Dodici obiezioni in tema di energia e di rigassificatori

Dodici obiezioni in tema di energia e di rigassificatori
ottobre 06 12:29 2011 Stampa questo articolo

Lettera aperta al Presidente della Regione Marche

Aveva paura di restare impigliato nel dibattito e di perdere un’occasione? L’API scappava? Il governo centrale Le faceva pressione? Tanta premura per concludere l’accordo sul rigassificatore Le guadagnerà uno speciale apprezzamento per il Suo decisionismo. Ce n’era un altro che vantava questa qualità. Usava dire: ”Noi tireremo diritto”. Lei ha tirato diritto sopra troppe cose; un dibattito appena decente avrebbe messo a nudo questioni ambientali e problemi sociali di cui Lei evidentemente non voleva sentir parlare. Eppure sono cose che toccano da vicino la vita delle popolazioni che governa, Presidente Spacca. Gliene sottoponiamo qualcuna in forma di obiezione: non a futura memoria, ma con la speranza che Lei voglia finalmente colmare questa lacuna di conoscenze, premessa indispensabile per un ravvedimento

1. Non le pare il Suo un bel regalo al governo dei piccioni?

Mancava un piano energetico nazionale, innanzitutto: un riferimento che  consentisse a noi marchigiani di compiere scelte energetiche coerenti per gli aspetti strategici (internazionali e nazionali), economici (quale crescita  – o decrescita più o meno felice), distributivi (come si fa, chi lo fa e dove), e non solo autoriferite o brutalmente liberistiche (l’energia che si può dovunque si può e anche dove non si può). L’assenza di un piano nazionale non ci permetteva di sapere, ad esempio, quanti rigassificatori si sarebbero fatti, 5, 7, di più; sapevamo però che due – singolare concentrazione – erano richiesti nella nostra provincia a pochi chilometri uno dall’altro. E sapevamo comunque che l’Italia è troppo gas-dipendente e che sarebbe meglio differenziare le fonti di energia. Detto fatto: questa scelta di concentrare la produzione energetica particolarmente nell’area dell’API (ossia in un’area che viene definita “a elevato rischio di crisi ambientale”) apre prospettive molto diverse da quelle che sono desiderabili da questa popolazione. Ce l’avesse imposta il governo centrale, ci saremmo battuti per fargliela cambiare. Ce le impone Lei. Bel servizio ai potenti che corrono il territorio per succhiare le sue energie lasciandogli soltanto gli escrementi. E bel servizio al governo nazionale che vuole cambiare l’art. 41 della Costituzione, quello dove è scritto che “l’iniziativa economica è libera purché non si svolga in contrasto con l’utilità sociale e non rechi danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Tolga pure la parte corsiva dalle sue decisioni. Poi magari La ritroveremo in prima fila a difendere la Costituzione del 1948 contro quelli che la vogliono affossare.

2. Perché non ha confermato l’accordo del 2003 per la riconversione dell’API?

Avevamo però una nostra politica territoriale. Avevamo un Piano Energetico Ambientale Regionale del quale Lei, nella scorsa amministrazione, ci aveva reso orgogliosi e convinti sostenitori; avevamo i programmi dell’AERCA; avevamo addirittura un accordo con l’API firmato nel 2003 nel quale si prevedeva una riconversione totale del sito e la trasformazione della mission industriale dell’API in quell’area. Allora si poteva parlare di riconversione. Dopo non più: la chiamavate ancora “riconversione” ma non era altro che un incremento di attività sopra le attuali, anzi, a loro sostegno e rilancio.

3. Quali risultati hanno dato i programmi messi in campo contro il rischio di crisi ambientale nel territorio compreso tra Jesi, Falconara e Ancona? Non era da lì che si doveva ripartire?

Avevamo un programma per l’Area ad Elevato Rischio di Crisi Ambientale (AERCA) che prevedeva un bel numero di impegni. In elenco: risanamento e tutela della qualità dell‘aria; risanamento e tutela della qualità delle acque; miglioramento del clima acustico; risanamento e tutela della qualità del suolo; riassetto idrogeologico dell’area e difesa costiera; valorizzazione e tutela delle emergenze ambientali;  ottimizzazione della gestione dei rifiuti; mitigazione del rischio tecnologico; edifici strategici, infrastrutture strategiche, vie di fuga; riqualificazione territoriale ed urbana; ottimizzazione dei sistemi strategici; ottimizzazione della mobilità e delle infrastrutture; sostegno allo sviluppo socio-economico; promozione di studi e ricerche; strumenti per il supporto e il monitoraggio del Piano. Alla scadenza del programma quali sono i risultati che ne avete ottenuto? E non era da lì che si doveva partire? L’AERCA si chiamava così perché doveva rimanere tale?

4. E soprattutto avevamo il Piano Energetico Ambientale Regionale (PEAR): possiamo ancora parlarne al presente?

Un piano energetico non dice solo quanta energia ci proponiamo di produrre, ma quale, in che modo lo vogliamo fare, e soprattutto in quale rapporto col territorio. Il PEAR si articolava su due assi principali: risparmio energetico e fonti rinnovabili, e affermava un criterio distributivo importante:  produzione differenziata, diffusa e non concentrata, in ragione delle necessità e del controllo locale. E’ ancora così dopo l’accordo sottoscritto che prevede attorno all’API e forse anche oltre l’API una concentrazione produttiva assolutamente fuori misura rispetto a quelle previsioni? A noi sembra di no. In particolare, il PEAR consentiva la possibilità di trasformare il polo della raffinazione – l’API appunto –  in un polo di produzione di energia all’interno del dimensionamento previsto per un decremento delle emissioni complessive: centrali di 100-120 megawatt, non certo per i 520 + 60 proposti dall’API, che vanno oltre le necessità regionali e che rispetto a quelle si configurerebbero come un’eccedenza. Se l’API fosse stata disponibile a riconvertirsi alla produzione di energia all’interno delle previsioni del PEAR e delle necessità regionali, non ci sarebbero state obiezioni. Invece l’API non si adegua ai piani predisposti dal governo regionale, e nemmeno li discute: li cambia. In questo senso, signor Presidente, Lei sembra essere più governato che governatore.

5. Perché poi salvare l’API

L’API denunciava negli ultimi anni perdite di 4 euro al barile nell’attività di raffinazione, che fanno 20 milioni di euro all’anno. Attribuiva questo calo alla concorrenza dei raffinatori dei paesi emergenti. Non stava sul mercato, dunque. Ed è vero che in Italia le raffinerie lavorano oggi con margini minori rispetto agli anni passati, tanto che l’intero settore andrebbe ripensato. Nel caso dell’API, però, probabilmente le perdite (ammesso che siano “perdite” e non minori utili) dalla raffinazione verrebbero compensate dagli utili provenienti dall’attività del rigassificatore. Perché dunque fornire il polmone artificiale del rigassificatore a un’azienda la cui crisi sembra essere non temporanea, ma crisi di futuro? Oltretutto un aiuto pubblico così consistente non troverebbe spazio nel quadro delle regole comunitarie sulla concorrenza che riguardano gli aiuti alle aziende in crisi. Nel caso specifico l’aiuto pubblico crea disparità: quante aziende in crisi, di dimensioni anche importanti, sono state di fatto abbandonate perché non sono l’API?

6. L’occupazione non è una foglia di fico

Se volevate difendere il posto dei 300 occupati dell’API perché non avete predisposto un programma di riassorbimento di quella manodopera in altro genere di produzione? Ci dispiace, Presidente, ma la Sua particolare sensibilità per il problema occupazionale alle nostre orecchie suona cioccio. Magari potranno ringraziarLa i 300 occupati dell’API per avere preso così a cuore la loro situazione; ma cosa penseranno le migliaia di ex-occupati nei posti di lavoro che Lei non ha nemmeno provato a difendere? Le loro vite valgono di meno? RingraziarLa poi per cosa: per averne garantito il numero per altri 10 anni? E lo chiama un risultato positivo questo rispetto al disordine che movimenta? Si rende conto, Signor Presidente, che proprio in casa nostra ci sono sistemi più propulsivi di quello dell’API dal punto di vista occupazionale, e proprio nei settori che il Suo primo PPAR intendeva promuovere e sostenere, quello delle rinnovabili? Se volevate davvero salvare il lavoro di quelle trecento persone Lei, l’Impresa e i Sindacati non avreste dovuto abbandonare gli accordi del 2003; al contrario, avreste dovuto approfondirli in modo da prevedere il loro reimpiego in altre attività. L’avete fatto forse?

7. E a Corinaldo che si fa?

Questo accordo per il rilancio dell’API non sovverte solo il Piano Energetico Ambientale Regionale: sovverte anche il carattere della regione marchigiana. Ché se andasse avanti anche il progetto di una centrale a turbogas a Corinaldo (al momento niente affatto scongiurata) la resa del nostro territorio ai signori dell’energia sarebbe pressoché totale. Questa regione, e questa provincia in particolare, perderebbero la loro natura misurata e operosa per trasformarsi in una centrale subcontinentale alienata e pericolosa come ce ne sono nei luoghi peggiori della terra.  Vivremmo tutti dentro una grande AERCA. E’ questo che vuole?

8. Scenari di una possibile catastrofe

E’ sicuro, signor Presidente, di avere valutato tutti i fattori di rischio ambientale? Di quelli si è parlato così poco – e solo da parte di oppositori individuali e comitati – da far pensare addirittura che Lei non li conoscesse. In realtà c’è poca letteratura perché i rigassificatori nel mondo sono pochi e di recente realizzazione. Succedesse che per qualche incidente il gas liquido contenuto nel rigassificatore si versasse in mare, tornerebbe allo stato gassoso molto rapidamente. Infatti l’acqua di mare ha una temperatura molto più elevata di quella del gas liquefatto (- 162° C) e, data la elevatissima capacità dell’acqua di scambiare calore, fornirebbe al gas liquefatto una quantità di calore enorme in un tempo molto breve. Il gas liquefatto aumenterebbe allora la sua temperatura e si espanderebbe in modo rapido e violento. Ne seguirebbe facilmente un’esplosione senza fiamma di proporzioni corrispondenti alla quantità di liquido sversato, che con molta facilità arriverebbe a terra. Non è mai successo. Ancora. La nave rigassificatrice sarà molto controllata. E se batte bandiera delle isole Cayman come la controlla? La fanno salire? Immagina Lei come può essere l’equipaggio di una simile nave?  Ci troverebbe dentro anche Johnny Depp!

9. Scene da inquinamento quotidiano

Se l’API farà le nuove centrali da complessivi 580 megawatt sverserà in mare ogni anno un miliardo di metricubi di acqua calda (oggi ne sversa 500 milioni) che non è semplice acqua calda, ma è acqua trattata con biocìdi. Se poi parliamo di rigassificatore, oltre all’accumulo di biocidi avremo uno shock termico, trovandosi l’API a sversare acqua calda accanto ad acqua raffreddata nel processo di rigassificazione. L’ISPRA per il rigassificatore di Trieste mette in guardia in maniera molto preoccupata sia sui biocidi che sugli shock termici. Credo che lo stesso sia assolutamente improponibile a Falconara: nessuno studio e nessuna valutazione sono venuti da parte del soggetto proponente né sui biocidi (non vengono dichiarate le quantità) né sugli shock termici.

10. Non è questa la regione che vogliamo

Ora Lei vorrà ancora difendere a parole quel PPAR che nei fatti ha già smentito, signor Presidente. Non le sarà facile. Perché in fin dei conti sono cose semplici da dire e da capire. Se sceglie il turbo-gas significa che non sceglie le rinnovabili. Noi Le abbiamo indicato alcuni fattori umani e ambientali che dovrebbero guidare queste scelte. Lei ha considerato come prioritari quelli dell’occupazione. Benissimo. Ma l’occupazione, presente e futura, è nella green economy, non nel tutto-gas. Se invece di riconvertire l’API si riconverte Lei, vuol dire che è un uomo del Novecento, uno che guarda all’indietro. Vuol dire che non vuole bene ai giovani e non vuole bene alla terra e alle persone che governa.

Finché l’impianto non è fatto, si può tornare sulla retta via…

…e anche dopo, ma con maggiori spese. Ci pensi bene, Presidente: corregga intanto quell’idea abnorme che vorrebbe addirittura Regione Marche socia del rigassificatore per il 30%. “Per controllare dall’interno”, si disse dalla parte Sua. “Per coinvolgersi fino al midollo”, diciamo noi. Per fare bilancio. Lasci stare, Presidente Spacca: se le è più familiare un discorso di soldi, tenga conto che i prestiti che chiediamo alla natura sono solo all’apparenza agevolati dalla sua arrendevolezza. Quando poi arriva il momento la natura si ripaga da sola. Voglia dunque evitare di contrarre un così pesante debito verso il futuro. E’ già futuro e Lei non se ne è accorto. Il paese si regge meglio senza iperboli energetiche. E alla crisi diamo finalmente la risposta più giusta, e quella più umana: una volta la chiamavamo “autoregolazione”.

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Leonardo Badioli

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