Gli affanni del contadino

aprile 19 23:53 2011 Stampa questo articolo

Ambiente economia cura della terra: la testimonianza

 

 

 

di Alberto Pancotti

 

 

Vorrei parlare  delle certezze che hanno accompagnato la generazione che aveva 20, 30 o 40 anni tra il 1950 e il 1970, certezze quasi  tutte svanite e sostituite da altre nell’arco di poco tempo .

A quell’epoca, vigente ancora l’ istituto della mezzadria (sarà abolita nel ’64 ma solo negli anni ’80 potrà dirsi estinta) soprattutto in Italia centrale, e dominante il latifondo al Sud, la domanda generalizzata era quella di modernizzazione.  Allora non c’era nessuna – o quasi – famiglia che non allevasse, tanto in città quanto in campagna, animali da cortile, che non coltivasse anche un minimo fazzoletto di terra, pur di avere insalata o pomodori da raccogliere. Ma queste semplici certezze pragmatiche cominciavano ad accompagnarsi alla crescente introiezione di quella parola chiave – modernità, appunto – richiamante  istanze che oggi ci appaiono contrastanti e contraddittorie.

“Moderna” appariva la piccola proprietà contadina, fulcro della c.d. riforma agraria del’49-’50, che doveva eliminare il latifondo e rendere la terra ai diretti coltivatori. Moderna era anche l’ idea della necessità di  meccanizzare i processi produttivi; e ciò sia per la nascente imprenditoria agraria,  sia per le forme della cooperazione,  sia per quanti all’ epoca sostenevano la proprietà collettiva dei mezzi di produzione: tutti questi propugnavano un’ agricoltura da svolgersi su grandi appezzamenti, fortemente meccanizzata e capace di produrre grandi quantitativi a prezzi calanti.

Queste  aspettative non hanno avuto un grande futuro . La riforma agraria interessò superfici agricole molto modeste, il pensiero collettivista ebbe poco peso – essendosi spostata la gran parte dei lavoratori ormai attorno alle città –  la cooperazione e l’ imprenditoria privata non ressero sul piano dei costi. La terra, sempre meno capace di produrre reddito, continuò però a crescere di prezzo impedendo gli accorpamenti aziendali,  l‘unica via per tentare di contenere i costi di gestione.

Fu allora che iniziò ad imporsi una figura sostanzialmente inedita sulla scena agricola, l’ impresa agromeccanica,  cioè l’ impresa che effettua lavorazioni, coi propri mezzi meccanici, per conto di terzi. Si trattava di figli di antiche famiglie mezzadrili o figli di coltivatori diretti i quali, affrontando turni di lavoro lunghi e massacranti, potevano aumentare il numero di ettari coltivati e procedere così al rinnovamento continuo del parco macchine. Dallo sfruttamento del lavoro, tipico delle forme più arcaiche, si era passati all’ autosfruttamento; dalla certezza che fosse il numero dei componenti la famiglie agricole a conferire loro forza e potenza, alla convinzione che le macchine  sarebbero arrivate dove l’ uomo non avrebbe mai potuto.

Ciò che ne è seguito è stato il definitivo abbandono residenziale della terra e, con esso, il degrado idrogeologico, nonché l’ aumento dell’ inquinamento dei terreni stessi e delle falde acquifere a causa della chimica nel frattempo divenuta mezzo tecnico imprescindibile.

I settori dell’ economia in grado di produrre reddito ed occupazione  – in ciò sostenuti dalla domanda del mercato sempre meno interessata al cibo e sempre meno disposta ad attribuirgli fette significative del reddito – hanno continuato ad essere l’ industria e l’ edilizia. Ciò naturalmente ha contribuito alla ulteriore marginalizzazione dell’ agricoltura, alla quale  sono rimasti i terreni meno fertili ed irrigui, mentre le terre di pianura sono state invase dalle strade, dalle costruzioni edili, dalle zone artigianali ed industriali.

Se le imprese agromeccaniche  o comunque le aziende fortemente “macchinizzate” continuano a dominare l’ organizzazione agricola – essendo entrata definitivamente anche l’ ultima, la “macchina di Turing”, il computer – non altrettanto possiamo dire delle certezze con cui sino ad oggi  abbiamo convissuto.

In un tempo molto recente, chi aveva qualcosa da vendere, a meno che non potesse tenere il suo prezzo esageratamente basso, sapeva che poteva farlo promovendo il proprio prodotto, presentandolo “bene”  per farlo preferire a quello della concorrenza, così numerosa ed agguerrita. Ad esempio, gli agricoltori biologici facevano appello alla qualità, alla territorialità e alla tipicità.

Chi comprava, compreso chi  acquistava i beni meno costosi, era convinto che fosse il nome a fare la qualità; era convinto che  fosse il numero di controlli cui veniva sottoposto il bene a conferirgli maggiore o minor pregio e che un qualche tipo di certificazione  lo  avrebbe rassicurato  sui rischi di contaminazione, adulterazione o tossicità del prodotto.

A ciò si aggiunga come il collegamento mediatico del cibo al territorio abbia funzionato – e per alcuni versi continui a funzionare – da attrattiva per il popolo turistico che gira il mondo a prezzi sempre più bassi.

Ciò ha messo in moto un’ ulteriore richiesta di terra per strade, appartamenti a basso costo, scali interportuali… la qual cosa – ovviamente – va in direzione opposta a quanto il turista si aspetta di trovare. L’altra faccia delle nostre certezze comincia così ad essere evidente. Il turista chiede posti “non turisticizzati”, nel frattempo quasi spariti; il cibo giunge da tutto il mondo e in ogni stagione sempre più a buon mercato; chi acquista prodotti biologici, nella migliore delle ipotesi, spera di approcciare un cibo “un po’ meno “ tossico del non bio, in un mercato che ha ormai generalmente fatto propri i temi che erano appannaggio dei produttori biologici; le certificazioni, nel frattempo centuplicate e differenziate per processo produttivo, luogo di produzione, basso uso di energia, ultimo prezzo, migliore offerta, destinazione di parte degli introiti – per l’Africa, per i bambini… – ingenerano confusione e diffidenza.

Cosa potremo far  seguire  all’abbattimento di quelle che, fino a non molto tempo fa, apparivano certezze fuori discussione?

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“La Città Futura” è una libera associazione culturale e politica, interessata a sviluppare e promuovere il confronto e il dibattito su temi che appartengono al patrimonio culturale della sinistra italiana ed europea quali giustizia e promozione sociale, contrasto alle diseguaglianze, accoglienza ed integrazione, salvaguardia dell’ambiente e tutela del paesaggio, ecologia e sviluppo sostenibile, diritti civili e laicità dello stato, democrazia, trasparenza e partecipazione.
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