Liste d’attesa: aumentare l’offerta, ridurre la domanda

Liste d’attesa: aumentare l’offerta, ridurre la domanda
aprile 18 20:36 2011 Stampa questo articolo

Le liste di attesa per le visite e gli esami specialistici sono uno dei grandi problemi della nostra sanità locale e nazionale. Il problema non è di facile interpretazione e soluzione, i fattori sono molteplici. Forse il governo regionale delle Marche ha pensato di risolverlo impedendo ai cittadini marchigiani di prenotarsi così come è avvenuto di recente con il Centro Unico di Prenotazione (CUP) regionale, che di fatto ha mandato in tilt il sistema mettendo, appunto, i cittadini marchigiani nelle condizioni di “ non potersi prenotare”. Autentica dimostrazione di superficialità, dilettantismo e scarsa attenzione verso i problemi dei cittadini.

Ma, a parte la facile ironia su questo evento, il problema delle liste d’attesa, è complesso e legato a diverse cause. Anche qui vale la legge della “domanda e della offerta” che dovrebbero in qualche modo, se non coincidere, almeno avvicinarsi, se la domanda è nettamente superiore all’offerta la lista si allunga. Per risolvere il problema occorrerà, quindi, incidere sia sulla domanda che sulla offerta.

Sulla domanda attraverso quella che viene definita appropriatezza della richiesta. Non sempre la richiesta di prestazione specialistica è giustificata, in taluni casi è il paziente stesso che “costringe” il suo medico curante ad esami e visite non strettamente necessari, esistono anche alcune “pigrizie professionali” che portano ad inviare il paziente allo specialista troppo frettolosamente. Si è lavorato molto sul versante della appropriatezza nei confronti sia dei cittadini che dei medici di famiglia, alcuni risultati interessanti e positivi sono stati raggiunti, ma ancora c’è molto da fare.

Per quanto riguarda l’offerta, cioè il numero delle prestazioni (visite e esami strumentali) che il Servizio Sanitario Nazionale mette a disposizione dei cittadini negli ambulatori pubblici, c’è indiscutibilmente una carenza considerevole,  occorrono però alcune precisazioni.

L’attività specialistica pubblica (quella con l’impegnativa per intendersi) viene svolta dagli specialisti convenzionati nei poliambulatori e dai medici delle U.O. ospedaliere (l’attività divisionale ) sempre negli ambulatori o qualche volta direttamente nel reparto. I primi (i convenzionati) sono sempre meno e sempre più relegati ad un ruolo marginale, i secondi (gli ospedalieri) diminuiscono a causa dei blocchi delle assunzioni e sono oberati di lavoro: nei loro reparti, nelle sale operatorie, nelle attività ambulatoriali per gli interni, i ricoverati. Una progressiva riduzione dell’offerta quindi, come numero e come ore, di prestazioni ambulatoriali e di esami diagnostici per i pazienti esterni. Da qui le liste di attesa.

Alcuni studi di centri di ricerca europei sul funzionamento della sanità nei vari paesi (vedi box in alto) dicono anche che c’è una correlazione diretta tra la lunghezza delle liste di attesa e la possibilità data ai medici di svolgere attività privata intra-ospedaliera.

Sta di fatto che il problema liste di attesa deve essere affrontato nei due versanti quello della domanda e quello dell’offerta. Per la domanda, come abbiamo già detto, attraverso essenzialmente la appropriatezza della richiesta, per quanto riguarda l’offerta innanzi tutto occorre favorire percorsi e corsie preferenziali per le urgenze e per gli anziani, qualcosa in realtà si sta facendo in questa direzione, poi è necessario un piano di investimenti sulle attrezzature che permetta un loro utilizzo almeno 18 ore al giorno, ma soprattutto bisogna investire sul personale ospedaliero: aumentandolo e organizzandolo in maniera adeguata, e non costringerlo a turni massacranti in corsia, nelle sale operatorie, nelle urgenze e negli ambulatori.

“Ma già la sanità costa tanto”, si dirà. E’ vero. Ma costa meno che in molti altri paesi europei come Francia, Germania, Inghilterra,  in cui la spesa sanitaria supera abbondantemente l’8% del PIL mentre da noi è al 7,3%

E poi quanto costa un ricovero inutile, magari fatto perché ci vuole troppo tempo per fare una visita, o un esame specialistico? Per non parlare del costo sociale. E poi l’umiliazione, anche per la struttura che eroga il servizio, quando ci si sente dire: ”la sua visita specialistica la farà tra 8 mesi“.

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Attilio Casagrande
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