Notti bianche

ottobre 04 19:31 2011 Stampa questo articolo

Al mercato delle trasgessioni

 

di Americo Alessandrini

La trasgressione nella società borghese moderna ha spesso rappresentato una forma di ribellione e contestazione. Lo stordimento e lo “sballo” sono stati ciclicamente anche l’espressione di una cultura elitaria, oltre alla classica forma popolare di consolazione per classi e individui che vivono situazioni di disagio: poveri, emarginati, giovani. Ma è grazie al consumismo e alla società di massa che l’eccesso è diventato prima una moda e oggi una vera e propria branca commerciale. Premesso che le distinzioni da fare tra i vari tipi di eccesso sarebbero tante, è facile constatare come una parte sempre più consistente di cittadini e di consumatori siano inevitabilmente attratti (risucchiati) da forme di gioco, di festa, di turismo, di acquisto, legate a qualche forma di “sballo”, cioè a un’alterazione più o meno marcata e pericolosa delle normali funzioni e delle normali attività individuali.

Mi ostino ancora a credere che essere di sinistra, per quel che può valere in Italia oggi questa definizione, implichi alcune differenze.  Mi spiego con un esempio che ci riguarda:

Che significato ha la cosiddetta Notte Bianca? Tollerata, ma quasi preparata, avallata, ma quasi sostenuta, dall’attività amministrativa del Comune? Che senso ha promuovere quel rito collettivo a cui partecipano centinaia di adolescenti, quella vera e propria fiera della sbornia libera, che è la notte dei cappellini e del vomito etilico? La buona pace dei nostri ristoratori e dei grossisti di bevande? Il liberismo sociale e culturale che tende a lasciar fare un po’ tutto? Ma l’attività amministrativa di un Comune deve essere per forza svincolata da queste riflessioni? Ovvero, nel prendere decisioni amministrative, deve prevalere solo il calcolo economico? Oppure, dato che tutto è permesso o, nel peggiore dei casi, è inevitabile, tanto vale guadagnarci e farci la propria figura?

Insomma la  “Festa della Rotonda”, che è solo l’esempio più eclatante e quasi istituzionalizzato di una tendenza sempre più marcata delle estati senigalliesi,  per tutti alla fine è diventata la sagra autogestita della sbornia libera e ribattezzata a furor di popolo Notte Bianca, cioè notte “in bianco”. Già il nomignolo allude al fatto che si può far l’alba bevendo e ballando e questo è evidentemente frutto anche delle deroghe amministrative che allungano i termini dei divieti di somministrazione di bevande alcoliche e della diffusione di musica dei locali. Risultato: anche i bagnini trasformano le loro imprese in discoteche all’aperto dove regna il decibel e il mohito fino alle 3 di notte. Senigallia diventa meta di gruppi di giovani che, provenienti anche da centri dell’interno e da fuori regione e con scorte di beveraggi stipate nei bauli delle loro auto, sciamano dal secondo pomeriggio in una città che diventa una specie di Amsterdam alcolica. Affollano bar, locali, ristoranti e pub per tutta la notte, con le inevitabili conseguenze sanitarie, sociali e di sicurezza individuale e pubblica che a tutti sono ben visibili quella notte e la mattina successiva.

Allora quello che mi chiedo è perché un Comune, il nostro, non solo non scoraggi, ma addirittura favorisca, con modifiche ai regolamenti, certi tipi di divertimento turistico sul suo territorio.

D’altro canto prendiamo un altro vizio umano che specialmente a Senigallia ha sempre avuto una sua roccaforte storica: il gioco d’azzardo. Il Consiglio Comunale sta per discutere e, immagino, approvare una proposta di regolamento* che confinerebbe la sale da gioco con video poker e affini a 500 metri da scuole, chiese, ospedali, luoghi di interesse pubblico e civile.  A parte l’esilarante situazione che vedrebbe infine confinare le possibilità a pochissimi spazi (la Rotonda pare resti immune dall’ordinanza: possono ancora sperare quelli che ci vorrebbero fare un Casinò), a parte la considerazione serissima che se una cosa è sbagliata non si capisce perché la si debba confinare in periferia e toglierla dal centro storico: dà una pessima impressione su cosa pensano gli amministratori della periferia. Resta da capire che genere di considerazioni etiche abbiano animato il legislatore comunale in questo caso: vuole ostacolare o dissuadere un’attività che può avere pesanti ripercussioni sociali?  Il vizio del gioco d’azzardo storicamente a Senigallia vanta alcuni suicidi e la rovina di intere famiglie, ma già basterebbe il dissesto finanziario o l’alienazione di un singolo per far ricredere i fautori di questa libertà. Ma allora perché una misura così blanda che finisce solo con lo spostare, nascondere sotto il tappeto, un’attività lecita ma che spesso sconfina nell’illecito? E poi perché la sbornia sì e l’azzardo no tranne che in periferia?

Ecco: vorrei sollevare il dibattito su questi temi per cercare di trovare proposte di governo cittadino più coerenti, con scopi chiari e definiti. Certo se devo suggerire dei modi per contrastare l’alcolismo giovanile o il gioco d’azzardo compulsivo, piaghe diffuse e sintomi di una società allo sballo, pardon… allo sbando, non posso che suggerire l’educazione, la diffusione di una cultura di dialogo e condivisione, la promozione di attività alternative, positive, orientate alla cura della persona, del prossimo, dell’ambiente cittadino, della cultura. Non voglio fare del facile moralismo anche perché, antiproibizionista da sempre, non credo nella battaglia contro il vizio e la malattia sociale a suon di leggi, regolamenti e controlli, piuttosto credo in progetti più complessi, meno efficaci nell’immediato forse, ma di certo più consoni alla promozione di una cultura orientata.

* Il nuovo regolamento comunale sulle sale giochi è stato effettivamente approvato dal Consiglio Comunale il 28 settembre

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