Bruno Malatesta

aprile 21 08:38 2011 Stampa questo articolo


Intervista: storia di una vita operaia

di Giulia Angeletti

Roberto Primavera

 

Bruno Malatesta, classe 1922. Operaio e sindacalista, la sua storia si snoda parallela alla storia della nostra città, con le lotte e le manifestazioni operaie degli anni  ’50 – ’60 e’70. Poi gli’80, la pensione e, con l’arrivo a Senigallia di tanti stranieri, il rinnovarsi del suo impegno al loro fianco, mettendo di nuovo in gioco, a loro disposizione, la sua esperienza.

Una vita, la sua, vissuta a stretto contatto con i lavoratori, le persone, cercando sempre di prendere decisioni tutti insieme, non mollando mai la speranza di migliorare le cose. Un percorso tutto dentro il movimento operaio e sindacale della nostra città, ma con caratteristiche politiche e personali, in questo contesto, sicuramente originali e fuori dagli schemi. “Prima i lavoratori e poi il partito”. Bruno è stato un punto di riferimento degli operai dell’Italcementi, la realtà industriale storicamente più importante della nostra città. Con loro non ha mai smesso di battersi per migliorare le proprie condizioni, diventando l’avanguardia sindacale delle successive lotte dei lavoratori delle altre fabbriche del nostro territorio.

Verso tutti quei lavoratori Senigallia ha un grande debito di gratitudine, per la ricchezza prodotta (tanta), quella redistribuita (poca), ma anche per l’esempio di emancipazione e il patrimonio di diritti che ci lasciano in eredità, e che solo noi potremo, a nostra volta difendere.

Lo incontriamo nella sua casa di una vita in un pomeriggio freddo di inizio febbraio. Ci accoglie caloroso, sobriamente felice per la nostra visita, ma prima di iniziare l’intervista ci fa giurare e spergiurare, ridendo, che questo giornale non sia di destra. Fatte dunque le dovute rassicurazioni, prendiamo posizione nella saletta, noi attorno ad un tavolino, la moglie Fatima sul divano e il cane si aggiusta vicino al termosifone iniziando presto a sonnecchiare.

Bruno ci fa capire che non potremo accanirci troppo su date e nomi, a 88 anni la memoria può vacillare. Risponde con molta calma alle nostre domande, la moglie è li accanto e, ogni tanto, gli viene in aiuto per gli anni più recenti. Per quelli più lontani, per non confondere nomi e volti, per non mescolare eventi, fa lunghe pause di riflessione, ma poi riesce a ripescare dal passato immagini vive, che bruciano ancora dentro, con la stessa forza di tanti anni fa.

Bruno tira fuori un quaderno pieno di fogli scritti fitti fitti, che si tiene stretto tra le mani come fosse una prova della sua storia. Altri libri, quaderni, documenti sono sparsi sul tavolo “ e quanti me ne hanno portati via “, fogli svolazzanti con tabelle e dati, una documentazione copiosa e importantissima, un vero e proprio archivio per le storie del movimento operaio della nostra città, che si vorranno scrivere.  E sul divano il quotidiano “Il Manifesto” piegato con cura.

Bruno, inizia a parlarci di te. Dove hai fatto le scuole? 

Ho fatto la scuola elementare fino alla quinta. A Montemarciano. poi ho iniziato subito a lavorare, facevo qualche lavoro un po’ qua, un po’ la, finché è arrivata la guerra e sono stato militare.

Come molti altri ragazzi a quell’epoca, Bruno aveva iniziato giovanissimo a lavorare, fin dai 12 anni. Poi però la guerra arrivò d’improvviso, strappando molto giovani dalle loro vite normali e catapultandoli nello scenario apocalittico della Seconda Guerra Mondiale. Tornando alla sua giovinezza, l’esperienza della guerra e del campo di concentramento sono ancora nitide, con tutta la loro sofferenza e assurdità.

Raccontaci di quel periodo, dove sei stato?

Mi hanno mandato in Jugoslavia, poi a La Spezia. Ero un marinaio. Ricordo sempre di un tale, uno studioso francese, anarchico. Quando ha capito che non ero certamente di idee fasciste cominciò a venirmi a trovare e diventammo amici. Un giorno mi disse “Bruno, c’est l’argent qui fait faire la guerre”

Ricorderò sempre quelle parole, sono rimaste sempre attualiPoi mi hanno catturato e messo in un campo di concentramento. Mi hanno preso i tedeschi e mi portavano a lavorare in miniera. 

Dove si trovava?

Era in un posto al confine tra Francia e Germania, vicino alla Saar.

Sono rimasto li due anni e mezzo. Mi hanno mandato in miniera e lavoravo a mille e 100 metri sotto terra.

Poi nel ’45 la guerra finisce. Torni subito a Senigallia? Come sei entrato all’Italcementi?

Si, sono tornato subito a Senigallia. C’era un tale, si chiamava Franceschini, era mio vicino di casa. Avevo chiesto a lui se ci fosse lavoro all’Italcementi e lui, dopo pochi giorni, mi ha detto di si. Inizialmente mi hanno mandato a lavorare alla cava di San Gaudenzio, dove si estraeva il gesso. A quel tempo c’era un trenino che arrivava da lì fino allo stabilimento di Senigallia, per trasferire il materiale. Poi mi hanno trasferito a lavorare dentro lo stabilimento  e li ho subito assunto presto incarichi sindacali. Per questo non ero ben visto dai dirigenti, tanto che per molti anni mi pagarono con la qualifica più bassa, anche se facevo un lavoro specializzato. Lavoravo in un forno lungo 100 metri ed ero io il responsabile.

Poi l’hai ottenuta la qualifica? come?

Ci hanno pensato gli operai. Si sono riuniti e mi hanno detto: “Bruno, o ti danno la qualifica o blocchiamo tutto”. Così tre o quattro operai sono andati a parlare con il direttore e mi hanno dato la qualifica.

Come Bruno inizia a parlarci dell’Italcementi  e del suo impegno sindacale, con la CGIL, è come se la sua esperienza personale sparisse dietro all’esperienza collettiva dei lavoratori. Racconta meno in prima persona, e attraverso la sua voce ci restituisce non solo la sua esperienza, ma la storia, il vissuto di un intero corpo sociale, la comunità operaia senigalliese di quegli anni.

Non è passato nessun periodo senza che facessimo delle lotte. Abbiamo lottato sempre. Abbiamo occupato la fabbrica, la stazione , siamo andati per tutta la città in corteo, perché le persone sapessero quello che stavamo facendo. E poi facevamo lo sciopero articolato: bastava indire lo sciopero in un solo reparto e riuscivamo a fermare l’intero stabilimento.

Interessante il rapporto di queste lotte, specifiche di una fabbrica, con tutta la città. La popolazione era solidale con gli operai, spesso durante gli scioperi e le occupazioni gruppi di cittadini si organizzavano per portare da mangiare ai lavoratori.

Cosa chiedevate con le vostre lotte?

Chiedevamo di migliorare le condizioni  di lavoro e le condizioni ambientali negli stabilimenti. E ci siamo riusciti, le condizioni sono migliorate molto. La fabbrica prima e dopo non era più la stessa. Per esempio abbiamo fatto ridurre il rumore. Abbiamo ottenuto le visite mediche periodiche.

Ci sono stati momenti tranquilli?

Quasi mai. Ce lo dice sorridendo come a dire ”siete matti a stare tranquilli coi padroni!”. C’è stato un periodo, i primi anni ’80, che i padroni hanno cominciato a portare via tutte le conquiste degli operai degli anni passati. Ci hanno portato via anche la scala mobile.

Se noi non stiamo attenti, se i lavoratori non stanno attenti, ci portano via tutto. Ancora qualcuno che è vivo mi dice: “Bruno, avevi ragione!”. Ci sono stati periodi con grossi passi in avanti e periodi di crisi. La società capitalistico-borghese è così: fa i suoi interessi, mira solo al profitto e quando il movimento operaio è un po’ in crisi gli porta via tutto quel che può.

Chi erano i tuoi compagni di lotta?

Non passava mese che non ci fosse l’assemblea di fabbrica. C’ero io che ponevo le questioni, ma con me c’erano tutti. Ci saranno stati tre o quattro operai che non la pensavano come noi, ma gli altri erano tutti uniti. Anche alla Sacelit?

Un po’ di meno.

Come mai? Sembra che per entrare li ci fosse bisogno di una raccomandazione, è vero?

Eh, c’erano i cattolici.

E questo ha influito sulle lotte del sindacato?

Era la mentalità di chi dirigeva le lotte che era diversa. E comunque anche li ci sono state molte lotte.

Bruno sembra non voler entrare troppo nell’argomento. Ogni fabbrica in fondo ha una sua storia, gli operai crescono e si formano una coscienza politica a contatto uno con l’altro, ma non sempre condividendo tutte le questioni, e forse il ricordo di divisioni tra i lavoratori non è piacevole.

Anche le donne partecipavano alle vostre lotte? In che modo?

All’Italcementi non c’erano donne, alla Sacelit si, ce n’erano molte. Quella volta le donne si che lottavano, erano molto arrabbiate. 

Veniamo alla questione dell’amianto, quando vi siete resi conto della pericolosità di questo materiale? E cosa avete fatto?

Andai a Roma tramite la Cgil per parlare con un medico specializzato di questi problemi. Poi tornato ho riferito tutto al Consiglio di Fabbrica. Erano già gli anni ’70 e ’80.

Un po’ tardi per affrontare il problema.

Si, in più non c’è stata una lotta fino in fondo, perché si trattava di chiudere la fabbrica. Io l’ho detto chiaro quando sono tornato da Roma, se tu lavori con l’amianto anticipi l’ora della tua morte. Però non stava a me decidere, gli ho detto: “Fate come vi pare”.

In questo frangente dell’intervista il volto di Bruno assume una espressione grave, quasi solenne. Questo “fate come vi pare” restituisce la drammaticità di una scelta terribile: da una parte la salute e la vita ma la chiusura della fabbrica, dall’altra la possibilità di malattie anche molto gravi ma la sicurezza lavorativa. Gli operai posti di fronte a questo quesito si sono divisi, hanno discusso a lungo, hanno parlato con le loro famiglie. Infine hanno stabilito di continuare a lavorare nonostante il pericolo dell’amianto, sottovalutando il problema.  A Bruno, cui  la situazione parve subito chiara nella sua gravità, non restò che prendere atto.

Tu sei sempre stato un sindacalista piuttosto che un uomo politico?

Si, anche se sono stato assessore a Montemarciano, per il PSIUP

 nel ’68. Ho fatto anche il consigliere provinciale eletto nella circoscrizione di Montemarciano. 

Ti è piaciuta come esperienza?

Si, ma non è durata molto.

In questo “non è durata molto” avvertiamo un senso di distacco. L’esperienza politico amministrativa di Bruno è stata breve e ci sembra che, seppur in un partito vicino alle sue idee, ne abbia colto più che altro i limiti.

Tra il sindacalista e il politico c’è differenza secondo te?

Le cose devono fare con tutti, non per conto tuo. Io ho sempre pensato di fare le cose con tutti. Ho fatto la politica con le persone.

Perché non ti sei mai iscritto al Partito Comunista?

Io non accettavo il loro modo di fare. Erano i dirigenti che decidevano, decidevano loro e basta. Perché è saltato il comunismo? Per il modo in cui si muovevano, autoritario. Contavano solo loro. Per un comunista viene prima di tutto il partito, per un sindacalista vengono prima i lavoratori. Il comunismo non rispondeva alle esigenze della gente, non c’era dialogo. 

Tu come ti definivi? Socialista o comunista?

Io dicevo che ero di sinistra. Se il comunismo non c’è più è colpa dei dirigenti. 

Oggi vediamo nei consigli comunali, provinciali e nella politica in generale, molti professionisti, ma pochi operai, gente che fa un lavoro “umile”, perché secondo te?

Perché non credono più che la politica possa dare risposta ai loro problemi. 

Perché molti operai oggi votano per la destra e anche molte donne?

Perché non c’è nessuno che ricorda loro che Berlusconi è pericoloso perché è ricco. Oggi le condizioni di vita lavorativa delle persone sono molto peggiori di quelle di dieci anni fa e la politica dov’è?  Avvertiamo in Bruno tutta la tristezza di questa affermazione. Per un uomo che ha dedicato la sua vita a difendere i diritti dei lavoratori queste parole suonano come una amara sconfitta.

Tu sei stato vicino ai movimenti giovanili dal ’68 in poi, cosa pensi del protagonismo dei giovani?

Io sono sempre stato con i giovani, anche quando facevano delle cavolate. Anche quando nelle manifestazioni menavano e persino quando al lavoro facevano i “ruffiani”. 

Com’è nato l’impegno con l’Associazione Multietnica? Dove hai conosciuto queste persone?

Ho incontrato questo gruppo di stranieri nei locali della Chiesa di San Martino. Li c’erano delle riunioni, c’era gente che si incontrava per parlare di pacifismo. Abbiamo deciso di fare un gruppo di stranieri, mi hanno chiesto: “Bruno, te la senti di prenderti la responsabilità di questa associazione?”. Io gli ho detto di si, ma ad una condizione: che l’associazione fosse multietnica, che fosse di tutti e per tutti.

Quali sono stati i primi problemi da affrontare?

Il permesso di soggiorno e la questione della casa. Li aiutavamo a cercare una casa. Ora fanno anche delle lezioni di lingua. 

Secondo te Senigallia è una città ospitale con gli stranieri?

Sì. Abbastanza.

Il razzismo secondo te, qui, c’è?

Non mi risulta. Il problema vero è che manca il lavoro, questo crea il razzismo. 

Secondo te gli italiani erano più “razzisti” trent’anni fa o lo sono più oggi?

Mah, uguale.

Un po’ stupiti da questa risposta, poniamo la stessa domanda alla moglie, Fatima, di origini angolane, che vive da più di trent’anni in Italia.

FatimaSecondo me c’è più razzismo oggi. Quando sono arrivata in Italia sono stata accolta molto bene, sono stati tutti gentili con me. Quando mi hanno mostrato la stanza dove dovevo stare non credevo fosse tutta per me, tanto era bella. 

Di nuovo Bruno:Quando uno straniero arriva in Italia dovrebbe trovare una casa, un lavoro e una buona accoglienza. Invece non trova niente. Questo è il problema. 

E cosa ci dici di un’altra questione molto attuale? Cosa pensi dello sfruttamento delle risorse naturali?

Quello che succede ora è sempre figlio del capitalismo. Per il capitale conta solo se stesso, il profitto. Oggi la società capitalista è di nuovo in crisi . 

Chiediamo in maniera semiseria: Ma perché, Bruno, non siamo riusciti ad abbatterla questa società capitalista?

I comunisti non hanno fatto la politica che dovevano fare. Mica è tutta colpa del capitale, è colpa anche della sinistra. Il capitale di per se è uno strumento che si riproduce da solo. Del resto, dei lavoratori, l’ambiente, non gli importa nulla. 

Però Bruno tu leggi il Manifesto, un quotidiano comunista…

Si, ma è comunista differente. La crisi del comunismo c’è stata perché l gruppi dirigenti si sono isolati. Se si vuole cambiare qualche cosa bisogna farlo insieme a tutti. 

Quando non c’è stato più il PSIUP hai frequentato più nessun partito?

No, finita l’esperienza con il PSIUP non ho aderito a nessun partito. Sono stato segretario della Camera del Lavoro per un periodo limitato. Ma anche il sindacato non mi piaceva sempre, anche li c’era chi prendeva le decisioni da solo. Se tu hai delle idee le devi buttare giù, ma poi bisogna discuterle con tutti gli altri. 

L’intervista è oramai finita. La brevità delle ultime risposte ci fa pensare che sia ora di togliere il disturbo. Raccogliamo le nostre cose e salutiamo calorosamente Fatima e Bruno ringraziandoli per l’accoglienza. Sulla porta con i giacconi già indossati, ci giriamo indietro per l’ultima domanda.

Bruno, la speranza cos’è per te?

La speranza sono i giovani.

 

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