Chi paga la crisi?

aprile 21 10:39 2011 Stampa questo articolo

Riflessioni sull’insicurezza sociale e sulle politiche che favoriscono il precariato

di Virgilio Marconi

 

Dopo la crisi finanziaria del 2008, stiamo vivendo una seconda fase che sta riguardando l’economia nel suo complesso e sta portando alla recessione. La crisi sta dimostrando che il modello neoliberista fondato sulla moderazione salariale, la precarietà crescente e sul facile accesso al credito sta fallendo.

Siamo all’interno di una crisi economica che si è trasformata in crisi sociale, cresciuta a causa delle disuguaglianze, dell’esclusione, dell’indebolimento del senso di solidarietà e dell’individualismo che lascia isolati i più deboli. La contrazione del potere d’acquisto e la crescente minaccia della perdita del posto di lavoro finiscono per esasperare questa situazione sociale già di per sé difficile. Due tendenze ci aiutano a capire questo dato: la generalizzata precarizzazione del lavoro giovanile in tutta Europa e la disparità di reddito che è tornata a livelli di un secolo fa.

L’insicurezza sociale che deriva da questo stato di cose porta con sé l’esigenza di una riprogettazione del sistema dello Stato Sociale che tuteli dal rischio dell’impoverimento e fornisca allo stesso tempo un supporto al reinserimento lavorativo delle persone. In Italia nel 2010 i disoccupati sono aumentati di circa 450.000 unità e il tasso di disoccupazione è dell’8,9%, mentre la disoccupazione giovanile si attesta intorno al 30%. A tutt’oggi non si sono avviate politiche capaci di produrre nuovi investimenti e nuovo sviluppo e, di conseguenza, occasioni di lavoro. E’ necessario invertire la tendenza che in questi anni ha portato a scelte politiche e finanziare per il salvataggio delle banche a scapito del reddito dei cittadini.

Il governo italiano ha inoltre approvato la legge sul collegato al lavoro portando un duro attacco al mondo del lavoro e ai suoi diritti. Come abbiamo già accennato, particolarmente allarmante è la dimensione della disoccupazione giovanile che fa presagire quanto, a pagare le conseguenze del declino economico, saranno proprio le giovani generazioni, ormai normalmente occupate con contratti precari (e per questo più facilmente licenziabili). La stabilizzazione delle condizioni dei lavoratori precari e la creazione di un nuovo modello di sviluppo, fondato su presupposti completamente diversi, potrebbero essere buoni punti di partenza per cominciare a mettere mano al dramma della precarizzazione di tanti lavoratori prodottasi in questi anni. Oggi il prezzo della competizione all’interno delle sfide imposte dalla globalizzazione è stato addossato in massima parte al lavoro, al mito della flessibilità come unico rimedio alla perdita di produttività.

Partendo da queste considerazioni generali, in questo numero del giornale vorremmo cercare di dare uno sguardo alla situazione del lavoro e della disoccupazione nel nostro territorio, partendo innanzitutto da alcune cifre tanto significative quanto allarmanti.

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