguito dei vari Signori di turno.

Agli inizi del ‘300 la città è occupata dai guelfi Pandolfo Malatesti e suo cugino Ferrantino, che agiscono più per propri interessi che per conto del Papa di cui si dicono sostenitori, profittando anche del fatto che la sede del Papato era stata spostata ad Avignone. Allora Clemente V nomina suo legato il Cardinale Napoleone Orsini con l’intento di riportare tutte le città marchigiane sotto l’influenza della Chiesa. Viene inviato come vicario papale Giraldo de Tastis, che con l’aiuto degli Jesini riesce a cacciare da Senigallia i Malatesta. Gli Jesini riceveranno come ricompensa per l’aiuto i castelli di Montemarciano, Cassiano, Alberici, Vaccarile e Casalta, mentre Senigallia viene affidata alla custodia di Ancona.

Segue quasi un trentennio di lotte fra i Comuni e i Signori fautori dell’imperatore e altri fedeli al Papa, in cui Senigallia svolge solo il ruolo di oggetto passivo degli eventi, per lo più sotto la dominazione di Malatesta e Galeotto Malatesti, seguita nel 1347 da quella di Malatesta Ungaro, che occupa anche Jesi, sottomette per un breve periodo anche Ancona ed estende il suo dominio fino ad Ascoli Piceno, creando una signoria inferiore per espansione territoriale solo a quella dei Visconti. Il nuovo papa Innocenzo VI, manifesta l’intenzione di riportare la sede papale a Roma e nel 1353 nomina il Cardinale Alvarez Carrillo de Albornoz suo legato generale per l’Italia. Il Cardinale viene in Italia a capo di un forte esercito, riesce a convincere molti Signori a giurare fedeltà al Papa e nel 1355 sconfigge sul campo Galeotto Malatesti, che abbandona tutti i propri domini a sud di Rimini. Qualche mese dopo però i Signori riminesi vengono perdonati ed anzi vengono nominati vicari della Chiesa per Rimini, Fano, Pesaro e Fossombrone. Senigallia invece rimane sotto il dominio della Chiesa, che vi invia come vicario papale Bartarello Bartolucci di Arcevia, il quale nomina sindaco e procuratore Nicola di Tolomeo di Ferrara per recarsi a Gubbio a giurare fedeltà alla Chiesa ed ottenere l’assoluzione dalla scomunica che l’aveva colpita nel 1355 in quanto aveva accettato e favorito i Malatesti.

Nello stesso anno l’Albornoz riorganizza la Marca Anconetana e convoca un Parlamento generale a Fano, dove emana i nuovi statuti della regione. Negli stessi anni fa compilare la “Descriptio Marchiae” in cui vengono fissate anche le competenze territoriali delle varie città. Nel comprensorio senigalliese vengono inscritti i castelli di Tomba (Castelcolonna), Ripe, Scapezzano, Monterado, Percozzone e Roncitelli e le ville di San Pietro in trivio, Castel Michele, Monte Moro, Agliano e Magliano. Il documento conferma anche lo stato di decadenza della città, che è classificata tra le parvae (piccole) con solo 250 fuochi fiscali, cioè appena duecentocinquanta famiglie soggette al pagamento delle tasse, mentre a Roccacontrada/Arcevia ne sono attribuite 1200, a Pesaro 2.500 e a Fano 4.500.

(continua)

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